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Suicidio

Di suicidio non si parla: Autismo, Stigma e Suicidio

Sappiamo tutti che l’uomo è un animale sociale e questo semplice fatto lo viviamo sulla nostra pelle di continuo: una persona neurotipica ha il più delle volte una comunicazione che si basa su una serie continua di messaggi, verbali e non, che servono a rafforzare i legami e a integrare il singolo individuo nel gruppo; una persona autistica tende a basare meno la sua vita su uno scambio continuo teso a rinforzare i rapporti e si focalizza più su attività-interessi che tendono ad assorbirlo per ore intere.

Tuttavia, generalmente, la persona autistica tenderà a socializzare il suo interesse e, dopo una fase in solitaria per raccogliere dati, procedere nell’analisi e stabilire rapporti con altri elementi, l’autistico vorrà comunicare ciò che ha appreso. Una persona neurotipica potrebbe provare piacere a lavorare a una ricerca insieme ad altre persone e lavorare insieme per arrivare al risultato ( e questo stesso lavoro crea un legame), un autistico tenderebbe a vedere l’intervento di un altro individuo in quella fase come un’insopportabile ingerenza e perdita di tempo ma, arrivato a un risultato, morirà dalla voglia di comunicare quel risultato. Ecco perché molti autistici tendono a lunghi monologhi sull’argomento che interessa loro: non è narcisismo ( come spesso viene detto o pensato), non è desiderio di pavoneggiarsi ma è il piacere di rendere partecipe qualcun altro al proprio sapere; è socializzare.

Qualunque animale sociale privato della possibilità di socializzare tende alla depressione e alla morte; spesso a quella morte autoindotta che chiamiamo suicidio. Questo ovviamente non è esclusivo degli animali sociali e, per esempio, le galline in gabbia tenderebbero a spezzarsi il collo per uccidersi a causa dello stress e per questo vengono sbeccate. Ma gli animali sociali allontanati dal gruppo e dalla loro cultura1 incorrono in depressioni e muoiono di dolore. L’uomo non fa eccezione e, per quanto possa illudersi di “bastare a se stesso”, il comportamento umano è spessissimo ispirato proprio dal terrore dell’isolamento e della solitudine e un’arma molto forte di pressione sociale è proprio la minacciare di isolamento. Spesso dalla minaccia si passa ai fatti. L’immagine tipica che si ha degli autistici è proprio un’immagine d’isolamento eppure spesso è quell’immagine che ci condanna. Le nostre modalità di socializzazione, come accennato, sono differenti. Troppe persone pensano che se un autistico sta svolgendo dei movimenti ripetuti ( stimming) quella persona stia compiendo dei movimenti privi di senso o che, preso da un interesse assorbente, l’individuo stia soffrendo per un’ossessione; l’osservatore allora cercherà di intervenire interrompendo il movimento ripetuto o interferendo nell’attività che si protrae da ore. Ma se lo stimming non è affatto “privo di senso”, l’interesse assorbente provoca addirittura piacere. L’ingerenza di una persona per interrompere queste attività provocherà stress e, probabilmente, una risposta ostile e questo circolo vizioso, che si potrebbe spezzare lasciando le stereotipie in pace e assecondando la socialità della persona, genera proprio isolamento.

Una cosa che forse sanno in pochi è che una persona autistica ha un’aspettativa di vita più bassa rispetto a quella di un neurotipico e su questa ridotta aspettativa di vita ha un peso il maggiore tasso di suicidi tra autistici.

Di suicidio nella nostra cultura cristiana non si parla. Il suicidio è colpito da un forte stigma e la persona che si uccide viene additata come il debole che ha lasciato la “battaglia”che sarebbe la vita, in una concezione agonistica sempre presente nella nostra realtà. Si preferisce non guardare e capire un fenomeno che si ripete davanti ai nostri occhi con maggiore frequenza di quanto si voglia ammettere e questo nostro desiderio si accompagna a quello di non prendere sul serio qualcosa che spesso porta al suicidio e cioè la depressione. Questa terribile malattia viene spesso derubricata a mancanza di volontà, debolezza e sminuita con frasi che incitano a uscire, a “darsi una mossa”, “farsi una vita”. Debolezza, depressione, suicidio: tre cose su cui pesa atroce lo stigma sociale e, paradossalmente, lo stigma stesso è spesso all’origine di tutto questo.

Sul dizionario Treccani, se cerchiamo la parola stigma, ad un certo punto del lemma troviamo “In psicologia sociale, attribuzione di qualità negative a una persona o a un gruppo di persone, soprattutto rivolta alla condizione sociale e reputazione”. Letteralmente, stigma significa marchio e potremmo pensare allo stigma come la famosa lettera scarlatta che ti si imprime sulla pelle e non scivola più via. La società decide che determinate persone hanno questo marchio addosso sia per quello che sono che per le attività che svolgono e da questi individui ci si tiene lontani perché potrebbero turbare l’ordine costituito violandone le leggi, anche non scritte. Il suicida, il depresso, colui che viene considerato il debole in una società che ostenta forza, combattività, desiderio di vincere e prevaricare gli altri, sono elementi negati da allontanare e quindi vendono marchiati dalla lettera scarlatta. Ma anche gli autistici, per il loro modo di essere e di comportarsi, vengono colpiti dallo stigma e questo stigma crea un allontanamento che genera depressione e suicidio.

Da quanto detto si potrebbe forse pensare che noi autistici abbiamo il triste primato mondiale dei suicidi eppure non è così. Rispetto a un neurotipico c’è sicuramente maggiore possibilità che un autistico si uccida ma gli autistici non sono gli unici colpiti da stigma o gli unici colpiti da isolamento sociale. Purtroppo nella nostra società i gruppi di persone colpite da stigma sono tantissimi. Si pensi per esempio alla recente campagna di alcune femministe che, durante la discussione del ddl Zan, hanno accresciuto lo stigma verso le persone trans mettendo in giro ogni sorta di falsa notizia alimentando la visione distorta che la società ha di questo gruppo e, quindi, lo stigma. Ma anche le persone omosessuali o bisessuali vivono stigma sociale e vengono isolate o guardate con diffidenza; lo stigma colpisce la donna cis che disponga liberamente del proprio corpo per avere piacere o per abortire o la persona che decida liberamente di essere una sex worker. Tutte le persone appartenenti a questi gruppi hanno alti tassi di suicidio e, con una formulazione un po’ da slogan, potremmo dire senza tema di smentita “Lo stigma uccide chiunque lo subisca” e, come diretta conseguenza, chiunque diffonda e coltivi stigma nei confronti di un gruppo di persone è direttamente responsabile della morte delle persone che, appartenenti a quel gruppo, decidono di uccidersi per la condizione di marginalizzazione e isolamento in cui vivono: chiunque stigmatizzi qualcuno, lo uccide.

Come ho già raccontato in precedenti articoli, io ho subito bullismo, sia da insegnanti che da coetanei, sia per il mio essere autistico sia per la mia identità di genere non binaria. Per tanto tempo la mia vita ha avuto in sottofondo insulti quando non una violenza agita. Ricordo alcuni sguardi di disgusto nei miei confronti quando anche solo camminando ero giudicato troppo femminile e ricordo lo scherno quando, parlando di un argomento che mi stava a cuore, passavo delle ore a fare un monologo pieno di particolari o il mio pensiero arborescente mi portava a fare strane associazioni che, in alcuni contesti, sembravano geniali ma in altri erano segno della mia idiozia; ricordo com’era sentire la gente fare dei giochi di parole che non potevo capire e ripetermeli rendendosi conto che io non afferravo affatto il senso altro e quanto mi sentivo stupido in quei frangenti. In quei periodi sceglievo sempre la solitudine e cercavo di tenere gli altri il più lontano possibile anche perché, se si avvicinavano, non sapevo cosa volessero ed era meglio evitare altri attacchi.

Però mi mancavano rapporti umani e amicizia, così passavo parte del mio tempo a cercare di evitare i contatti umani e parte a sperare di trovare una via per averne senza essere massacrato. Però, se la comprensione delle norme sociali non ti è innata e non capisci con un cenno che stai dicendo la cosa sbagliata, sul campo minato calpesti una mina e salta tutto per aria e poi ti devi leccare per un po’ le ferite. Il pensiero più ricorrente che avessi era quello di essere sbagliato, una persona senza speranza e “un albero storto che non poteva essere raddrizzato”. In quella situazione, avevo una lametta e, in momenti di stress, mi provocavo delle ferite. La lametta era una mia compagna fedele e un pensiero ricorrente era quello di farla finita. L’idea principale era aprirmi le vene dei polsi e lasciarmi morire così ma spesso pensavo ad alternative come affondarmi il coltello nel petto o saltare dal balcone di casa; alcune volte il desiderio di farlo è stato così marcato che ho preso il coltello o la lametta in mano e mi sono preparato a uccidermi e solo con un enorme sforzo mi sono potuto allontanare da lì.

A fermarmi non è stato nessun vero pensiero filosofico o alto pensiero ma paura. Non credo né in Dio né nella vita dopo la morte e l’idea di svanire nel nulla mi crea angoscia; è solo perché non ho saputo vincere quell’orrore che sono ancora qui.

L’idea di farla finita nell’adolescenza è molto comune ed è normale vista la delicatezza del momento; ancora più diffusa è tra quelle persone che sono isolate e che non hanno qualcuno su cui fare affidamento e molti di coloro che pensano di farlo poi, lo fanno davvero. Fare del suicidio un tabù serve a non risolvere il problema, a farne il problema di qualcun altro, ma è un problema di tutti. E’ necessario parlare di suicidio, depressione e di stigma e lavorare per combattere perché nessuno sia isolato e condannato a morte; una morte sociale prima e fisica poi.

1 anche la cultura ha perso lo status di esclusiva dell’umano per diventare qualcosa di diffuso tra molti gruppi di non umani al punto che presso le orche la spinta culturale è talmente forte da creare speciazione

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