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Carə attivistə di sinistra criticə del veganismo: il veganismo non è abilista o classista!

Articolo originale: Dear Leftist Critics of Veganism: Veganism is Not Ableist or Classist | by Veganarchist Memes: Breaking Leftist Speciesism | Medium Traduzione a cura di: Feminoska

Il discorso sul veganismo e sulle questioni relative ai diritti degli animali non umani, in particolare sui social media e in altri spazi online, suscita spesso un dibattito appassionato e intenso. Sebbene in questi spazi (e in tutto il mondo) ci siano moltə meno veganə rispetto a non veganə, negli ultimi anni il veganismo si è fatto strada nel discorso pubblico.

Forse, proprio in risposta a questa apparente maggior accettazione del veganismo e della conseguente richiesta di riconoscimento dei diritti (e del ruolo stesso) degli animali non umani nella società, una maggioranza rumorosa di non veganə tenta costantemente di contrastare la crescente minoranza rumorosa di veganə, utilizzando una serie di argomenti diversi.

Una delle critiche più diffuse al veganismo portata avanti dalla sinistra – critica che è l’oggetto di questo articolo – è che il veganismo sia abilista, classista e/o inaccessibile a molte persone. Questa critica è estremamente potente, perché sostiene che il veganismo non sia l’opzione “migliore” per la maggior parte delle persone che vivono nella nostra società, che non potrebbero sceglierlo a causa di disabilità, povertà e/o esigenze di accessibilità alle necessità imposte da salute e stile di vita. Ma davvero il veganismo è tanto ostico ed esclude le persone in questo modo? Questa affermazione rappresenta accuratamente il veganismo?

Uno degli aspetti più interessanti (e irritanti) del mio attivismo relativo a veganismo e politica di sinistra, incluso l’impegno con cui animo la pagina Facebook che gestisco, Veganarchist Memes: Breaking Leftist Speciesism, è che gran parte del rifiuto al veganismo e alla liberazione degli animali non umani del quale sono testimone è messo in atto da altrə attivistə di sinistra: socialistə, comunistə, progressistə e persino anarchicə.

Esistono vari gradi di somiglianza e differenza tra questi gruppi, ma molti di loro possono, per lo meno, concordare sul fatto di combattere contro l’oppressione, che si tratti di classismo, razzismo, sessismo, transfobia, ageismo, abilismo o un insieme di tutte queste forme di oppressione, e altre ancora.

La sinistra è in lotta costante contro l’oppressione sistemica e individuale, a livello mondiale, in tutte le sue forme – dunque perché così tante persone di sinistra rifiutano l’idea di avere l’obbligo etico di porre fine all’oppressione degli animali non umani, evitando di usarli e sfruttarli senza motivo?

Le controargomentazioni al veganismo sono di natura discorsiva, spaziando da argomenti che includono, tra gli altri, preoccupazioni per la salubrità delle diete a base vegetale, perplessità sulla scienza che studia la coscienza animale non umana e in che modo situare le questioni relative agli animali non umani all’interno e nell’ambito delle altre lotte per la giustizia sociale. Ma una delle strategie più comuni usate dalla sinistra è definire il veganismo come “abilista e classista”. La maggior parte delle persone di sinistra che avanzano questo argomento oppongono un fermo rifiuto a qualsiasi tipo di teoria o prassi che sia, allo stesso tempo, contro l’oppressione umana sistemica e a favore di un mondo in cui gli animali non umani siano liberati dal controllo umano.

Chi critica il veganismo sostiene che affrontare i diritti dei disabili e la povertà deve avere la precedenza sulle preoccupazioni per gli animali non umani, e insiste sul fatto che abilità e classe possono essere barriere al veganismo, rendendo così il veganismo un privilegio di chi non deve affrontare questi ostacoli. Tuttavia, la lotta contro l’oppressione degli esseri umani e quella che si batte per gli animali non umani non devono per forza escludersi a vicenda. L’idea del veganismo come pratica esclusiva e privilegiata è un fraintendimento dei fondamenti e delle sfumature che sono sempre state alla base del veganismo.

Un primo importante malinteso che viene spesso messo in primo piano nei media, e che viene riportato da moltə non veganə (e anche veganə) è la corrispondenza tra “veganismo” e “dieta a base vegetale”. Una dieta a base vegetale, ovvero una dieta composta prevalentemente o totalmente da piante, non corrisponde necessariamente ad una posizione politica sulla giustizia sociale; le persone che adottano diete a base vegetale spesso lo fanno per tanti motivi diversi – che vanno dalla preoccupazione per il benessere degli animali non umani, alla salute e all’impatto ambientale delle diete che dipendono fortemente dal consumo di animali non umani.

Quest’affermazione non va però fraintesa: il veganismo comporta, tra le altre cose, cambiamenti rilevanti (e uno sguardo critico) alla produzione e al consumo di cibo. Ma il veganismo implica assai di più di ciò che le persone consumano (indossare alternative a lana, pelle e seta, non partecipare o assistere a forme di “intrattenimento” che implichino l’uso di animali non umani, come rodei, zoo, acquari, combattimenti tra cani, ecc. ed essere contro la sperimentazione animale non umana). La definizione ufficiale di The Vegan Society (la prima associazione vegana ufficiale al mondo) definisce il veganismo come “…un modo di vivere che cerca di escludere, per quanto possibile e praticabile, ogni forma di sfruttamento e crudeltà verso gli animali per l’alimentazione, l’abbigliamento o per qualsiasi altro scopo”.

Sfortunatamente, la parte di quella definizione a cui molta della sinistra si attacca per criticare il veganismo come “abilista e classista”, è l’invito ad evitare di sfruttare gli animali non umani per l’alimentazione e l’abbigliamento – perché questo escluderebbe tutte le persone disabili o in condizioni di povertà, che possono non essere nelle condizioni di permettersi una dieta completamente a base vegetale, se non a scapito del proprio benessere o della propria capacità economica.

Questa critica sarebbe fondata se il veganismo impedisse intrinsecamente ad alcune persone disabili o povere di essere incluse nella comunità. La comunità vegana è estremamente diversificata e sicuramente ha gruppi estremamente problematici al suo interno, ma ci sono molti altri gruppi e individui nell’ambito del veganismo che non sostengono una visione escludente.

È importante considerare con attenzione la definizione di veganismo proposta da The Vegan Society e sottolineare una frase di importanza capitale, per evidenziare l’errore della critica principale al veganismo portata avanti da moltə esponenti di sinistra: la frase “per quanto possibile e praticabile”. Questo piccolo ma importante inciso mostra quanto il concetto di veganismo sia flessibile e adattabile rispetto alle differenze esperite nel mondo reale dai singoli esseri umani.

Già nel 1951, nell’ambito dei discorsi e degli incontri iniziali di The Vegan Society, l’appartenenza all’organizzazione includeva questo riconoscimento,

“Tuttə coloro che desiderano vedere il nostro obiettivo raggiunto, e che si impegnano a vivere il più vicino possibile al nostro ideale nella misura in cui le circostanze personali lo permettano, sono benvenutə (il corsivo è mio) […] Siete benvenutə: la Vegan Society accoglie tuttə coloro che si sentono in grado di sostenerla”.

Quindi, mentre al livello superficiale del dibattito pubblico sull’utilità e la necessità del veganismo, quest’ultimo può essere interpretato (da non veganə e anche da moltə veganə) come una rigida filosofia che ignora le disuguaglianze e le differenze tra gli umani, è chiaro tuttavia che la storia e lo sviluppo del veganismo hanno mantenuto tale movimento aperto e inclusivo per chiunque desideri, e agisca, per realizzare la liberazione degli animali non umani dal dominio e dalla sottomissione umana.

L’esempio dell’“isola deserta” è usato spesso contro le persone vegane come una contro argomentazione ineccepibile, con la quale viene posta la domanda: “Se fossi bloccatə su un’isola deserta, senza cibo vegano, mangeresti animali?” Dopo aver letto la definizione di veganismo, dovrebbe essere evidente che lo scenario dell’“isola deserta” è incluso nella frase “per quanto possibile e praticabile”.

Se una persona per sopravvivere non ha davvero scelta se non consumare animali non umani, allora ha una “giustificazione” morale. In altre parole, consumare prodotti animali quando non ci sono altre opzioni non deve essere considerato al pari dell’abuso sfrenato e della crudeltà insensata.

L’esempio dell’”isola deserta” – e le decisioni che ne risultano – sono facilmente assimilabili a situazioni simili di “sopravvivenza”, come quando è necessario assumere farmaci che contengono “prodotti” animali non umani, come la gelatina, e sono stati oggetto di sperimentazione animale, così come in situazioni al di fuori del controllo di determinati gruppi di persone – la cui particolare disabilità, mancanza di accessibilità o di fondi impedisce loro di potersi impegnare in una dieta completamente a base vegetale.

Questo punto di vista non è condiviso da tutte le persone vegane, ma è sostenuto da moltə veganə di sinistra consapevolə degli intrecci complessi esistenti tra le diverse oppressioni (umana e non umana) e convintə della necessità di distruggere il capitalismo e sostituirlo con un’altra modalità di esistenza, poiché il capitalismo porta agli estremi l’emarginazione dei gruppi vulnerabili, umani e non umani.

Infine è fondamentale comprendere che le linee guida etiche si basano su una formula condivisa che possiamo definire come “il dovere implica la possibilità”- in altre parole, nessunə ha l’obbligo etico di fare qualcosa che non può fare. È irragionevole aspettarsi che le persone adottino e aderiscano a determinati comportamenti etici, se ciò va oltre le loro capacità.

Per quanto riguarda il veganismo, questa idea si applica sicuramente alle persone che non possono permettersi, accedere o stare bene con una dieta completamente a base vegetale. Tuttavia, non esonera quelle stesse persone da ogni responsabilità nei confronti degli animali non umani, ammette esclusivamente le pratiche e i comportamenti senza i quali queste ultime non potrebbero davvero sopravvivere.

Dovrebbe a questo punto essere chiarissimo che l’idea diffusa da certa parte della sinistra del veganismo intrinsecamente “abilista e classista” deriva da un’interpretazione errata degli obblighi impliciti nelle idee vegane. Per comprendere appieno i concetti proposti dal veganismo, è necessario conoscere autenticamente le sfumature e la diversità di opinioni esistenti all’interno di una comunità tanto ampia.

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