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L’assassino di Youns El Boussetaoui a Voghera: politiche securitarie, deindustrializzazione, carenza nei servizi sociali.

Un rifiuto umano. Ecco chi è morto l’altro giorno a Voghera. Oggi il mondo è un posto più pulito”. Questo ha detto Massimo Dalla Nina, consigliere comunale della città lombarda , dopo l’assassinio di Youns El Boussettaoui.

La sindaca, Paola Garlaschelli, invece ha scelto un’altra strada per disumanizzare la vittima: l’ha completamente ignorata nella sua laconica dichiarazione: “Abbiamo appreso la tragica notizia che ha coinvolto il nostro assessore “. Quella di Youns è dunque solo nuda vita innominabile, estranea, aliena per un contesto che, per stare sempre alle parole della sindaca è invece “accogliente e il cui pilastro sociale è costituito da associazioni d volontariato e da una fitta rete di servizi sociali “.

I fatti ormai sono noti. Youns El Boussettaoui è stato ucciso con un colpo di pistola dall’assessore alla sicurezza Massimo Adriatici, ora agli arresti domiciliari per eccesso colposo di legittima difesa. Nell’immediato la sua difesa sembrava simile in tutto e per tutto simile a quelle dei suoi ex colleghi poliziotti all’epoca della legge Reale: inciampavano, cascavano ma un colpo partiva sempre.

Ma la tragica morte di Youns – Musta il suo soprannome – non è certo il frutto del caso ma il risultato di un clima sempre più pesante in cui siamo immersi da troppi anni.

Sicurezza, degrado, decoro, invasione chiamano inesorabilmente in causa controllo sul territorio, misure di ordine pubblico, telecamere, blitz, ronde di cittadini :c’è sempre un Bronx da espugnare perché “la sicurezza non è né di destra né di sinistra “.

Di Musta ormai sappiamo tutto : la moglie in Marocco coi suoi due figli, i frequenti contatti coi familiari che cercavano di dargli una mano, la morte della madre, i problemi psichici aggravatisi negli ultimi tempi, la panchina che era diventata casa sua e dove era tornato dopo la fuga da una struttura di Vercelli dove era stato ricoverato dopo aver subito un Tso.

Qualche precedente, i classici reati minori, lo fanno diventare un nemico della sicurezza cittadina e forse una ossessione per l’assessore Adriatici. E allora succede il fattaccio : la lite, il pugno, lo sparo.

Ma non lo lasciano in pace nemmeno da morto : gli viene fatta l’autopsia senza neanche avvisare la famiglia. “Il ministero ci ha risposto che è stata una svista-ha detto l’avvocatessa Debora Piazza- ma in più di venti anni di carriera non ho mai visto niente del genere “.

Anche di Massimo Adriatici ormai sappiamo parecchio : ex poliziotto, per qualche tempo docente di diritto processuale penale, insegnante alla scuola di polizia di Alessandria, la pistola spesso in tasca. Adriatici è anche avvocato di un importante studio cittadino che lo ha catapultato alla carica di assessore pur avendo avuto poco più di un centinaio di preferenze. E da assessore leghista aveva combattuto la sua battaglia securitaria a colpi di Daspo urbano e di ordinanze anti bivacco, anti accattonaggio, anti movida. Provvedimenti ribaditi poi con grande sfoggio di titoli e articoli sui giornali e servizi sulle tv locali.

L’ultima ordinanza prevedeva il divieto di vendita di bevande refrigerate dopo le 18, con esclusione di bar e ristoranti. “Abbiamo voluto fare un intervento chirurgico-diceva l’assessore – con limitazioni solo ove necessario per quegli esercizi che vendono alcolici a prezzi molto contenuti”. La quotidiana guerra al degrado, e ai poveri, si combatte anche costringendo a vendere birra e bibite calde con sanzioni vanno da 75 a 450 euro e possono costare all’esercente la chiusura da 3 a 7 giorni.

Ma quello che succede dopo lo sparo non è solo la conseguenza del clima securitario imposto da provvedimenti come questi. C’è anche di peggio.

I video infatti mostrano Adriatici camminare tranquillamente sulla scena del delitto, parlare con i carabinieri e addirittura istruire un testimone : “L’importante è che tu dica che stava per darmi un calcio in testa”.

La tragica fine di Youns mostra però molti altri elementi che non possono essere semplicemente rubricati come sfondo ma che raccontano impietosamente un pezzo di paese.

“La fitta rete di servizi sociali” di cui parla la sindaca leghista è solo un tentativo di giustificazione.

Quanto si investe nell’assistenza psichiatrica? Che strutture ci sono e come funzionano? Da circa un ventennio gli investimenti per la salute mentale sono ridotti al minimo, servirebbero psicologi nelle Asl soprattutto in tempi di pandemia.

Ma i soldi non ci sono mai o vengono spesi altrove.

I presidenti di regione, nel 2001, si erano impegnati a spendere il 5% del loro budget per questi servizi ma non ci è riuscito nessuno, la media è rimasta al 3, 5%, al di sotto dell’obiettivo. Più facile prescrivere psicofarmaci o tornare, nei servizi psichiatrici, a metodi repressivi. Del resto la Lega è avversaria dichiarata da tempo della legge 180, da sempre largamente inapplicata. Fosse ancora vivo, Basaglia vivrebbe tempi molto difficili e la sua riforma oggi sarebbe impensabile.

Ma il clima in cui matura l’omicidio è anche frutto del suo contesto sociale ed economico. Voghera è infatti una delle molte “ghost town” del nord Italia post industriale: capannoni vuoti, case sfitte, negozi in vendita che testimoniano la crisi e la fine di un modello di sviluppo iniziata anche prima del Covid. “Da bambina vogherese degli anni ’80 vivevo in un tripudio di negozi e fabbriche – ricorda la segretaria cittadina della Cgil Stefania Maglia- Oggi il lavoro è quello pessimo, precario e sotto ricatto di appalti e subappalti nella logistica e nei centri commerciali “.

E una spia più che evidente di questo deserto è il poco invidiabile primato di Voghera: quello del gioco d’azzardo, una slot machine ogni 98 abitanti. Se la giunta comunale è stata prolifica in fatto di ordinanze sulla sicurezza non è stata altrettanto solerte nell’affrontare questo problema : il regolamento che limita nell’orario l’uso delle slot arriva infatti solo lo scorso anno nonostante le sollecitazioni delle associazioni che si occupano di ludopatia.

Le ragioni di questa tragedia quindi sono molte e chiamano in causa tanti ambiti diversi: le giornate di Bahjia, la sorella di Youns che è diventata un simbolo , non saranno certo facili come non è stato semplice il clima in cui si è svolta la manifestazione in ricordo di suo fratello.

Il corto circuito tra media e politica, con tutto il suo carico di razzismo, è ripartito subito: “Assessore uccide un molestatore” ha titolato il quotidiano “La verità “.

“Questo fatto è stato politicizzato, ormai si specula su tutto- ha sentenziato invece il procuratore Gratteri – C’è la fazione pro e la fazione contro e sicuramente la sinistra farà il tifo per la famiglia del morto”.

Dire “restiamo umani” ormai non basta proprio più.

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