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Sicilia Che brucia

La Sicilia brucia: il legame fra militarizzazione, questione ambientale e turistificazione dei Sud.


Il caldo record ormai non è più un “evento” ovvero qualcosa che rompe la continuità della norma, ma è ormai un’asticella che si sposta sempre più verso l’alto. La Sicilia da cui provengo è fra le regioni più colpite e si tratta di un processo ormai avviato da tempo. In questi giorni ha fatto notizia il record di Siracusa che sfiora i 50 gradi, eppure questa situazione va avanti da una decina d’anni nel silenzio mediatico della “Dolce vita”.

Le aree interne sono in via di desertificazione e ogni giorno sulla costa si vede la cosiddetta “Lupa”, la foschia marittima causata dallo scontro fra aria calda e acqua, un fenomeno che i pescatori raccontavano vedere solo qualche giorno l’anno ed oggi è praticamente quotidiano.

Tutto questo per dire cosa? La Sicilia è stata particolarmente colpita dal surriscaldamento globale, come cerniera fra Nord e Sud globale e questo è un fatto estremamente politico. Ben prima di FFF in Sicilia erano presenti movimenti ambientalisti, specie per quanto riguarda la questione dell’acqua, poiché la Sicilia è una delle poche regioni europee a soffrire la siccità. La desertificazione in atto non fa che peggiorare la situazione e fruire dell’acqua diventa sempre più un marcatore di classe fra vacanzieri e residenti dei quartieri popolari. Quando il surriscaldamento è un numero su un termometro, ci troviamo davanti ad un privilegio ma per alcuni territori significa letteralmente non avere accesso a servizi essenziali. Il mio paesino d’origine (Villafranca Tirrena) si trova vicino allo snodo Alcantara-Fiumefreddo che rifornisce d’acqua Messina e Catania, un punto privilegiato per l’accesso all’acqua rispetto alla Sicilia meridionale/centrale, eppure da giorni la situazione è fuori controllo con le autobotti che distribuiscono acqua e il Comune che annuncia un serrato razionamento (la stessa pratica che per i media occidentali, anche italiani, certificherebbe il fallimento del “modello cubano” rispetto al rigoglioso Occidente) fino a data da destinarsi.

Sicilia Temperatura



Eppure, non si tratta di un problema meramente “ambientale”. Il sistema delle tubature è al collasso, la poca acqua che c’è si disperde costantemente nelle strade per continue rotture dei tubi la cui manutenzione è di fatto inesistente.

Nel 2020 i livelli di efficienza della distribuzione idrica (un tasso che ci dice quanta acqua arriva dall’acquedotto alle case), eccetto nella provincia di Enna e di Caltanissetta, erano attestati fra il 45% e il 60% a Messina, Palermo, Ragusa e Agrigento e al di sotto del 45% fra Catania e Siracusa. La media nazionale è 60-75%. Questo significa che in gran parte dell’isola, la maggior parte della già poca acqua non arriva nelle case.

Se dovessimo fare una genealogia della cosiddetta “questione idrica” in Sicilia, dovremmo scrivere un’intera tesi che parte dal 1600 in cui i nobili latifondisti utilizzavano l’accesso all’acqua come dispositivo di controllo dei braccianti mentre nei tempi più recenti troviamo la borghesia mafiosa a distribuire acqua nei quartieri popolari per assicurarsi rispetto e consenso. Capiamo bene quindi che la gestione dell’acqua è una questione di potere fondamentale. Le cause di questa gestione criminale sono da ricondurre al “modello Girgenti acque”, diventato famoso in Sicilia per la sua inefficienza e simbolo della lotta contro la privatizzazione del servizio di erogazione idrica.

Nonostante il referendum, in Sicilia le provincie hanno continuato a mantenere tale servizio sostanzialmente privato o tramite le concessioni (modello AMAM e Girgenti) o la creazione di finte aziende pubbliche che vengono gestite attraverso il diritto (e le relazioni sociali che ne comportano) privato. Queste aziende, legate ad amministrazioni clientelari, sono famose per la propria corruzione ma non si tratta semplicemente di questo: chi gestisce privatamente un servizio pubblico, non ha alcun interesse nella manutenzione dello stesso, in quanto le sicure perdite verranno pagate in termini economici e sociali da utenza e Stato, mentre i profitti dettati da questo risparmio criminale, verranno divisi fra i soci. L’inefficienza di questi enti privati viene poi scaricata politicamente sull’ente pubblico, che incarnerebbe moralmente l’indole dellə terronə straccionə e scansafatiche e legittimerebbe ulteriori privatizzazioni in un circolo vizioso la cui fine è il collasso del sistema.

Questo mix di devastazione ambientale e infrastrutturale rende la Sicilia sempre più invivibile e spinge all’emigrazione interna ed esterna. L’aggregazione politica viene debilitata ogni anno nell’isola a causa dell’emigrazione interna di cui io stesso faccio parte. Che futuro si prospetta per un diciottenne in un posto dove manca addirittura l’acqua? Attenzione però, decostruiamo la narrazione della colpa e dell’eroe: non è un discorso individuale, non si tratta di denigrare chi parte o chi resta, in quanto non si può scaricare il peso della ricostruzione sulla figura del martire e non si può cercare il capro espiatorio su chi cerca di sopravvivere. Piuttosto dovremmo chiederci perché l’emigrazione dal Meridione (e dal Sud del mondo) aumenta e quali effetti ha sui territori.

Il Movimento No Muos è in questo emblematico: un movimento che risvegliato il politico nell’isola, che animato altri movimenti e visioni di società, è oggi molto ridotto rispetto a pochi anni fa. Perché? Il Comitato No Muos di Niscemi (epicentro del movimento stesso) e quello Giovani No Muos di Messina sono quasi spariti perché formati da student* medi* che dopo il diploma hanno preso un Intercity verso Nord. Questo è stato un tema centrale nell’analisi della manifestazione annuale di questo 7 Agosto che non vuole essere rituale.


In questo però lo Stato italiano, con la complicità delle élites locali, trasforma questo deserto in un campus di basi militari come il Muos che devastano a sua volta il territorio. Quando nel 2012 si denunciava che l’unica antenna Muos che non stava in un deserto, era quella siciliana, avremmo dovuto immaginare che il deserto lo stavano creando proprio a partire da lì, perché l’unico destino per l’isola che brucia è diventare un prodotto di consumo: turistico o militare. La Sicilia non va vissuta e attraversata, va posseduta e sfruttata. In questo troviamo il lungo filo che lega il Regno borbonico, quello sabaudo, il Fascismo e la Repubblica: la Sicilia è storicamente governata da logiche coloniali, seppur in forma diversa.

Nessuna giustificazione per amministrazioni locali colluse utilizzano il sentimento meridionalista sempre più diffuso per legittimare il proprio spazio di potere in uno scontro contro lo Stato che è solo fittizio da più di 150 anni. Non abbiamo finora visto amministrazioni locali che si scagliassero contro la militarizzazione del territorio, che acuisce una crisi ambientale gestita solo in via “emergenziale” con autobotti e razionamenti.


Anche nel razionamento idrico troviamo il volto brutale della turistificazione dei Sud.
L’acqua, infatti, manca solo nelle case, specie nelle zone lontane dal mare dove non troviamo villeggianti e turisti, anche all’interno di uno stesso Comune. A questi è infatti assicurata anche l’acqua nelle docce sulla spiaggia per togliersi la sabbia dai piedi mentre i residenti più poveri hanno 6 ore d’acqua al giorno. Però aprono centri commerciali sulla spiaggia e nuovi lidi, in questo Sud bomboniera cui ci vogliono condannare, un Sud che può essere consumato a pagamento e per un periodo limitato.

Nel frattempo, il Movimento No Muos ci dice che a Niscemi manca l’acqua ogni 15 giorni, la sughereta sta morendo di radiazioni ad alta frequenza e incendi che arrivano in quasi tutta la Sicilia e questo fa aumentare ancora le temperature già insopportabili. Risulta iconica l’immagine di una Regione che manda gli elicotteri su un centinaio di manifestanti No Muos che reclamano l’autogoverno della terra che attraversano e vengono trattatə come terroristə, mentre a pochi metri i boschi bruciano e si devono affittare i Canadair da privati.


Ci stanno letteralmente uccidendo di militarizzazione e turistificazione, ormai intrinsecamente collegate. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un meridionalismo intersezionale che sappia localizzare la questione ambientale, perché neanche il caldo ci colpisce chiunque allo stesso modo.
Il meridionalismo deve smettere di essere una spilletta identitaria e diventare un vero e proprio sguardo dal margine che si faccia interprete di uno movimento che cambi lo stato di cose presenti, che si faccia portatore di un’alterità esistenziale che rompa le catene del dominio paterno della Patria che ci colonizza, del Padrone che si sfrutta e del Patriarca ci silenzia. La Sicilia (e tutto il Sud) oggi soffre ma il Fuoco dell’Etna, che iconicamente rappresenta il legame fra umano e natura, fra il popolo siciliano e il cuore dell’isola stessa, non è stato ancora sottomesso. Ed è su questo Fuoco che bisogna soffiare.

Davide Curcuruto (1996) messinese laureando in Sociologia e Ricerca Sociale fra l'Università di Bologna e la Humboldt Universität di Berlino, attivista Queer nel collettivo La Mala Educación e la rete B-Side Pride. I suoi interessi accademici di inseriscono nell'intersezione fra la Sociologia Economica, i Gender e Subaltern Studies nel contesto mediterraneo.

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