Pedro Castillo e il malcontento verso il sistema neoliberalista
L’attesa immaginiamo sia stata di quelle spasmodiche, durata oltre un mese durante cui tutti lo davano ormai per vincitore, senza però effettivamente esserlo.
Ma per Pedro Castillo l’ufficialità del suo trionfo elettorale è arrivata poco più di una settimana fa e il 28 luglio scorso, nel giorno in cui viene celebrato il bicentenario dall’indipendenza spagnola, è diventato il nuovo presidente del Perù. Lo farà insediandosi alla Casa del Pizarro di Lima, dando inizio a una rivoluzione per il Paese sudamericano, che è stato chiamato a decidere per un ritorno al passato con la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, Keiko, e l’inattesa ascesa politica del maestro socialista.
Alla fine, la scelta è ricaduta su quest’ultimo e sul suo partito Perù Libre, seppur con margine talmente minimo che la sua avversaria ha tentato in ogni modo di ottenere i 200mila voti mancanti, paventando anche l’ipotesi di irregolarità durante il voto. Teoria smentita dagli osservatori internazionali, con gli esperti inviati dall’Unione europea che nel loro rapporto hanno parlato di elezioni “generalmente credibili e integre, in conformità con gli impegni e gli obblighi nazionali e internazionali che regolano i processi democratici”. Tutto secondo le regole, dunque, e allora il cambiamento che Pedro Castillo porta con sé può davvero iniziare il suo corso.
Una svolta così a sinistra in Perù è cosa rara e molto lascia pensare che la sua elezione, più che per l’ideologia marxista di cui si fa difensore, sia figlia di un malcontento generale verso il sistema neoliberista che ha governato negli ultimi tre decenni e che ha costruito un Paese spaccato e fortemente diseguale. C’è anche la speranza dietro la sua vittoria, certo, specialmente da parte della popolazione rurale, da cui Castillo proviene e che ha rappresentato una miniera preziosa di voti.
Così, la prima mossa del neo presidente è stata quella di rinunciare allo stipendio istituzionale mantenendo quello da insegnante. Un gesto simbolico e storico in egual misura, annunciato di fronte all’assemblea del partito, a cui ha fatto eco la proposta di “mettere fine agli stipendi d’oro” per le alte cariche dello Stato, dimezzando la paga di parlamentari e ministri. Una decisione che, d’altronde, rispetta la linea dettata in campagna elettorale. “Niente più poveri in un Paese ricco” gridava Castillo dai vari palchi, tenendo bene a mente come il 20% circa dei peruviani viva al di sotto della soglia di povertà, una percentuale molto simile a quella dei NEET, i giovani di età tra i 15 e i 24 anni che non studiano né lavorano. A Castillo verrà richiesto uno sforzo enorme, come quello di diffondere la fiducia delle istituzioni in un popolo rassegnato a vedere i propri eletti protagonisti di dinamiche poco chiare, illecite, molto spesso in ambito di corruzione. Ha sicuramente pesato anche questo nella corsa alla presidenza, con Keiko Fujimori che non solo si portava sulle spalle un’eredità paterna pesante e rigettata dai più, ma anche la richiesta di trent’anni di detenzione avanzata dalla procura nei suoi confronti per un suo coinvolgimento nello scandalo Odebrecht, con cui avrebbe ricevuto delle tangenti per le campagne elettorali del 2011 e del 2016, che l’hanno vista entrambe le volte sconfitta. Suo padre, invece, da tredici anni alterna la sua vita tra fuori e dentro il carcere.
“Basta prendere in giro i lavoratori, i contadini e gli insegnati. Oggi dobbiamo insegnare ai giovani, ai bambini, che siamo tutti uguali di fronte alla legge”, è la lezione promessa da Castillo per i prossimi cinque anni di governo. D’altronde, quattro presidenti e due Congressi sono il (nefasto) risultato prodotto negli ultimi cinque dalla politica peruviana. Ciò detto, la domanda che rimbalza su più bocche è quella della tenuta di un politico alle prime armi, affacciatosi alla vita pubblica solo da qualche mese e spinto dall’entusiasmo – e dalla rabbia – della popolazione. Anche perché smantellare un sistema economico per cercare di ridurre quanto più possibile i gap socio economici nella comunità e, ancor di più, scrivere una nuova Costituzione che abbia “colore, odore e sapore di popolo”, sostituendo quella di Fujimori approvata nel 1993, sono sfide che necessitano di un appoggio coeso e duraturo.
Sostegno che al momento manca, con il Perù Libre che conta 37 seggi sui 130 a disposizione, senza contare i cinque che arriverebbero in aiuto da Juntos por el Perú della psicologa Verónika Mendoza, anche lei convinta dell’urgenza di convocare un’Assemblea Costituente. Troppo pochi comunque di fronte alla compattezza dell’opposizione, capitanata da Fujimori che ha chiamato al fronte unico i suoi per “difendere la Costituzione e non lasciare che il comunismo la distrugga per prendere definitivamente il potere”.
A fare da cornice alle politiche che Pedro Castillo si augura di poter realizzare c’è, neanche a dirlo, l’emergenza sanitaria. La comparsa della variante Lambda a fine dicembre è diventata il ceppo dominante in Perù, che ha il triste primato di essere il Paese con il più alto tasso di mortalità al mondo. Ad oggi sono 12 milioni i cittadini che hanno ricevuto almeno una dose, dei quali 4,5 milioni hanno completato il ciclo vaccinale, pari al 13,8% della popolazione. Al dramma sanitario, inoltre, va aggiunto anche quello economico, con il 10% dei peruviani ridotto alla povertà solo negli ultimi dodici mesi.
Alla voglia di cambiamento incarnata da Castillo quindi pesa come un macigno una stabilità politica e sociale che potrebbe rappresentare la principale oppositrice alle sue riforme. Che dal 28 luglio, dopo l’insediamento, possono finalmente prendere il via. Castillo avrà dalla sua l’empatia creata i mesi di campagna elettorale con i suoi elettori, che lo vedono come l’unico in grado di concretizzare i loro bisogni, mentre si rivolge anche a quelli che non l’hanno votato chiedendo una pace non scontata. “Chiudiamo questo bicentenario, che ha avuto molti problemi lungo la strada, e apriamo la porta affinché il prossimo sia pieno di speranza, con un futuro e una visione in cui tutti noi godiamo e mangiamo del pane del Paese”. Parole che rendono Castillo consapevole di come l’unico alleato su cui può contare è quello che l’ha portato a essere il primo insegnante a ricoprire la carica di presidente. Un alleato che non può permettersi di deludere.