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Nizar Banat

LA REPRESSIONE DEL PALESTINESI TRA COLONIZZAZIONE ISRAELIANA E AUTORITA’ PALESTINESE

Immagine in copertina di middleeasteye

Questa volta non ci sono le bombe su Gaza e non ci sono i razzi di Hamas, ci sono solo i palestinesi della Cisgiordania che da qualche settimana a questa parte sono mobilitati ma non riescono ad essere visti dai grandi media nazionali e internazionali, che non dedicano loro la stessa attenzione rivolta a maggio. Perché i palestinesi stanno nuovamente protestando?

Queste proteste sono parte di quel processo innescato a maggio dagli sfratti violenti di Sheikh Jarrah a Gerusalemme – e continuati, poi, nella semi-indifferenza dell’incipiente estate a Batn Al-Hawa a Silwan e in altri quartieri di Gerusalemme – che hanno consolidato un movimento di resistenza trasversale tra tutti i palestinesi (della Cisgiordania, di Gaza, che vivono in Israele o nella diaspora) contro il colonialismo e l’apartheid israeliani e che, ora, si rivolge a un altro tassello del medesimo progetto coloniale: l’Autorità palestinese.

L’assassinio di Nizar Banat

Le proteste sono state scatenate dalla morte dell’attivista Nizar Banat, deceduto mentre era in custodia delle forze di polizia dell’Autorità palestinese (AP), guidata da Mahmoud Abbas e dominata dal partito di Fatah. Banat è un ex-membro di Fatah, diventato poi uno dei critici più vigorosi dell’AP, del suo immobilismo, della sua corruzione e della sua complicità con la colonizzazione israeliana della Palestina. L’AP infatti è co-responsabile della sicurezza nazionale di Israele, come stabilito dagli Accordi di Oslo, l’espressione con cui ci si riferisce alle negoziazioni e al pacchetto di accordi tra l’Organizzazione di liberazione della Palestina (OLP) e il governo israeliano a metà degli anni ‘90 e che, appunto, diede vita all’AP. Banat è stato prelevato di notte dalla sua abitazione a Hebron dalle forze di sicurezza palestinesi, che sono formate e addestrate dall’esercito israeliano; la sua morte, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, non sembra essere avvenuta per cause naturali, come dichiarato dalla Commissione indipendente per i diritti umani operante sotto la stessa AP, che ha condotto un’autopsia sul cadavere di Banat. Perché Banat è stato assassinato?

Banat era una voce scomoda per l’AP. Quando Mahmoud Abbas, ottantacinquenne, decise di posticipare le elezioni palestinesi nell’aprile del 2021, le prime in 15 anni, Banat, che era candidato come indipendente, si era aggiunto al nutrito coro di voci che avevamo duramente criticato la scelta di Abbas. Banat non era nuovo a queste critiche: aveva più volte accusato l’Unione Europea e la comunità internazionale di essere complici con un sistema corrotto attraverso i finanziamenti all’AP, e aveva chiamato l’AP “puppet” di Israele quando questa aveva accettato un milione di dosi anti-Covid19 da Israele nonostante queste fossero troppo vicine alla data di scadenza per essere somministrate.

Questo accadeva nel bel mezzo di una crisi sanitaria senza precedenti causata dal virus, ma anche dall’azione dell’esercito israeliano che, a Gaza in particolar modo, durante i bombardamenti del maggio 2021, aveva deliberatamente colpito le già precarie strutture sanitarie – oltre alle sedi dei media, come sappiamo. Nonostante l’AP declinò l’ “offerta” all’ultimo minuto, dopo aver scoperto che questa aveva una clausola comportante la fornitura a Israele di altrettante nuove dosi di Pfizer in cambio, le critiche e la voce di Banat erano sempre più popolari, diventando per l’AP un problema. A questo proposito, è importante sottolineare che non si tratta della prima volta che l’AP agisce contro un suo critico palestinese. Altro caso “noto” è quello di Issa Amro, attivista arrestato dalle forze di sicurezza dell’AP nel settembre del 2017. Amro, anche lui di Hebron come Banat, aveva criticato il crescente autoritarismo dell’AP, che, in concerto con le forze di sicurezza israeliane, aveva arrestato il giornalista Ayman Qawasmeh e chiuso la sua radio, sotolineando la facilità con cui l’AP colpisce, silenzia e arresta i giornalisti critici. Amro era una figura importante per Hebron, grazie al suo ruolo nel gruppo Youth against settlements. In una città come Hebron, dove il colonialismo di insediamento (settler colonialism) ha uno dei volti più violenti e attivi, e dove la città è gestita attraverso un sistema di enclosures dove i palestinesi non sono ammessi, il lavoro di Amro e dei suoi compagni era fondamentale per rafforzare la presenza palestinese nella città e per comunicare verso l’esterno che cosa succedesse. Perché l’AP punisce chi lavora contro l’occupazione? Basta la sua deriva autoritaria a spiegarlo?

L’Autorità Palestinese

Come menzionato precedentemente, l’AP è il risultato di negoziazioni e accordi che teoricamente e nello spirito di Oslo, avrebbero dovuto portare alla formazione di uno stato sovrano palestinese. La Palestina, tuttavia, non è mai diventata tale nonostante essa oggi detenga lo status di “non-member observer state” all’ONU e molti paesi l’abbiano riconosciuta come stato. In particolare, l’AP non va confusa con un governo nazionale. Essa infatti non esercita le funzioni fondamentali degli stati sovrani: non batte conio e non amministra le tasse (la moneta usata in Palestina è quella israeliana come lo è l’autorità fiscale sovrana), non detiene il monopolio della forza (non esiste un esercito palestinese ma una polizia palestinese, addestrata ed equipaggiata da Israele) e, soprattutto, non ha controllo sovrano sul proprio territorio e sui propri confini, essendoci una potenza occupante che lo detiene. Inoltre, l’AP è co-responsabile della sicurezza nazionale israeliana, che viene dal governo israeliano sovrapposta al mantenimento dell’occupazione e della colonizzazione di insediamento. Secondo il governo israeliano, infatti, non esiste sicurezza nazionale senza l’occupazione, senza il muro di divisione e senza le colonie – equazione che molti cittadini israeliani e membri della diaspora ebraica criticano vigorosamente e da molto tempo.

In questo contesto, quindi, l’AP ha fatto “il lavoro sporco” – o parte di esso – per Israele. Mariam Barghouti ha recentemente fatto un elenco delle volte che ha visto le forze di sicurezza palestinesi picchiare i palestinesi, che stessero protestando contro l’AP stessa o Israele (e quindi, secondo la logica della co-responsabilità di cui si diceva prima, mettendo in potenziale pericolo la sicurezza nazionale israeliana), o meno: nel 2012, 2013, 2014, 2017, 2018 and 2019, a cui va ovviamente aggiunto il 2021. Un incidente che ha particolarmente scosso le coscienze e rivelato senza ambiguità la complicità dell’AP fu la repressione delle proteste palestinesi contro l’insediamento illegale di Beit El, nel 2017, a cui le forze palestinesi parteciparono in nome del coordinamento sulla sicurezza. Ma questo fa parte di uno schema ben consolidato, tra intimidazioni di tipo sessuale verso le donne presenti alle proteste e la repressione contro i giornalisti, di cui abbiamo già detto.

Quando a metà degli anni ‘90 l’AP fu creata, furono pochi coloro che intuirono “la fregatura”. Il sentimento prevalente era quello di speranza e di positiva attesa per un cambiamento che sarebbe stato sì graduale, ma irreversibile. Le cose sarebbero potute andare diversamente? È per rispondere a questa domanda che bisogna guardare al diritto internazionale. Esperte di legge e politica internazionali come Noura Erakat ci hanno spiegato che il diritto internazionale, a meno che non sia difeso da vigorosi movimenti sociali di opposizione e resistenza che costringono le istituzioni a rispettarlo, è al servizio dei potenti. La realtà dell’occupazione, dell’apartheid e della colonizzazione della Palestina, e le sue incompatibilità con la legge e con il diritto internazionale, sono ben note a livello mondiale a capi di stato, funzionari delle organizzazioni internazionali, giornalisti e a rappresentati eletti. Il ruolo dell’AP in quanto appaltatrice della violenza dello stato israeliano contro gli stessi palestinesi, anche. In questo quadro, la viltà liberale della comunità internazionale, che tace le violenze dell’occupazione e nulla fa per fermarla anche quando in palese violazione delle regole che essa stessa si è data, non solo si manifesta nel de facto sostegno incrollabile allo stato di Israele e le sue politiche, ma anche nel mantenimento di una vera e propria farsa “sovranista” con protagonista un’AP sempre più autoritaria.

Dinamiche sovranazionali dal basso

In seguito all’assassinio di Banat, a Ramallah e in tutta la Cisgiordania, le proteste contro l’AP si sono moltiplicate. A Ramallah, dove ha sede dell’AP, centinaia di persone hanno marciato verso il compound presidenziale di Abbas, chiedendo “la caduta del regime” e le sue dimissioni. Si tratta di slogan e modi di stare in piazza che da un decennio o poco più hanno attraversato l’intera regione, da piazza Tahrir al Cairo, la Siria e la rotonda della Perla a Manama, in Bahrein, alle più recenti mobilitazioni in Marocco, Algeria, Iran, Libano e Iraq. Le strutture istituzionali e politiche esistenti – i partiti, i sindacati formali – sono sempre meno il luogo politico dove attivarsi, mentre sempre di più lo sono le piazze, le strade e le occasioni più disparate: dai party queer a Beirut o Istanbul, alle feste in strada a Baghdad e agli stadi in tutta la regione. L’Intifada in Cisgiordania ci parla sì di un contesto specifico, ma ci parla anche di un’eccedenza di immaginazione politica e di radicalità, non assorbibile dalle strutture esistenti, che viaggia nella regione attraversandone i confini e che interessa il mondo intero – molti paralleli si possono fare con l’Italia, ad esempio. Come porsi di fronte a questo movimento in Palestina? Innanzitutto, ascoltarlo e sostenerne le richieste, come la campagna per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro l’occupazione e l’apartheid israeliane, che vede una leadership palestinese, che opera al di fuori delle dinamiche di spartizione di potere tra Hamas e Fatah/AP, e che ha un rapporto organico con le generazioni più giovani, protagoniste dell’Intifada.

Paola Rivetti è professoressa associata presso la Dublin City University e si occupa di Medio Oriente e politica. Ha recentemente pubblicato Political Participation in Iran from Khatami to the Green Movement (2020) e ha co-curato i volumi Islamists and the Politics of the Arab Uprisings: Governance, Pluralisation and Contention (2018) e Continuity and change before and after the Arab uprisings: Morocco, Tunisia and Egypt (2015). È presidentessa dell’Irish Network for Middle East and North African Studies e membra del consiglio della British Society for Middle Eastern Studies. È Associate Editor della rivista Iranian Studies e fa parte del comitato editoriale della rivista Partecipazione e conflitto.

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