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Egiptwide

Le attiviste e gli attivisti della diaspora egiziana denunciano la complicità dell’Italia con il regime egiziano

La contrazione dello spazio pubblico, la violazione sistematica delle libertà civili e la brutale repressione messa in atto attraverso politiche securitarie hanno spinto molte persone attive in ambito politico o sociale a fuggire dall’Egitto.
Si tratta della cosiddetta diaspora politica egiziana, i cui membri hanno lasciato il Paese per rifugiarsi all’estero, dove spesso si trovano a vivere in condizioni di vulnerabilità giuridica e sociale derivante dal nuovo status di richiedenti o titolari di protezione internazionale, mentre il loro futuro è incerto e niente garantisce la possibilità di un futuro ritorno in Egitto.


In Italia, un piccolo gruppo di appartenenti alla diaspora da quasi un anno sta lavorando per organizzarsi, far sentire la propria voce, e reclamare uno spazio nel dibattito sulla tutela dei diritti umani a livello internazionale. È nata così EgyptWide, organizzazione della società civile che lavora per denunciare le violazioni dei diritti fondamentali compiute dal regime e il ruolo degli accordi internazionali in quelle violenze.

Le brutalità perpetrate dal regime e gli abusi contro esponenti della società civile egiziana (compresi gli stessi membri della diaspora, talvolta minacciati anche quando si trovano all’estero) sono possibili infatti anche grazie alla legittimazione politica e al supporto logistico e militare fornito dagli altri Paesi con cui l’Egitto intrattiene importanti relazioni internazionali.
Se i reparti di sicurezza egiziani sono in grado di sequestrare, torturare e detenere arbitrariamente migliaia di civili a causa del loro attivismo, processandoli nei tribunali militari sulla base di prove inconsistenti, ciò è possibile grazie al sostegno politico, agli aiuti economici e ai sistemi d’arma e di sorveglianza forniti al regime di el-Sisi da Paesi fra i quali USA, Russia, Francia e Italia.


Risulta evidente come le relazioni che intercorrono fra l’Egitto e i suoi partner siano estremamente ben consolidate, e che la priorità di chi lavora per alimentarle siano di tipo strategico-militare ed economico, anche a scapito di altre esigenze quali la protezione dei diritti della persona umana, la trasparenza e i principi democratici.


Nel caso italiano ne abbiamo un esempio lampante: sono trascorsi infatti più di sei anni dall’omicidio di Giulio Regeni, durante i quali le autorità italiane non hanno intrapreso alcuna iniziativa significativa per spingere la loro controparte egiziana a fare luce sull’accaduto, limitandosi a rilasciare dichiarazioni ad effetto per calmare le proteste contro l’insabbiamento del caso sollevate dalla società italiana. Al contrario, in un documento del 2019 del Ministero degli Esteri italiano si legge che nel 2018 le commesse militari da parte dell’Egitto hanno raggiunto il record di oltre 69 milioni di euro, il valore più alto dalla rivoluzione di gennaio 2011. Nel 2020 l’Egitto ha acquistato due fregate FREMM prodotte da Fincantieri per un totale di 1.6 miliardi di dollari, mentre ci sono ragioni per credere che ulteriori commesse seguiranno a breve.

La notizia è stata confermata dalla Rete italiana Pace e Disarmo (RiPD), che commentando l’ultima revisione parlamentare dell’export di sistemi d’arma ha denunciato l’esistenza di un trend in netta crescita* (oltre 1000% in dieci anni) nella vendita di armamenti all’Egitto, in aperta violazione della L. n.185/1990 e dell’Arms Trade Treaty ratificato dall’Italia nel 2014, che vietano la fornitura o il transito di sistemi d’arma o tecnologie di sorveglianza verso Paesi dimostratisi responsabili di gravi e persistenti violazioni dei diritti umani.

Se possiamo facilmente comprendere la volontà dell’Egitto di “comprare” il silenzio dell’Italia sul caso Regeni, risulta più problematico analizzare le ragioni dietro l’impegno dell’Italia in queste relazioni bilaterali (che includono l’export di sistemi d’arma, ma anche programmi di addestramento delle forze di sicurezza egiziane su suolo italiano, il controllo delle frontiere, la cooperazione nella lotta al terrorismo, e le concessioni estrattive a Eni per il giacimento petrolifero di Zohr nelle acque egiziane).
Certo è che nel dare la priorità ai profitti e agli accordi strategici rispetto alla vita umana e alle richieste della società civile, l’Italia si rende complice delle brutalità compiute dal regime egiziano.

A questo modello di cooperazione bilaterale vogliamo rispondere con la nostra idea di relazioni internazionali, che è fatta di critica ai paradossi di un sistema che genera profitti da una parte e morte dall’altra, di incontro fra diversità che non hanno la pretesa di amalgamarsi, di ricerca dal basso di soluzioni ai bisogni creati dalla repressione e dall’ingiustizia generate da politiche e pratiche di ordinaria violenza.

Guardiamo con criticità all’esperienza dell’attivismo transnazionale sbilanciato e performativo, in cui abitanti di un Paese europeo (l’Italia) si battono per “liberare” o “salvare” le poche vittime della repressione egiziana che ritengono degne di essere salvate in virtù di una presunta “specialità”.
In questo senso, EgyptWide non rappresenta “la voce di chi non ha voce”. Al contrario, è un insieme di voci della diaspora egiziana che sfidano il silenzio imposto loro dall’esilio, e di voci italiane o italo-egiziane stanche di vedere il proprio Paese rendersi complice di brutalità endemiche ai danni di milioni di persone.

Riteniamo che il cambiamento per cui lottare non debba limitarsi al rilascio di alcune persone incarcerate per il loro attivismo o ad una semplice diminuzione nel volume dei commerci internazionali d’arma. Lavoriamo per una trasformazione su più livelli, che coinvolga le istituzioni, lo spazio pubblico e i rapporti di forza esistenti, e nel farlo invitiamo le diverse componenti della società italiana a sostenerci.

In particolare, chiediamo ai media italiani di promuovere un’informazione accurata, trasparente e plurale su quanto accade in Egitto, senza limitarsi alla versione fornita dal regime o a letture semplicistiche, magari viziate da un atteggiamento orientalista.
Alla società civile italiana chiediamo invece di informarsi e mobilitarsi rispetto alle violazioni dei diritti umani negli altri Paesi, soprattutto quando è presente un coinvolgimento dell’Italia.
Vi chiediamo di ascoltare e sostenere l’attivismo in Egitto e all’estero, e di supportare il lavoro della diaspora egiziana attraverso la partecipazione alle iniziative e alle campagne promosse dalle e dagli attivisti egiziani in Italia.
Vale sia per gli stati, che per le persone che li vivono e attraversano: davanti all’ingiustizia il silenzio é complice.

*https://www.dire.it/09-04-2021/620353-egitto-amnesty-in-partenza-seconda-fremm-domani-al-sisi-la-riceve/

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