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animali e persone

Camminare come una scimmia di Sunaura Taylor

Traduzione italiana di feminoska

Pubblichiamo di seguito un breve estratto da Sunaura Taylor, Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale (edizione italiana a cura di feminoska e M. Reggio, traduzione di feminoska, Edizioni Degli Animali, 2021), riprodotto per gentile concessione dell’editore.

Sunaura Taylor è artista, scrittrice e attivista. Le sue opere sono esposte in diversi musei nordamericani. Professora associata all’Università di Berkeley, si occupa di intersezioni fra disability studies, ecologia, animal studies, giustizia ambientale, ecofemminismo e attivismo artistico. Un suo articolo, Vegan, mostri e alieni, è stato tradotto in italiano nel 2016.

Il libro, disponibile in Italia a partire da settembre 2021, costituisce una riflessione preziosa sui due posizionamenti dell’autrice, quello di attivista disabile e quello di antispecista. Due mondi che spesso faticano a incontrarsi ma che, come emerge dal pensiero di Sunaura Taylor, hanno tutto da guadagnare da reciproca una messa in gioco delle proprie istanze, delle proprie parole d’ordine.

Come in un gioco di specchi, l’intersezione fra disabilità e antispecismo produce alleanze e contraddizioni illuminanti (e, spesso, disturbanti): nei capitoli del libro si avvicendano storie di animali disabili, di attivistǝ disabili contro la sperimentazione animale, di etologǝ e primatologǝ «ereticǝ», di scimmie che imparano il linguaggio dei segni; di allevamenti e mattatoi visti come luoghi in cui la disabilità viene prodotta molto concretamente, del difficile rapporto fra animalismo mainstream e comunità autistica, di Temple Grandin e dei mattatoi; di animali che si ribellano e di critica al paternalismo/saviourism, di abilismo e colonialismo; dell’incontro/scontro fra Sunaura Taylor e Peter Singer e tanto altro ancora. Sempre a partire dal personale.

La ricchezza di riflessioni che il testo propone rappresenta un ulteriore, fondamentale, tassello nella costruzione degli strumenti utili a smantellare le mille forme del dominio, proprio perché entra in risonanza con le nostre esperienze, ci interroga chiedendoci di mettere profondamente in discussione – per l’ennesima volta – tutto quello che, in quanto antispecistǝ, ritenevamo assodato. E al tempo stesso propone, a chi lotta contro i processi di esclusione delle persone disabilitate, di prendere sul serio la propria animalizzazione, lo sfruttamento dei non umani e la possibilità di una solidarietà concreta fra specie diverse.

Camminare come una scimmia

«Ehi! Cammini come una scimmia!» La voce proviene da una ragazzina seduta con un gruppo di amici. Stanno ridacchiando, e mi indicano come se fossi un mostro esibito su un palco. Continuo la mia breve passeggiata dalla sedia a rotelle alla panchina e mi siedo tra alcuni amici. Cerco di non fargli capire quanto mi sento mortificata.

Sono all’asilo in una scuola pubblica ad Athens, in Georgia. Ho degli amici, ma vengo comunque regolarmente presa in giro per il modo in cui mi muovo, soprattutto per il modo in cui cammino. Gli altri bambini mi dicono che cammino come una scimmia. A volte viene detto come se fosse un dato di fatto, altre volte vogliono farmi arrabbiare.

È la ricreazione, e sono nel parco giochi con un’amica. La mia sedia a rotelle elettrica è di un rosso brillante e si muove rapidamente sul terreno.

«Venite qua» ci gridano alcuni ragazzini. Io e la mia amica ci dirigiamo verso di loro.

Uno di loro dice: «Guarda. Abbiamo costruito un forte». «È un club», dichiara un altro.

Io e la mia amica lo guardiamo: il «club» mi sembra semplicemente una delle attrezzature del parco giochi, forse con qualche bastoncino in più aggiunto qua e là.

«Fantastico!” rispondiamo sia io che la mia amica con entusiasmo.

Una delle ragazze, che sembra essere il capo, fa cenno alla mia amica di entrare. La mia amica entra nel club in preda all’eccitazione.

Parcheggio la sedia a rotelle e comincio a fare qualche passo.

«Oh no …» dice la ragazza. «Questo club è solo per le persone che sanno camminare. Scusa, Sunny».

Mi fermo. «Perché?» «È solo la regola». «Io so camminare».

Mi guarda triste, come se non avesse alcun controllo sulla questione. «Sunny, non cammini abbastanza bene. Sono le regole».

Torno alla sedia a rotelle, un passo di scimmia dopo l’altro. Sento i miei amici divertirsi sotto alla struttura del parco giochi.

«È una regola stupida», penso tra me.

Insulti animali

Nel corso della mia vita sono stata paragonata a svariati animali. Mi è stato detto che cammino come una scimmia, che mangio come un cane, che le mie mani assomigliano alle chele di un’aragosta e, in generale, che assomiglio a un pollo o a un pinguino. Questi paragoni sono stati fatti sia per meschinità che per scherzo. Ricordo di essere stata consapevole che i miei compagni di classe all’asilo intendevano ferire i miei sentimenti quando mi dicevano che camminavo come una scimmia, e ovviamente ci riuscivano. Tuttavia, non ero esattamente sicura del motivo per cui quelle parole avrebbero dovuto ferire i miei sentimenti: dopotutto, le scimmie erano il mio animale preferito.

Avevo dozzine di giocattoli a forma di scimmia. I miei genitori ricordano che la cosa che preferivo fare da bambina era andare al locale campo da minigolf per vedere il King Kong gigante. Ciononostante, sapevo che quando gli altri bambini mi paragonavano a una scimmia, non lo facevano per lusingarmi. Era un insulto. Capii che in quel modo commentavano la mia incapacità di stare del tutto in piedi quando non ero sulla mia sedia a rotelle: la mia incapacità di stare in piedi come un normale essere umano.

Capii che sentirsi dire che ero «come un animale» mi rendeva diversa dalle altre persone. […] Il modo in cui le persone disabili si muovono, quando «gattoniamo» o «camminiamo a quattro zampe», il modo in cui veniamo percepiti quando «stridiamo» o «ululiamo» o «facciamo strani rumori», il modo in cui manchiamo di controllo quando il nostro corpo si libera in maniera talvolta inadeguata, il modo in cui trasgrediamo l’etichetta sociale «mangiando come cani» e non riuscendo a stare eretti su due piedi: tutti questi elementi sono stati usati per confermare la percezione della disabilità come «indisciplinata», «bestiale» e «animalesca».

[…] È possibile rivendicare la mia identificazione con gli animali di fronte alla brutale realtà dell’animalizzazione umana? È possibile rivendicare un’identificazione con gli animali, date queste storie? Esiste un modo di riconoscere il ruolo dell’animalizzazione nella violenza indicibile subita da alcuni esseri umani, pur riconoscendo anche la violenza che lo specismo infligge ad altre specie? […] Gli animali possono rappresentare insulti potenti proprio perché li immaginiamo privi di vite soggettive ed emotive, vite che ci obbligherebbero ad avere una responsabilità nei loro confronti. Gli animali sono quella categoria di esseri verso cui, nella tradizione occidentale, abbiamo deciso di non avere doveri: possiamo comprarli, venderli e buttarli come fossero oggetti.

Chiamare qualcuno «animale» significa renderlo un essere verso il quale non si hanno responsabilità, un essere vivente che può essere reificato senza vergogna. […] È innegabile che gli animali abbiano subito una violenza terribile per mano degli umani, violenza che molto spesso condivide la genealogia con la violenza che gli uomini si infliggono l’un l’altro. E se considerassimo i terribili atti che hanno subito come un esempio del motivo per cui meritano non solo la nostra empatia e rispetto, ma anche il riconoscimento della nostra comune parentela? E se invece di sentirci umiliati, rivendicare l’animalità potesse essere un modo per sfidare la violenza dell’animalizzazione e dello specismo, e riconoscere che la liberazione animale è intrecciata con la nostra?

Immagine:

Sunaura Taylor

Musk Ox Greeting

2014

Oil Paint on Wildlife photography

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