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MEDITERRANEA: Qual è il destino delle parole che non trovano ascolto?

«Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri cosa sono?»1. Un immenso terremoto aveva appena distrutto tre quarti della città di Lisbona e il terrore e la paura si erano diffusi in tutta l’Europa, l’Africa, erano arrivati anche nelle Americhe. Una sola catastrofe, tuttavia, seppur di tale misura così vasta, non era stata sufficiente. A questa si era sommata anche un’auto-da-fé: gli accademici dell’Università di Coimbra – è Voltaire a raccontarcelo – avevano ben pensato che il singolare spettacolo in cerimonia di alcune persone bruciate a fuoco lento fosse un infallibile – e non si tratta di un aggettivo rubato accidentalmente da un vocabolario segreto per impedire che la terra tremasse nuovamente.

Qual è il destino dell’ottimistica teodicea di Leibniz dinanzi un simile scenario? Non è forse destinata a sbriciolarsi tra quelle stesse fiamme che nascono (questa volta non per una volontà divina, bensì) per volontà degli stessi uomini? Voltaire sa bene che ciò che è accaduto a Lisbona può accadere nuovamente. Ovunque.

A distanza di qualche anno da queste righe – ne son trascorsi ben duecentosessantadue -, possiamo continuare a chiederci se davvero questo sia il migliore dei mondi possibili. Nel momento in cui si scrivono queste righe, il numero di persone che hanno trovato la morte al centro del Mediterraneo dall’inizio di quest’anno sta per superare quota mille. Il cimitero più grande al mondo, così è stato definito. I corpi, talvolta, arrivano anche sulle spiagge. È accaduto anche all’alba del 3 settembre del 2015 quando un giovane barista, al servizio di un hotel situato nella lunga spiaggia della cittadina turca di Bodrum, scopriva il cadavere di un bimbo. Il suo nome era Alan e indossava una maglia di un colore rosso, un colore che non aveva perso la sua intensità nonostante le ore trascorse in acqua. Alan e la sua famiglia avevano tentato di raggiungere il Canada attraverso un programma di sponsorizzazione privata; tuttavia, le condizioni da soddisfare si erano rese impossibili. Così, all’alba del 2 settembre – il giorno prima che quel corpo raggiungesse, spinto dalle onde, la spiaggia di Bodrum – Alan e la sua famiglia erano saliti a bordo di un gommone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa. In conseguenza del terribile naufragio, tre giovani sono stati condannati a centoventicinque anni di carcere, un numero di anni così alto da sembrare così vicino all’infinità. «Mercanti di morte», «immigrazione clandestina», ecco individuate le colpe per dare giustizia – davvero lo è? davvero la colpa di quella morte è attribuibile esclusivamente a tre giovani? – a quel corpo.

La foto di quel bimbo sulla spiaggia ha abbattuto il mondo costruito. Almeno per qualche ora. Lo sgomento, così come quel terremoto del 1755, ha travolto l’Europa, l’Africa, è arrivato anche nelle Americhe. Il dramma delle migrazioni, nel momento stesso in cui è stato fotografato, è divenuto reale. Com’è possibile?, ci si è chiesti, è davvero possibile che oggi accada questo?

A distanza di pochi anni, sembra che quell’orrore sia svanito. Ci siamo assuefatti – così va la vita, scriverebbe Kurt Vonnegut – a un’atrocità quotidiana. Quella stessa foto che aveva reso finalmente reale la drammaticità delle migrazioni, ha anche contribuito a inaridirla davvero possibile un fenomeno simile? Virginia Wolff, nel suo saggio Le tre ghinee pubblicato un attimo prima che il secondo conflitto mondiale trovasse inizio, raccontando l’orrore dinanzi la fotografia di un cadavere talmente disfatto da non far intuire neppure se in vita fosse appartenuto a un uomo o a una donna, «così mutilato – lo descrive così – che potrebbe benissimo essere anche il corpo di un maiale»2, sosteneva che non soffrire a causa delle immagini che lacerano, spaccano, sventrano il mondo che c’è attorno, non restarne inorriditi, non impiegare le proprie energie per abolire ciò che causa abominevoli devastazioni, tutte queste reazioni non possono che essere quelle di un mostro.

Susan Sontag, invece, dall’orrore delle stesse immagini, arriva a una conclusione diversa, un esito che inerisce lo scoprirsi umani: «fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti»3. Possiamo chiederci se davvero la compassione possieda questo potere. Il termine, che deriva dal greco συμπάθεια, sympàtheia, composto degli elementi συν, syn, che significa «insieme», e πάθος, pàthos, che significa «affezione», ha percorso una lunghissima traccia nella storia. Trova origine nell’Atene del V secolo a.C. e, proprio alla nascita, si adagia in un piano di sfiducia: una diffidenza che ha inteso mettere in guardia dall’alea che può sopraggiungere nel momento in cui il sentire si sovrappone al sentire di un altro.

Possiamo davvero sentire il terrore di chi si ritrova al buio tra le onde, di chi tra queste perde ogni punto di riferimento, di chi si ritrova con la paura di scomparire ed essere dimenticato al centro di quel Mediterraneo e, al contempo, la paura che quei chiarori che si intravedono in lontananza non siano luci di reale salvezza, ma soltanto di chi ti riporterà in luoghi in cui la paura di morire si manifesta in modo ancor più forte? È proprio l’incertezza che abbiamo nel rispondere a quest’interrogativo che dovrebbe spingerci – ci riesce? – ad abbandonare quel desiderio egoistico di avere cura soltanto della nostra sopravvivenza. Comprendere che soltanto la debolezza presente in ognuno di noi, la faiblesse humaine che ci descrive Montaigne, può permettere davvero di unirci. Stipulare un nuovo patto di alleanza. Allearci con chi è temporaneamente in difficoltà per vincere davvero la vulnerabilità (o forse davvero: la fragilità) di ognuno di noi.

Migrare è un «diritto umano»: in una quotidianità in cui sembra sempre più che tanti lo abbiano dimenticato, è stato necessario che qualcuno ce lo ricordasse. A pronunciare queste parole è stato Papa Francesco. Le ha pronunciate a distanza di centinaia di metri da terra, in un volo aereo che dalla città distrutta di Mosul lo riportava alla Santa sede 4. Parole che, nonostante l’altezza – non metaforica – da cui sono state pronunciate, non hanno trovato ascolto, sono rimaste prive di destinatari. Si è deciso di continuare a non dare voce a chi bussa alla nostra porta. Erigere muri. Chiudere le frontiere. Respingere chi arriva per mare.

Qual è il destino delle parole che non trovano ascolto? Continuano ad esistere ciononostante?

  1. Voltaire, Candido ovvero l’ottimismo [1759], trad. it., Mondadori, Milano, 1988, cap. VI.
  2. Virginia Woolf, Le tre ghinee [1938], trad. it., Feltrinelli, Milano, 2004, p. 30.
  1. Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri [2003], trad. it., Nottetempo, Milano, 2021, p. 118.
  2. Papa Francesco nell’intervista a Paolo Rodari, la Repubblica, 2021, 9 marzo, p. 23: «La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare e diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare. E non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che migrare è un diritto umano».

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