TOP
Elisa suona l'arpa

Elisa Nicotra alias Esta Alicorni – Viaggiando leggera come dita sull’arpa

“Invisibili città” è una rubrica che si propone di raccontare le storie meravigliose che ogni essere umano custodisce. Per smontare lo schermo degli stereotipi e addentrarsi nella realtà…che è molto più caotica, bella e intensa di quello che si vede in foto. “You don’t need to be a voice for the voiceless. Just #passthemic ” (Su’ad Abdul Khabeer)

Una cosa che rimpiango dell’Italia: gli amici. Una cosa che non rimpiango: il caldo. Uno stereotipo del tutto infondato su di me in quanto italiana: che io cucini pasta al pomodoro. Uno stereotipo infondato sui francesi: che siano sexy.

La cosa migliore che mi sia successa in Francia? Il mio lavoro. Fare concerti e conferenze, e guadagnare soldi per questo. In Italia è fantomatico. In Italia ho fatto la catalogatrice di affreschi, la cartomante al Carnevale di Venezia, la guida turistica, la sarta, l’insegnante d’inglese; ho svolto attività di dog-sitting congiunta a volantinaggio in costume dell’Ottocento. Il lavoro più strano dal MIO punto di vista, però, è stato a un call center. Dovevo dire alla gente se avevano cinque minuti per un’intervista, ma in realtà il sondaggio durava 20 minuti. Generalmente riattaccavano. I pochi con cui sono riuscita a parlare dovevano rispondere a un questionario sulle loro convinzioni sociali e politiche, di cui a me non interessava assolutamente nulla. Ho lavorato lì per tre giorni. Ah, un altro lavoro che mi è stato commissionato era una traduzione di un testo dal greco bizantino al dialetto veneziano.

Comunque,una delle cose che Venezia mi ha insegnato, è che per fare qualsiasi cosa servono dei soldi. E ai francesi va riconosciuto che, diversamente dagli italiani, sono propensi a pagare gli artisti per il loro lavoro. Quando sono partita per la Francia lo sapevo già, ma il motivo del mio trasferimento è un altro.

Se oggi vivo e lavoro in Francia, lo devo agli Etruschi.

Mi spiego. Il mio amore per gli Etruschi è alla base del mio rifiuto di andare a fare un dottorato nel Regno Unito. Lì avrei dovuto catalogare reperti in vetro risalenti all’occupazione romana. Non potevo farlo: chiunque conosca la ricchezza e la profonda originalità della civiltà etrusca è consapevole che i Romani… non potevo farlo, e basta! Ma c’era un problema: ormai avevo detto a tutti che stavo per lasciare l’Italia, e così ho preso l’arpa e sono andata in Francia.

Se vuoi trovare casa mia, devi arrivare in Armorica, la terra di Asterix e Obelix. Se arrivi da sud, vai a Rennes, e poi arrivi al menhir di Saint-Sanson; insomma ti fermi venti chilometri prima del mare, la Manica (che non è l’oceano).

Mi trovo bene qui. Ho alcuni amici, anche se sono molto riservati e io non esco mai. Frequento artisti e persone ricche di spiritualità, così mi illudo che l’umanità è da salvare. La mia migliore amica, comunque, si chiamava Bubulle ed era una foca. Si trovava quasi sempre all’imbarcadero di Plouer-sur-Rance, e volentieri se ne stava in compagnia degli umani. Mi hanno spiegato che ha cominciato a frequentare il porto negli anni Novanta; dicevano che era stata rifiutata dal branco perché sterile, e negli ultimi anni compariva affiancata da altre due femmine del gruppo, molto più giovani. Ad un certo punto qualcuno ha pensato di portarla in un’area protetta, un santuario delle foche, ma poco tempo dopo Bubulle è evasa ed è tornata dalle nostre parti. Non l’hanno lasciata in pace nemmeno quando si è spiaggiata per la stanchezza e la vecchiaia: hanno fatto di tutto per rimandarla in acqua, ed è morta. Io ho pianto parecchio, perché è raro che succeda di avere un’amica foca con cui chiacchierare tutto il pomeriggio.

Per quanto riguarda le residenti umane, posso dire che si dividono in quattro categorie:

-categoria “Beniamina” (dalla moglie di Abraracourcix, capo del villaggio di Asterix);

-tipologia “secca e rugosa, bionda, irascibile e sempre impegnata in qualcosa”. Dormono poco, piene di fuoco;

-categoria “Valchiria”: alta, mascolina, ha trenta figli, va a cavallo e ha sempre un sacco di energia;

-donne di origine non bretone.

Io, pare, appartengo alla seconda categoria. Sì, perché in Bretagna tutti amano l’Italia e gli italiani. Non c’è traccia dell’antipatia, italiana o francese, degli abitanti delle grandi città. “Milan? Une ville MAGNIFIQUE!” mi dicono entusiaste. E io penso a Milano: mah, non saprei.

Insegno italiano ad alcune donne che sono state in Italia, ne conservano un ricordo meraviglioso, vogliono tornarci e saperne sempre di più. Vogliono leggere gli autori della letteratura italiana, ad esempio Calvino, e sono coltissime. Ho davvero trovato pane per i miei denti, e loro altrettanto, credo! É una sfida continua.

Poi ho le mie alunne di arpa. In Francia, al mercoledì non c’è scuola, e i bambini fanno di solito delle attività alternative (perché invece il lavoro c’è e quindi i genitori sono impegnati). Le mie allieve mi sfruttano anche come psicologa, ma io vorrei dir loro, con la mia aria più cinica e annoiata, che non so perché lo facciano e che la loro fiducia è assai mal riposta. Che non ci credo.

Poi tengo lezioni di francese online. Ma per parlare francese bisogna davvero tenere la bocca così e così, e mi sono venute delle rughe specifiche da pronuncia del francese!

Per fortuna, da qualche tempo le restrizioni antiCovid si sono allentate e abbiamo potuto ricominciare a fare festival e concerti. Il più bello di questa stagione estiva, finora, è stato il 14 luglio, per festeggiare gli undici anni di carriera di un mio collega. Ha invitato a suonare con lui diversi musicisti, e mi è piaciuto moltissimo, perché adoro suonare assieme a vecchi mostri sacri. Uno di loro suona la bombarda, un altro è un ubriacone: è stato bellissimo! Quando è stato il mio turno, abbiamo eseguito alcuni brani tradizionali bretoni e un brano mio, “The Wild Man”. Tutti pensano che io l’abbia scritto per un certo umano di loro conoscenza, un arpista famoso, ma non è così. Io l’ho scritto per Flannan. Ma dunque ora devo spiegare chi è Flannan.

Flannan O’Connor è con me da parecchio. Si potrebbe definire il mio alter ego, se non fosse che in realtà sono io l’alter ego di Flannan. Da quando eravamo molto giovani, è stato sempre (con) me con le sue storie e le sue avventure. Da tempo immemorabile ne scrivo, ed è così che infine è stato pubblicato il mio primo libro, Memorie di un folletto.

Il matto se ne andava

per le vie del mondo

fossero di sabbia o fossero di fango

Come cappello avea una nuvola,

e ai piedi un fior di rucola…

Essere un folletto irlandese in un manicomio di Londra nell’Ottocento è stata l’avventura peggiore per Flannan. Ma ne è uscito con un’esperienza sufficiente da permettermi di scrivere un secondo libro, che sto portando avanti in questo periodo. É difficoltoso, a dire il vero, al momento: c’è così tanto da scrivere, e puntualmente mi rendo conto delle idee migliori quando sono impegnata in mille altre cose. Ma questo secondo libro piacerà anche di più a chi lo leggerà, perché parla di Parigi e di Venezia.

Nel caso non si fosse intuito, Venezia è la città cui sono più debitrice. Venezia mi ha insegnato innanzi tutto la leggerezza. Quando abitavo lì, il cellulare non serviva: per incontrare le persone con cui si doveva organizzare qualcosa bastava andare per strada. Se io fossi una città, di Venezia avrei la caratteristica di essere poco funzionale, con strade che non arrivano e strade che non sono strade. E resterebbe un mistero lo sviluppo di un sorprendente senso dell’orientamento, quello che ti permette di riuscire comunque a ritrovare la piazza del mercato, il castello, cattedrali e templi di dei. Se fossi una città, però, la cosa più notevole sarebbe l’assenza o la scarsità di case. Le poche case presenti avrebbero un’architettura strana. In questa città, la polizia sarebbe molto tollerante nei confronti di cani senza guinzaglio e furti di piccola entità, ma per la calunnia e la trascuratezza verso le cose belle ci sarebbe la pena di morte immediata. I cittadini, dunque, sono lieti dell’assenza di burocrazia, e ivi la giustizia gode fama di snellezza non comune. Altre cose non tollerate sarebbero la prevaricazione, il razzismo e tutte le altre forme di violenza. Infine, non si potrebbero aprire commerci di beni nuovi: ci sarebbero negozi di usato, biblioteche e luoghi dove praticare il baratto. Ovviamente ci sarebbe una locanda sordida con numerose storie di fantasmi.

Questo luogo che mi somiglia è influenzato non solo da Venezia: in effetti, c’è un trittico di città che mi ha costituito e mi designa. Si tratta di Acireale, che ringrazio per i quartieri di ruderi, abitati da gatti e alberi di fico; Dinan, la mia attuale dimora, dove in effetti ci sono solo negozi di usato, botteghe di artisti e mille leziosaggini ispirate al Medioevo, ma quando ti serve una cosa utile devi andarla a comperare altrove; e infine il borgo di Grazzano Visconti, perché è finto. É stato costruito a tavolino da un Visconti mistico-rinascimentale che l’ha disseminato di edicole votive dedicate a Maria. E anche per me che sono una purista, una che “se non è vero Medioevo, è spazzatura”, questa città è degna di ammirazione perché è una visione che prende corpo.

Milano. Ogni volta che torno, una mano anonima ha riempito il mio armadio di vestiti ricevuti da qualcun altro. Purtroppo le mie preferenze sull’abbigliamento mi farebbero sperare in modelli stile “circo Togni” invece che “signora rispettabile, probabilmente siciliana”. E invece è così: questo armadio Non-Narnia lo ritrovo tutte le volte e devo dare via, vendere, regalare una quantità di cose.

Io non ho mai comprato vestiti. Viaggio leggera, e se ho bisogno di qualcosa, aspetto e dopo un po’ arriva.

Bisognerebbe dirlo alle nuove generazioni: LASCIATE PERDERE.

Detto così suona disfattista. Ma intendo dire: lasciate perdere il successo. La presentabilità. Il progresso. Queste sono le tre cose principali da lasciar andare. Cose da tenere, invece, i vecchi valori che sono fondamentali, per esempio aiutarsi reciprocamente. E la cultura della sussistenza. Saper riparare tutto mi ha aiutato in moltissime situazioni. Ma ormai ho svelato che il lato oscuro di questo stile di vita è l’armadio ricorrente pieno di abiti immettibili, e ammetto che questo può essere demotivante per aspiranti viandanti della leggerezza.

La mia casa dei sogni è sempre stata una roulotte. Adesso me ne sono procurata una, ed è un po’ la mia vera casa. Per ora la tengo in giardino, perché non ha il gancio. Per di più, durante la pandemia mi è scaduta la patente, l’ho tenuta scaduta per alcuni mesi e non avevo alcun interesse a farmi notare. Per il futuro si vedrà.

Il bello deve ancora arrivare.

Potrebbe essere quando un mio libro verrà pubblicato da Adelphi!

Finora i momenti più belli che ho vissuto sono quelli legati a due condizioni, il Concepimento e il Cammino. E la conclusione di questa mia storia, se ce la immaginiamo messa per iscritto, dovrebbe essere narrata così: “…ed ella se ne andava leggera, cantando a squarciagola sui prati d’Irlanda, e nessuno diceva che era pazza”.

Post a Comment