TOP
G8

RACCONTO: FOREVER YOUNG

di Stefania Savoia

L’autrice consiglia di leggere ascoltando: Alphaville, “Forever Young”. Forever Young. WEA, 1984.

Avere venti anni, in quel luglio, fu un vero privilegio anche a guardarlo ora da qui, da un momento della vita diverso e per certi versi troppo lontano. Era un tempo di certezze profonde e inattaccabili, era il tempo in cui io avevo sempre ragione e loro torto, cazzo, torto marcio.

Come per ogni spostamento dall’Isola, arrivare a Genova implicò un viaggio lungo e difficile. Ventiquattro ore di treno per non perdere il primo corteo e il concerto di Manu Chao. Le piazze del Social Forum erano il risultato di mesi di lavoro di associazioni e gruppi di tutta Europa ed erano esattamente tutto quello che speravo di trovare. Ero allo Stadio Carlini, dormivo in un garage sotterraneo e mi lavavo al sole. Partii con un gruppo omogeneo per età ma composto da giovani di diversa provenienza politica.

Noi, perché c’era un Noi, eravamo i compagni.

Come diceva Rossana Rossanda: “È una bella parola ed è un bel rapporto quello tra compagni. È qualcosa di simile e diverso da amici. Amici è una cosa più interiore, compagni è anche la proiezione pubblica e civile di un rapporto in cui si può non essere amici ma si conviene di lavorare assieme. E questo è importante, mi pare.”

Era importante e fu importantissimo per sopravvivere all’immagine di quel corpo di ragazzo straziato davanti ai miei occhi, a Piazza Alimonda.

La mattina del 20 luglio il nostro corteo partì dallo Stadio per dirigersi verso la zona rossa. Non volevamo entrare, non avevamo intenzione di fare danni. Volevamo solo guardare i grandi del mondo negli occhi e dire che eravamo lì. Che eravamo noi la carne viva di quel mondo e che volevamo cambiarlo.

La bellezza del nostro corteo, lungamente preparato dall’organizzazione a livello nazionale, era la sua mancanza di perfezione. Non eravamo un esercito, non volevamo averne il grigio e mortifero rigore. Volevamo però essere un organismo compatto nelle azioni e nel pensiero e volevamo raggiungere la zona rossa più di ogni altra cosa e, soprattutto, volevamo arrivarci incolumi.

Sapevamo che il clima era difficile e che alle forze dell’ordine la situazione stava sfuggendo di mano.

Per proteggerci il corpo avevamo avvolto della gomma piuma a gambe e braccia e per tenerla ferma avevamo usato lo scotch marrone da imballaggio. Ognuno di noi aveva a mo’ di elmo un casco da ciclomotore e un grade scudo di plexiglass completava il nostro spezzone. Il cordone dei più alti e muscolosi circondava il cuore del corteo e per resistere ai lacrimogeni c’eravamo noi con una maschera da saldatore e un limone in bocca. Qualche sedicente esperto di guerrilla urbana ci aveva detto, infatti, che la maschera e il limone ci avrebbero protetto dai gas e che i lacrimogeni poi potevano essere raccolti con dei guanti da giardiniere e messi un secchio d’acqua per essere neutralizzati. Quando me lo spiegarono mi sembrò una soluzione eccezionale e passai la mattina intera a tagliare limoni a fette da distribuire in caso di bisogno.

Questa armata surreale e a vederla oggi molto ingenua, era coloratissima, vibrante di un’allegria che non aveva bisogno di divise e nemmeno di bandiere. Non avevamo armi, lo giuro, neanche bastoni ma solo scudi e protezioni, di dubbia efficacia certamente, ma che a noi apparivano inespugnabili. Ci credevamo indistruttibili perché eravamo fatti di energia vitale, di gloria e di paura ed eravamo certi che non avremmo perso mai.

Alle dieci il corteo cominciò ad avanzare, incanalandosi nel grande viale fuori dallo stadio. I primi duecento metri li ricordo come in un sogno. Furono metri perfetti, di quelli che vale la pena vivere per ricordare di averli percorsi, quelli in cui sentii un coraggio che non ho mai più conosciuto. Furono, come capì in seguito, i metri che segnarono la fine del sogno e lo schiaffo in faccia, violento, della realtà.

Fu, infatti, in un solo attimo che cambiò il mio mondo. In un solo momento il cielo generoso di Genova perse colore e cominciò tutto.

Piovvero lacrimogeni a centinaia e pallottole di gomma ad altezza d’uomo e urlammo tutti. Lo scudo si ruppe, le maschere caddero per terra, nessuno sapeva dove andare. C’erano limoni dappertutto.

– Corri! Correte! Non vi fermate. Andate dritto! Andate verso Brignole, verso la stazione – urlò qualcuno dei miei.

Io a Genova non ci ero stata mai ma Alice, una compagna dell’Isola, mi prese per mano e mi disse che conosceva la strada più breve per arrivarci. Corremmo per minuti che sembrarono ore. Io ripetevo dentro di me quello che ci avevano detto gli avvocati del Social Forum come un mantra: “Cercare di evitare il dialogo diretto con le forze dell’ordine, cercare di rimanere aggregati per gruppi di affinità, cercare di tenere sempre gli occhi aperti su quello che succede in modo da diventare un testimone di eventuali lesioni di diritti…”.

Attorno a noi era fumo, c’era molta gente sanguinante e poliziotti a piccoli gruppi che inseguivano manifestanti di ogni età. I giornalisti ufficiali, con una casacchina gialla cercavano di fotografare tutto e i medici volontari medicavano ferite, per di più al viso e alle braccia di molti manifestanti. Il nostro corteo gioioso era completamente disperso. Da lontano vedevo alcuni dei compagni con pezzi di scudo ancora in mano ma sapevo che non potevamo fermarci, che bisognava andare verso Brignole.

D’un tratto entrammo, da via Caffa, in una piazza dove sembrava fosse scoppiato l’inferno. In mezzo al fumo gruppi di celerini pestavano ragazzi che avevano dei giubbotti salvagente come unica arma di difesa. Molti tiravano pietre, bottiglie, scarpe e tutto quello che trovavano per terra alle forze di polizia che rispondevano con colpi di manganello. Un elicottero volava così vicino da fare scoppiare le orecchie. Alcune ragazze si erano nascoste dietro a un cassonetto dell’immondizia e piangevano.

Io e Alice eravamo pietrificate. Fu in quel momento che sentimmo lo sparo e dopo qualche minuto capimmo che quel corpo in mezzo alla piazza era immobile.

– Oddio. Nooo. Porca Troia. Merde! – gridò un ragazzo.

Qualcuno ci prese dalle spalle e ci portò via, ma non ricordo esattamente chi. Ricordo che ci dissero che dovevamo correre come non mai, che adesso che ne avevano ammazzato uno non sarebbe finita lì.

STEFANIA SAVOIA

Nasce a Palermo nel 1980. Sin da molto giovane partecipa attivamente alla vita politica della sua città. È laureata in lingue e letterature straniere e si è specializzata in letteratura ispanoamericana. Durante gli anni universitari ha cominciato a interessarsi alla letteratura femminile. Ha fatto parte della redazione della rivista Mezzocielo – bimestrale di politica cultura e ambiente pensato dalle donne e ha contribuito alla sua versione online. È una delle traduttrici del testo della scrittrice messicana Nellie Campobello, Cartucho. Racconti della rivoluzione nel Nord del Messico (Le Lettere, 2011). Adora Eduardo Galeano, Violeta Parra e la poesia di Alda Merini. Da sei anni vive a Torino dove insegna lingua e cultura spagnola.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

Post a Comment