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“Non esisto più”: riflessioni sulla detenzione

“Per tutti i miei ricorsi processuali nessuna novità, mi sembra che non esisto più qui”, “spero presto di rivederti fuori”.

Questo è l’estratto di una delle tante lettere che ricevo via mail da S., un detenuto della II Casa di Reclusione di Milano-Bollate che ho conosciuto durante un percorso di volontariato all’interno della struttura.

La nostra corrispondenza prosegue settimanalmente da ormai svariati mesi e ultimamente la percezione di S. è quella di essere stato dimenticato e abbandonato a sé stesso.

In concomitanza con l’inizio della nostra corrispondenza ho iniziato a leggere il libro: “Fine pena: ora” di Elvio Fassone: si tratta di un testo toccante che riflette sull’ergastolo, un tema a lungo dibattuto dall’opinione pubblica, dove magistrato giudicante e condannato iniziano una corrispondenza che durerà ventisei anni a partire dall’esecuzione della sentenza emessa dal medesimo magistrato.

S. non è un ergastolano, ma la sua pena ammonta a diciannove anni di cui quattro già scontati. La nostra corrispondenza mi ricorda quella del libro e il suo dolore racchiuso tra le parole sopra, mi porta a riflettere su come dietro a tante etichette sociali e processuali ci sia un’umanità smarrita, delle persone scartate e dimenticate come se il carcere fosse una discarica sociale senza alcuna possibilità di riemersione, un calderone promiscuo che racchiude gran parte di coloro che si sono posti in conflitto con la società, che la stessa vi ha gettato dentro ai bordi delle città dove non giunge lo sguardo, in un delirante “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, come se l’esistenza di un essere umano che ha commesso dei reati debba essere condannata non solo alla pena comminata dal giudice ma anche alla damnatio memoriae.

Ho tentato in questi mesi di rallegrare S., di rendere più leggere le sue monotone giornate di detenzione oppresse dalla calura estiva, ma ad oggi mi appare un’impresa titanica. S. è siciliano ed io mi trovo in Sicilia, vorrei raccontargli del mare, della bellezza di svegliarsi vedendo distese di viti e campi di grano all’orizzonte o di addormentarsi guardando le stelle. Poi mi inceppo tra questi pensieri che vorrei condividere con lui, perché se da un lato il tentativo è di ricordargli che fuori ci sono la sua famiglia e la sua terra ad attenderlo, al contempo gli anni di pena restanti da scontare sono una porzione di vita immensa, un “tempo sospeso” troppo lungo per rammentargli dolorosamente che il mare è un’immagine distante dalla sua realtà e che il suo cielo stellato è il soffitto di una cella.

Stiamo spegnendo una vita dietro lo scudo della legge”, questa è una delle tante riflessioni di Fassone nel suo scritto, un testo denso di dubbi e quesiti sulla detenzione e su una legge incolpevole che aggrava la quotidianità dei reclusi all’interno delle carceri rendendo spesso le loro esistenze ancor più difficoltose, una legge intrappolata nell’immobilismo burocratico. S. è un detenuto “sconsegnato”, qualifica che gli consente di muoversi liberamente negli spazi del carcere e quindi “privilegiato” rispetto a molti altri; a seguito di una serie di lunghe e farraginose valutazioni gli è stato concesso l’art. 21 ordinamento penitenziario, il lavoro all’esterno, ma a fronte di una promessa di lavoro quasi portata a termine e poi velocemente ritirata dal datore di lavoro, S. da mesi attende una nuova opportunità.

Vincent van Gogh's Prisoners Exercising (1890) famous painting. Original from Wikimedia Commons. Digitally enhanced by rawpixel.

“Un giorno mi propongono di fare il muratore, l’altro il giardiniere, poi il cameriere” mi dice nelle sue lettere, eppure i mesi corrono via senza esiti di svolta, come se il tempo di un detenuto valesse poco o niente rispetto a quello dei liberi.

E se pare giusto privare un essere umano di gran parte della sua esistenza, è giusto anche impedirgli di provare a tornare a vivere a causa di una macchina amministrativa di lentezza pantagruelica, non funzionante?

Gli scambi epistolari con S. somigliano all’attesa di Didi e Gogo, protagonisti di una delle più note pièce di Samuel Beckett, i quali aspettano l’arrivo della misteriosa figura di Godot, come noi aspettiamo che finalmente S. riesca ad ottenere un lavoro e ad uscire per svolgerlo.

“Mi hanno promesso che presto avrò un contratto di lavoro, che presto potrò uscire”, questo mi scriveva S. con grandi ormai diversi mesi fa, ma la speranza è ormai amarezza diluita in un tempo indeterminato, l’attesa di un sorso di una libertà che non arriva mai, come in fondo non arriva Godot.

Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!” (Aspettando Godot, Samuel Beckett)

Durante il nostro ultimo giorno di volontariato insieme ci siamo abbracciati come fossimo vecchi conoscenti e tutti d’un pezzo ci siamo detti “ci vediamo fuori”.

Io continuerò a scrivere alla fine di ogni lettera che ci vedremo fuori e continuo a parlare di S. a tutte le persone che incontro per ricordare che esiste eccome, che la sua vita non vale meno di quella degli altri, che chi entra in carcere non smette di esistere, continua a farlo e continua ad essere umano, pare assurdo doverlo scrivere, non c’è un “loro” come fossero estranei da noi, nonostante l’ipocrisia borghese di cui cantava Lolli quasi sempre si volti altrove per non guardare e non li riconosca come persone ma più come mostri o bestie selvatiche da domare e rinchiudere.

Le carceri non annientano i problemi, annientano gli esseri umani” -Angela Davis

Come ci dicono l’”Associazione Antigone” e l’osservatorio della rivista “Ristretti Orizzonti” sono centinaia i detenuti che ogni anno si suicidano in carcere, notizie che vanno attentamente ricercate, poiché l’informazione entra ed esce con fatica attraverso le sbarre e spesso si arresta all’emissione delle sentenze, un passo prima dell’esecuzione delle stesse.

Fenomeni come Santa Maria Capua Vetere sono frequentissimi ma troppo spesso sommersi o poco dibattuti. Le carceri non sono “hotel a 5 stelle” come direbbe l’elettore medio di Salvini, spesso sono luoghi dove la democrazia viene calpestata, la dignità portata via e l’integrità degli esseri umani reclusi distrutta.

La detenzione è un sistema che in Italia annega dentro sé medesimo, si tenta di prevenire i reati dei civili ma non gli abusi da parte delle forze dell’ordine fuori e dentro le carceri, come accaduto nei casi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani, Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri e molti altri, eventi che hanno dato vita ad Associazioni quali ACAD Italia (Associazione contro gli abusi in divisa), la quale si propone di difendere i diritti di coloro che hanno subito abusi da parte delle forze dell’ordine, fornire loro supporto economico, dare vita a iniziative e campagne di sensibilizzazione e di istituire un osservatorio operativo atto a monitorare e contrastare tale fenomeno.

Le persone recluse in Italia non hanno l’accesso diretto ad un servizio di supporto psicologico individuale e ogni gesto o quotidiana azione per i liberi e le libere diventa un’odissea per le persone recluse.

Il sovraffollamento ha raggiunto a Giugno 2021, il 113%.

Le persone recluse vengono infantilizzate e deresponsabilizzate a partire dal linguaggio (es. “le domandine”), trattate come incapaci; esistono pochi dati per valutare se e quanto la polizia penitenziaria fruisca di un adeguato supporto psicologico e le relazioni di potere che si instaurano tra vigilanti e vigilati, troppo spesso confluiscono da un legittimo uso della forza a illegittimi e aberranti abusi di potere e torture di ogni genere, come accaduto a Santa Maria Capua Vetere, ove trecento agenti di polizia penitenziaria avrebbero partecipato a una “mattanza” in cui i detenuti sono stati picchiati; alcuni agenti avrebbero sputato e urinato sui detenuti, picchiatone uno disabile, si parla di uno stupro con un manganello a danno di un detenuto.

Ogni atto di autorità da uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico” – Cesare Beccaria, Dei Delitti e delle Pene

Reati di tortura, lesioni aggravate, episodi di violenza non isolati infatti anche le carceri di Opera e Pavia sono sotto indagine per reati simili e pure in quelle di San Gimignano, Torino e Monza si rilevano episodi di violenza e tortura da parte di polizia, operatori e in alcuni casi dirigenti.

Perché ci stupiamo che sia accaduto invece di stupirci di non averlo impedito e prevenuto? Perché non troviamo accettabile quando questi atti sono commessi a danno di persone libere e restiamo con mezza bocca chiusa quando capita a danno di reclus* ad opera delle forze dell’ordine?

Sì, quei soggetti a cui viene deputata la custodia della vita di questi esseri umani, soggetti che quando si assumono la responsabilità di arrestare, fermare, recludere, detenere il corpo di una persona dovrebbero anche farsi carico della responsabilità della loro vita, del loro benessere, salute, integrità, dignità.

E’ meglio prevenire i delitti che punirli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo di infelicità possibile” -Cesare Beccaria, Dei Delitti e delle Pene

Siamo un paese lento caro S., un paese che mette le pezze a scoppio ritardato solo dopo essere stato spettatore di eventi tragici che potevano essere previsti e impediti, un paese di eroi da copertina che traggono notorietà dall’aver difeso i diritti di qualcuno o salvato la situazione, ma difeso i diritti di pochi, un meglio che non è mai meglio per tutti, attribuendosi i meriti di aver risolto una grave situazione dopo averla arrecata o non impedita, di aver concesso giustizia dopo averla tolta.

Caro S.,

la tua famiglia, i tuoi amici ed io non ti abbiamo dimenticato e non permetteremo nemmeno alle istituzioni di scordare la tua esistenza e il tuo futuro, la tua vita è per noi importante, ci vediamo fuori.

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