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NO GOing Back

RECENSIONE: NO GOING BACK, LE BATTAGLIE DEI GIOVANI QUEER INDIANI

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No going back, non si torna indietro è lo slogan dei giovani queer indiani che hanno lottato per anni affinché il governo abolisse la famosa Sezione 377, una legge del 1861 che criminalizzava i rapporti omosessuali. Dopo il falso allarme del 2009, il governo indiano ha riaffermato la sua posizione riguardo l’omosessualità, rimanendo fermo nella convinzione che la comunità LGBTQ+ del paese non debba vivere liberamente la propria sessualità. Si è dovuto aspettare il 6 settembre 2018 affinché il governo abolisse la Sezione 377, perché considerata incostituzionale e violante i diritti di autonomia e intimità. Dopo tredici anni, i ragazzi e le ragazze facenti parte della comunità LGBTQ+ indiana hanno potuto finalmente avere la libertà di esprimere la loro sessualità e di viverla come meglio credono.

Le vite degli attivisti e le loro battaglie confluiscono nel libro di Maria Tavernini, intitolato proprio come lo slogan delle manifestazioni. “No going back. Storie di giovani queer in un’India che cambia” è una finestra sulla storia della comunità LGBTQ+ indiana, grazie alla quale l’autrice dà la possibilità di conoscere gli avvenimenti che hanno diviso e cambiato l’India negli ultimi anni. Maria Tavernini segue l’esperienza e la vita di Sambhav, importante attivista per i diritti LGBTQ+, in cui la comunità ha visto più volte un punto di riferimento, insieme a sua nonna e sua madre. La casa di Sambhav infatti è diventata col tempo un vero e proprio luogo di incontro per i ragazzi e le ragazze che ne hanno bisogno: offrono rifugio e sostegno, li ascoltano e li aiutano a percorrere quella strada che molto spesso dalle famiglie indiane non viene accettata. L’autrice infatti sottolinea più volte come accogliere la propria sessualità in India non sia facile, a causa della religione, degli stigmi e stereotipi sociali. Non a caso dalle storie raccolte da Tavernini, molteplici e diverse tra loro, traspaiono le battaglie e la difficoltà che i giovani hanno incontrato, affrontando la propria identità nel contesto famigliare. Ma come si nota nel corso del libro, questa lotta si interseca sul piano politico con il processo di decolonizzazione dell’India.

L’autrice infatti non si sofferma solo sulle testimonianze dei giovani indiani, ma crea anche un ponte con la storia politica indiana, descrivendo gli eventi chiave che hanno caratterizzato l’India negli ultimi anni. Conflitti religiosi, lotte interne, vicende politiche passate e moderne si intrecciano alla lotta LGBTQ+, facendo di questa mobilitazione un vero e proprio “movimento intersezionale”, perché, come ha ribadito numerose volte Maria Tavernini, congiunge diverse realtà delle minoranze, come il femminismo e la lotta alla divisione in caste della società, facendo nascere un vero e proprio movimento multidimensionale, caratterizzato non soltanto dalla conquista dei diritti LGBTQ+, ma che ha alla base problemi di carattere sociale e politico.

Secondo Rundrani Chettri, donna transgender, hijra e attivista, c’è ancora un pezzo di Gran Bretagna in India, e la visione patriarcale, la transfobia e l’eteronormatività si sono cristallizzati con l’avvento del dominio britannico (p. 266). Lo stesso concetto di coming out non è molto spesso conosciuto o riconosciuto nella cultura indiana. Molteplici esperti e attivisti come Jo Krishnakumar hanno affermato che molte delle parole e del lessico utilizzato dalla comunità LGBTQ+ sono di importazione Occidentale, ma nel contesto indiano possono assumere un diverso significato (p. 184). L’autrice nota come dalla sua esperienza e dalle storie che le sono state raccontate, fare coming out non è una questione di coraggio ma di scelta, perché ancora ora molti giovani rimangono vittime di abusi verbali, stereotipi e talvolta violenza fisica, quindi è un’esperienza influenzata da più variabili (p. 183).

Per i giovani che Maria Tavernini ha incontrato, l’accettazione da parte della famiglia è un momento importante, che può avvenire a piccoli passi alla volta. Molti ragazzi sono costretti ad allontanarsi dalla famiglia per sentirsi più liberi di vivere la propria identità, altri invece rimangono a fianco dei propri cari intraprendendo una battaglia di accettazione a livello affettivo. Molti lo nascondono ai propri parenti, cercando rifugio nelle grandi città come New Delhi, altri compiono un percorso insieme a loro, esattamente come Sambhav, che ha trovato nella nonna un faro di speranza, diventato tale per l’intero movimento. Troppo spesso però, l’approccio con la famiglia diventa un conflitto, anche religioso, e numerosi ragazzi e ragazze sono costretti al matrimonio nonostante la loro affermata sessualità, perché la famiglia crede di “correggerli”. In casi peggiori vengono sottoposti a trattamenti medici e terapie che possono essere considerate vere e proprie torture.

Tavernini scrive che l’utilizzo di terapie di conversione, trattando l’orientamento sessuale come una malattia, portano all’insorgere di pensieri suicidi in adolescenti, come Anjana Harish la quale, in seguito all’assunzione di pesanti psicofarmaci, si è suicidata nel maggio 2020 (p. 78). Ancora più difficile è la situazione per le donne, come racconta Karuna, perché essendo la sessualità in tabù di per sé, le ragazze sono frequentemente costrette a sopprimere e nascondere la loro vera identità.

Le donne infatti devono affrontare con ancora più difficoltà la loro sessualità, perché in contrasto con la società patriarcale che le vuole sposate al fianco di un uomo. Per questo Maria Tavernini ribadisce ancora una volta il carattere intersezionale della lotta per i diritti LGBTQ+: non si tratta solamente di affermare e rivendicare le proprie libertà riguardo la sessualità, ma anche di lottare contro un sistema diviso in caste che opprime la popolazione, per questo la giornalista scrive che la lotta per diritti è molto differenziata.

Affrontare e accettare la propria sessualità in ambito rurale e popolare è molto più complesso e difficoltoso rispetto a una grande metropoli come New Delhi, in cui è possibile visionare e vivere differenti esperienze. In un grande città è molto più facile andare incontro alle diverse sfaccettature della cultura e dell’essere umano, mentre in un ambiente rurale è molto più complesso raggiungere la realtà esterna che ci circonda. A tal proposito, Tavernini fa notare, dalle interviste da lei raccolte, come molti ragazzi molto spesso non siano a conoscenza della comunità LGBTQ+. Ma per fortuna sono nati canali social, riviste e giornali che permettono la connessione di migliaia di ragazzi, tramite cui è possibile condividere la propria esperienza o iniziare a costruirne una. L’autrice è riuscita a collezionare diverse testimonianze che attestano come il potere dei social e di riviste come Galaxy, testata queer nata dalla mente di Sukhdeep Singh, sia stato fondamentale per molti ragazzi e ragazze, che hanno trovato non solo supporto, ma soprattutto hanno potuto esplorare e conoscere la loro identità. Grazie a blog, siti internet, social i giovani queer hanno avuto la possibilità scoprire un nuovo mondo, che si adatta meglio alla loro vera identità.

Dopo uno sguardo completo e esteso verso la comunità LGBTQ+ indiana, Maria Tavernini spiega effettivamente come la decriminalizzazione dell’omosessualità sia non solo un processo di accettazione nei confronti di esseri umani che vanno tutelati, ma sia un processo di decolonizzazione completo. La giornalista illustra come nell’antica cultura indiana siano rappresentati tre diversi tipi di natura umana: la natura maschile, la natura femminile e Tritiya prakriti, ovvero la terza natura, completamente integrata e accettata dalla società (p. 255). Questo e altri fattori mostrano come l’affermazione del binarismo uomo-donna è una nozione occidentale, importata con la colonizzazione del paese. Allo stesso tempo il processo di globalizzazione ha sensibilizzato la popolazione e ha fatto risvegliare le coscienze nel campo dei diritti LGBTQ+, ma tale processo può essere, sotto diversi punti di vista, negativo.

Tavernini infatti espone come il termine transgender sia di importazione, e rischia di diventare l’ennesima colonizzazione ai danni dell’India. Una volta che il termine è entrato nel linguaggio della comunità LGBTQ+ indiana, si è stati soliti racchiudere in questa categoria anche le più antiche minoranze appartenenti al terzo genere, come le famose hijra. La giornalista riporta le parole di Ina Goel, ricercatrice che ha lavorato con la comunità hijra come antropologa e assistente sociale, la quale afferma che l’identità hijra è una miscela di identità biologiche e sessuali sostenuta dalla religione e vincolata alla società, infatti per identificarsi come hijra bisogna essere adottato dalla comunità e poi seguire un percorso che può durare da mesi a anni (p. 259). Questo dimostra come l’identità transgender e hijra possono intersecarsi, ma rimangono fondamentalmente diverse. Questa differenza si riflette nella testimonianza raccolta dall’autrice di una ragazza hijra, Nisha, entrata nella comunità sin da piccola.

Dopo una accurata e esaustiva descrizione della situazione della comunità hijra in India, Maria Tavernini riporta alcune testimonianze di persone intersessuali, asessuali e pansessuali, spiegando l’aggiunta delle lettere nella sigla, diventando LGBTQIA+. La giornalista racconta la storia di Sandeep, un insegnante sordo che si identifica come pansessuale, che si è riconosciuto come tale solo crescendo e accettandosi completamente. Anche qui l’autrice riprende il tema dell’intersezionalità, sempre presente nelle sue interviste, scrivendo che la sovrapposizione di diverse identità e caratteristiche che una persona incarna sono una chiave imprescindibile per comprendere i diversi livelli di oppressione che una persona subisce (p. 286). La lettera A sta per asessuali che, come spiega Pragati Singh, ricercatrice in campo medico, sono una minoranza nella minoranza. Dai suoi studi è riuscita a comprendere che la sessualità umana è fatta di miliardi di sfaccettature, di cui nessuna è “anormale”, semplicemente perché la norma è stata scelta dalla maggioranza.

In definitiva, “No going back” è un caleidoscopio di esperienze emozionanti che gettano uno sguardo lontano dal nostro paese, soffermandosi su un altro, complesso e, come si è visto, con una storia dura alle spalle. È un libro preciso e esaustivo, dalle mille sfumature da cui emerge la potenza della lotta per i diritti dei giovani queer indiani. Una lotta che è stata vinta dal punto di vista legale, ma che ha ancora molta strada da percorrere, perché rimangono da combattere i pregiudizi, gli insulti e la violenza. Proprio come stiamo facendo noi in Italia in questo momento, mentre si lotta per affermare il DDL Zan, che può sotto certi aspetti contrastare la violenza nei confronti delle minoranze. L’otto maggio in piazza a Milano sono state ottomila le persone che hanno manifestato per l’approvazione della legge, a confermare la necessità e la voglia degli italiani e delle italiane di essere tutelati e protetti dalla violenza. Si potrebbe erroneamente pensare che il sessismo, l’omofobia, il razzismo siano concetti non connessi tra loro, diverse facce della medaglia che non possono o non riescono a comunicare, ma se c’è un concetto chiave che Maria Tavernini ha egregiamente descritto nel suo saggio è l’intersezionalità e il carattere intersezionale che le lotte di genere, le lotte all’omofobia e al razzismo devono necessariamente assumere. Come hanno sostenuto i giovani queer indiani, si deve lottare per i propri diritti e la propria libertà, che implica anche la libertà di non essere vittima di violenza, la libertà di accettare se stessi anche se la società non lo permette, lottare per liberarsi dagli stereotipi e dalle catene che rinchiudono ogni essere umano in un binarismo. Come hanno urlato i giovani queer indiani, non si torna indietro.

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