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RACCONTO: TRANSAZIONE ESEGUITA

L’autore consiglia di leggere ascoltando: Enzo Jannacci, “Giovanni telegrafista”. Vengo anch’io. No, tu no. ARC ALPS 11007, 1968.

di Carlo-Maria Negri

Mezzanotte, inizia il turno. Dove lavoro io il silenzio dell’ora mi accompagna fino al mattino. Sul monitor leggo gli acquisti di migliaia di clienti. Vedo numeri al posto di persone che prelevano al Bancomat, che pagano un caffè, una cena al ristorante, il pieno di benzina, il casello autostradale.

Tutto okay, il semaforo è verde: oggi nessuna irregolarità, nessuna frode.

Mi chiamo Giovanni e sono uno dei tanti che sta tra la carta di credito e il conto corrente, il dietro alle quinte, il fattore umano che dà sicurezza e blocca pagamenti e prelievi sospetti.

A volte capita un semaforo rosso. Così appare un codice al posto del nome del cliente, per salvaguardare la privacy, insieme all’anomalia. Blocco il prelievo, la carta si trova in un paese dell’Est Europa. Il cliente poi telefonerà, chiederà spiegazioni, e dall’altra parte della cornetta il respiro profondo dello scampato pericolo, la sensazione di aver evitato il peggio e qualche volta un sentito grazie per l’intervento. Il cliente telefonava dall’Italia. La sua carta clonata invece stava in Bulgaria. Nulla più, basta premere il solito bottone.

Sembra impossibile ma è così: leggo la vita degli altri attraverso i loro consumi. I nomi mi sfuggono, tantomeno i volti, eppure posso distinguerli. Imparo molte cose dalle loro abitudini: sesso, età, buoni e cattivi acquisti. Dietro ad ogni cifra c’è una vita che divora un pezzetto di mondo. Il mio nullaosta è urgente, a volte il POS fa attendere il cliente qualche secondo in più del normale. Transazione eseguita.

Premo invio. Scusate l’attesa. Colpa mia, sono io che avevo da fare. Dieci secondi di pausa rubata, ecco, il tempo di girarmi dalla sedia e vedere la nuova collega mentre posa le sue cose sulla scrivania; attenta a non fare rovesciare il cappuccino d’asporto con il logo del bar americano, quello nuovo che ha fatto parlare mezza città.

Lei si chiama Alba, come la ragazza nella poesia di Cassiano Ricardo in Jõao o telegrafista. «Un’Alba poco alba, neppure mattiniera, anzi mulatta», cantò poi Jannacci. Quella canzone è il mio tormento.

Il destino mi ha fatto conoscere Alba. E quel che è peggio il suo codice cliente. Il bar americano aperto fino a tardi, lei che acquista ed io che leggo il mio okay sulla sua recente transazione. Per la prima volta associo un volto vero nel mare dei numeri.

Non mi reputo una cattiva persona. Ma sono strano. Ho difficoltà a relazionarmi con qualcuno. Il mio disturbo, così mi hanno detto, non mi permette di gestire le emozioni come vorrei. I numeri che leggo sono più gestibili, invece. Ho un’anomalia nel mio codice genetico che mi permette di stare a contatto con il mondo senza però farne parte. Come l’acqua e l’olio d’oliva, insieme gli elementi non si confondono a causa della differenza di densità. Il mio modo di esprimere è denso di insicurezze, timori e paure spesso infondate. Questo mi causa un blocco. Uno stop dettato dalla testa che lavora male, e pigia quel tasto di invio tutte le volte che qualcuno mi si avvicina magari solo per presentarsi. Così è successo con Alba, ancora ignara della mia natura.

La sua mano tesa verso di me non ebbe risposta. Sorrideva senza malizia, voleva fare la mia conoscenza. Le dissi salve, nient’altro, nemmeno la guardai in faccia. Il mio capo avrebbe dovuto avvisarla prima. Ma in quell’ambiente si divertono così: il nuovo che arrivato saluta per primo lo strano, il resto è un tonfo al cuore dietro alle risate di tutti. A volte vorrei gridare basta, vorrei trovare il modo di uscire dal mio pantano e librarmi in volo come Atreyu sul suo Drago della Fortuna, lontano dalla tristezza e dalle fauci del terribile Mork ne La Storia infinita.

I numeri sono più semplici. Non hanno pretese e non si nascondono dietro a una maschera. I numeri ti dicono le cose come stanno, gli dai un senso, una direzione e se sei attento tutto collima come parte di un disegno più grande, elegante, universale. Le persone invece sono quelle che sono, in parte uomini nell’idea più nobile e in parte animali, spinti dal bisogno, dal dolore, dalla fame. A volte una parte di essa vince sull’altra, confondendosi. Così una stretta di mano allo strano diventa un’occasione di sfogo mossa dall’insensatezza, spinta solo dal desiderio di appartenere al gruppo più forte: quelli che ridono.

Ma Alba non rise. Il fattore umano ha prevalso, ha bloccato l’anomalia ignorando la messinscena dei colleghi. Ha ritirato la mano, lentamente, ed è tornata al suo posto evitando il peggio. Avrei voluto ringraziarla. Magari dopo, rivolgendole un saluto come si deve. Per me uno sforzo tremendo, troppo difficile da spiegare a parole.

Ambiente cupo, gli uffici in cui lavoro non lasciano spazio alla fantasia. Le pareti in cemento armato nudo, i lunghi corridoi illuminati al neon. Nessuna finestra per questioni di sicurezza. Il bunker, così chiamiamo il nostro posto di lavoro. Ogni due ore ci obbligano a fare 15 minuti di pausa.

Sembra una pacchia ma non per me: davanti alla macchinetta del caffè Alba mi sorride.

È un sorriso onesto, di cortesia o forse d’imbarazzo. Cerco di non fissarla. Guardo il pavimento, poi la tazzina vuota del caffè e di nuovo il pavimento. Il climax tocca l’apice quando un collega me la porta via, ammiccando con gli occhi, a me, al tipo strano. Lei lo segue, parlano. Tante parole con dietro altre parole vuote se non per le idee recondite, i propositi e un impercettibile desiderio che muove il tutto. Vorrei essere normale, vorrei fondermi tra quelle persone e sentirmi a mio agio anch’io, senza sprofondare ogni volta che qualcuno mi rivolge la parola. La mia necessità di vivere è una forza che pulsa, dentro di me ha bisogno di emergere. Se sono strano è perché ho una vita di cose non dette, di parole vuote da dire anch’io: cavalli di Troia con dentro segrete intenzioni. Ma il Drago della Fortuna non mi vede. Mork affonda i suoi denti e il Nulla vince ad ogni parola non detta, ad ogni risata, ad ogni occasione persa per sempre.

Sul monitor tutto è verde. Dietro sento le voci dei colleghi: Alba se ne è andata. Non so dove, né con chi. Mi riesce difficile chiederlo. Non mi resta che lavorare con i numeri, non mi resta che cercarla.

Leggo di spese folli per piccoli cani. Qualcuno ha comprato un divano. Prelievi ingenti, semaforo rosso. Leggo di un uomo che compra un brillante. Leggo di spese al supermercato. Transazione eseguita. Transazione eseguita. Premo invio, lo stesso bottone da una vita. Cerco, setaccio, passano i codici di quattro gelati ai frutti di bosco; una consultazione medica; chi paga le tasse. Cerco ma lei non c’è.

Semaforo rosso. Lampeggia, è lei che preleva. Voglio aiutarla, sento che è lei, voglio crederci. Invio, invio, invio… Ma il semaforo rimane rosso. Scheda cliente, vado fino in fondo, clicco e cerco il rapporto. Poi quella voce, quel simbolo: conto di lei, congelato. Cercare non è più necessario. Mi sciolgo. Una parte di me muore e i numeri che vedo ora non mi raccontano più niente. Mi manca il respiro, annaspo, finché la certezza della fine mi trae in salvo togliendomi dal mio pantano, da Mork e da tutti i miei fantasmi. Il Drago della Fortuna mi prende al volo, ma il mio cuore è triste.

Rumore di sedie. Dieci secondi per vedere chi è. Mi giro. È quello nuovo.

La sua mano tesa verso di me. Mi alzo.

– Molto piacere – sorrido.

– Il piacere è mio.

Un silenzio tombale ci scopre prigionieri del nostro bunker. La mano che stringe lascia la presa. Mi rimetto al lavoro lasciandomi alle spalle lo sgomento dei presenti.

Scusate l’attesa. Transazione eseguita.

Carlo-Maria Negri

Nasce a Milano nel ’83, ma cresce a Omegna, dove si fabbricano caffettiere, piccoli elettrodomestici e molte altre cose a uso casalingo. Cose che portavano un mucchio di lavoro alla gente del posto; cose una volta prodotte anche dai suoi familiari. Poi la crisi, quella adolescenziale, lo porta a una forte depressione, miracolosamente vinta con un po’ di chimica e la fine degli studi superiori. A 20 anni l’Esercito gli ricorda che deve fare la leva, è uno degli ultimi regolari, e lui ci va e ci resta come volontario per quasi tre anni. Perde la madre a 23 anni e da lì prova a fabbricare le sue prime parole. Ma queste gli riescono sgraziate, confuse, da 3 meno meno. Nonostante tutto, nel 2012 diventa pubblicista per un giornale locale. Scrive anche racconti e poesie. Infine mette la testa a posto: lascia stare il giornalismo e si sposa. Attualmente vive a Milano con la sua famiglia, fa il papà a tempo pieno, collabora come redattore con la rivista letteraria l’Irrequieto, legge e fabbrica storie.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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