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Bisessualità

Siamo tutti un po’ bisessuali?

Quando si parla di bisessualità capita abbastanza spesso di trovare commenti del tipo: “secondo me siamo tutti un po’ bisessuali”. Queste affermazioni spesso vengono fatte da persone che si sentono vicine alla comunità bisessuale e che non sono molto esposte all’attivismo LGBTQIA, generalmente con intento di supporto e probabilmente portando un desiderio di inclusione.

La convinzione che ogni persona sia a qualche livello bisessuale viene espressa con varie intensità, talvolta come timida teoria o come sentito dire, altre volte come certezza dogmatica e inamovibile, ma quasi mai in modo conflittuale, quasi esclusivamente in ambienti esplicitamente dedicati alla bisessualità dove non si corre il rischio di far divampare una discussione.

Da dove viene la necessità di condividere, seppure cautamente, una visione tanto radicale? Innanzitutto bisogna tenere a mente, in modo da comprendere cosa porta a tutto ciò, che in un contesto sociale mononormativo (inteso come promotore degli orientamenti monosessuali come la norma) chiunque intrattenga l’idea di essere parte della comunità bisessuale si trova immediatamente di fronte una serie di preconcetti invalidanti, di giudizi e di dubbi. Generalizzazioni come quella di cui parliamo possono essere quindi una strategia inconscia per rafforzare, in se stessə e nell’interlocutore, l’idea che ci si può definire bisessuali con validità, proteggendosi dagli eventuali attacchi bicancellanti. Non è dunque un caso che spesso frasi del genere provengano da persone che non si definiscono bisessuali ma che si stanno avvicinando a questo orientamento o da persone che si definiscono bisessuali ma non hanno trovato le risorse per potersi sentire abbastanza sicure da resistere alla pressione mononormativa, risorse che spesso si trovano tramite la partecipazione alla comunità.

Come spesso accade con le credenze radicali e generalizzanti, anche quella che tutti gli esseri umani siano bisessuali affonda le radici in concetti socialmente e scientificamente validi che le danno forza, aiutandola ad arrivare a conclusioni affrettate. Innanzitutto dobbiamo ancora una volta cercare di capire cosa accade nella mente di una persona che sta iniziando a rendersi conto della propria bisessualità: ci si guarda intorno con una nuova e differente prospettiva, iniziando a notare tutti i casi di bicancellazione che ci circondano, come celebrità bisessuali che vengono definite gay o lesbiche, oppure il modo in cui i principali organi mediatici o addirittura le grandi associazioni LGBT scoraggiano continuamente l’idea dell’esistenza della bisessualità.

Si riconosce a quel punto quanto impegno c’è stato nello scoraggiare il proprio coming out, ci si chiede quanto questo abbia influito nelle tempistiche e se le cose sarebbero state diverse in circostanze differenti. Nel cercare di accettare questa realtà può accadere di proiettare le paure sugli effetti della bicancellazione sulle altre persone e pensare inconsapevolmente che tuttə stiano vivendo la stessa esperienza.

Tutto ciò è anche utile per comprendere come mai questo tipo di ragionamento veniva fatto anche riguardo l’omosessualità, soprattutto quando il tentativo di cancellarne l’esistenza era molto più forte, infatti tracce possono esserne viste ancora in alcune persone gay o lesbiche più mature che affermano che tutti gli uomini sono segretamente gay o tutte le donne segretamente lesbiche. Ovviamente nel caso della bisessualità questa convinzione è ancora più insidiosa perché non può essere disconfermata in alcun modo. Chiaramente ci sono tantissime persone che scelgono di non definirsi bisessuali pur potendo, spesso a causa delle pressioni sociali di cui abbiamo accennato, ma affermare che questa esperienza sia universale rappresenta a dir poco una tendenza a saltare a conclusioni affrettate.

Un altro elemento che rafforza questa sorta di “teoria binormativa” è la libera interpretazione di alcune voci autorevoli in campo scientifico o sociologico. In primis viene menzionato Sigmund Freud e la sua idea che tutte le persone nascono bisessuali. Questo ha certamente un fondo di verità, dal momento che Freud considera il bambino un perverso polimorfo in grado di poter indirizzare le sue pulsioni tanto verso la madre quanto verso il padre. Su questo c’è però da dire che spesso le pulsioni sessuali freudiane vengono accostate in modo fin troppo semplicistico ad un’idea di sessualità più moderna e informale, mentre potrebbero afferire più ad un generico investimento energetico/emozionale nei confronti di un oggetto, che ovviamente gioca un ruolo anche nella sessualità. Detto ciò, Freud ha toccato molto di sfuggita l’effettivo tema dell’orientamento sessuale e quando lo ha fatto era con la convinzione che dopo l’età edipica esso si “orientasse” in maniera stabile, rifiutandosi per esempio di “curare” una ragazza dall’omosessualità su richiesta della madre.

Un’altra voce a volte citata in questi casi è quella di Alfred Kinsey, uno dei primi studiosi della sessualità umana dell’era moderna. Kinsey, famoso per l’omonima scala, ipotizzò che la sessualità umana si distribuisse secondo una curva gaussiana all’interno dello spettro dell’orientamento sessuale, ponendo la stragrande maggioranza delle persone nella bisessualità. Questa convinzione però era portata semplicemente dal fatto che molte caratteristiche umane si distribuiscono in questo modo, senza avere effettivamente elementi a supporto e partendo dal presupposto che l’orientamento sessuale possa essere posto su una scala lineare, presupposto che è stato poi negli anni confutato dal momento che la sessualità non è esattamente quantificabile.

Dopo aver parlato delle dinamiche che contribuiscono alla formazione della “teoria binormativa”, è opportuno parlare della ragione per cui è importante delinearne gli elementi e contrastarne la diffusione. La più importante e più palese tra le problematicità di questa teoria è il modo in cui invalida e sovradetermina gli altri orientamenti. Certamente in una società eteronormata ci si può permettere senza troppi pensieri di mettere in discussione l’inamovibile orientamento eterosessuale, ma tra le vittime di questa teoria ricadono anche altri orientamenti già spesso invalidati, tra cui quello omosessuale e quello asessuale. Inoltre il concetto di “tutte le persone sono un po’ bisessuali” contribuisce a creare molta confusione sul concetto di bisessualità: come si fa a essere un po’ bisessuali? Infine, universalizzare e, in un certo senso, banalizzare così tanto la bisessualità diluisce molte delle rivendicazioni dell’attivismo, che si basa sull’essere una minoranza discriminata con delle istanze e dei diritti da ottenere: se tutte le persone sono bisessuali che senso ha lottare per il riconoscimento della comunità bisessuale?

Come accennato in precedenza, tendenze simili sono state viste da ogni tipo di orientamento sessuale, dalla comunità eterosessuale che banalmente ha una storia ricca di negazione degli altri orientamenti, anche tramite episodi drammatici come l’invenzione delle cosiddette terapie riparative, alla comunità omosessuale che nella storia ha sostenuto posizioni che contrastavano quella eteronormata in modo provocatorio e che ancora oggi è troppo spesso impegnata nel convincere le persone bisessuali che la loro è solo una fase o che devono decidersi e trovare il coraggio di definirsi gay o lesbiche (seguendo il mito secondo il quale la bisessualità è uno stadio intermedio tra il definirsi etero e lo scoprire la propria omosessualità, ignorando quanto sia in realtà comune il percorso contrario, dove una persona si definisce prima gay/lesbica e poi si scopre bisessuale).

Tutte queste problematicità trovano il loro punto in comune nella negazione dell’autodeterminazione, un elemento chiave nella comprensione della sessualità umana. Ci si aggrappa molto spesso all’idea, anche rassicurante in un certo senso, che ognunə di noi abbia un vero orientamento sessuale, oggettivo e inequivocabile, che può essere oscurato da convinzioni, bias, o pressioni sociali capaci di portarci ad un’autodefinizione errata o fittizia. La realtà però è che la sessualità umana non è così granitica come a volte vorremmo credere e che il modo in cui decidiamo di definirci in un dato momento è un elemento importante della sua composizione, non qualcosa mettere da parte. Dire cose come “tutti sono un po’ bisessuali” vuol dire affermare “io so cosa sei meglio di te”, con tutta l’arroganza e la presunzione che spesso viene trasmessa da queste posizioni sovradeterminanti.

La prossima volta dunque che vediamo una persona comportarsi come se avesse in tasca la verità sulla reale natura dell’orientamento sessuale umano potremo semplicemente risponderle che ogni persona ha dentro di sé la propria verità, che non può essere calata dall’alto o definita dall’esterno, con tutte le buone intenzioni che possono esserci dietro.

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