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Non una di meno Catania

NUDM CATANIA: Riflessioni sul femminicidio di Vanessa Zappalà

Il 23 agosto scorso, quando abbiamo letto la notizia sui giornali, come tutte le volte in cui il volto di una donna uccisa appare sul giornale, ci siamo scritte: “è successo ancora”. È successo ancora. 66 volte quest’anno, così come le compagne di Non Una  di Meno Piacenza ci ricordano con la lista da loro redatta e pubblicata in un post1 su un social network. 66 omicidi, un lungo elenco che tiene conto soltanto di quella che  si definisce la “punta dell’iceberg” di un fenomeno sociale quale il femminicidio e che non tiene in considerazione tutte le altre numerose e sfaccettate forme di abuso tramite le quali la violenza patriarcale quotidianamente si abbatte contro di noi.  

Il 23 agosto Antonio Sciuto uccideva Vanessa tenendola per i capelli e sparandole 7 colpi di pistola alla testa. Quando a essere uccisa è una ragazza di 26 anni, quando il delitto avviene in pubblica piazza e in maniera così cruenta, quando l’assassino è già stato denunciato più volte dalla vittima, quando la vittima ha  parlato con gli amici, la famiglia, le forze dell’ordine, quando un uomo condannato  per stalking continua a essere in possesso di un’arma da fuoco, lo sbigottimento e la rabbia prendono il sopravvento.  

Questa è una storia emblematica: Vanessa non è vittima solo della violenza di un  uomo ma di un sistema che, attraverso questa violenza, riproduce se stesso. Le  relazioni sentimentali in cui gli uomini pretendono di essere padroni assoluti delle  donne, sotto il segno del dominio, del possesso, sono solo la superficie visibile  delle dinamiche di potere che agiscono quotidianamente sulle nostre vite. “Lo  stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato”, è ciò che gridiamo a  squarciagola nelle piazze.  

Allo stesso modo, la mancanza di intervento da parte delle istituzioni è un’altra  faccia di questa violenza “sistemica”, pervasiva in ogni ambito della nostra società.  La violenza maschile è espressione diretta dell’oppressione che risponde al nome  di patriarcato, sistema di potere maschile che a livello materiale e simbolico  permea le nostre vite, dal lavoro alla cultura, alla politica, alle relazioni private.  Oppressione e diseguaglianza di genere non hanno quindi un carattere  emergenziale o eccezionale: al contrario, sono alla base della gerarchia sociale,  come abbiamo collettivamente scritto nel nostro Piano Femminista contro la  violenza maschile e di genere.  

E Vanessa era proprio lì, tra la violenza agita dal suo aguzzino e l’indifferenza dei  servizi preposti alla prevenzione del crimine che si è poi consumato. Lì, tra la fatica  di stilare un diario dove appuntare tutte le angherie subite cercando di mostrare una verità che rappresentasse l’autenticità della sua paura, la certezza delle sue supposizioni, la credibilità delle sue affermazioni. In Italia, come in molti altri luoghi del mondo, è ancora onere della vittima rendere prova della violenza subita, come  se non fosse abbastanza sfiancante essere la parte lesa, come se fosse naturale che     al conto presentato dal carnefice si sommi quello presentato dallo Stato. Non mancano uomini e donne dello Stato che vessano le donne derubricando atti  violenti a normali incomprensioni coniugali, lesioni e minacce a scaramucce tra  amanti. Perché l’amore si sa, “non è bello se non è litigarello”, e poi si chiede: “e lei cosa ha risposto? Cosa indossava?” colpevolizzando ancora una volta chi ha già subito violenza, implicitamente affermando che “se l’è andata a cercare”.  

Martedì 31 agosto siamo scese in piazza perché abbiamo sentito la necessità di  salutare collettivamente Vanessa, di rielaborare un lutto ingiusto e di socializzare  questa rabbia, questo dolore e questo sbigottimento, perché crediamo fermamente  che non si tratti di una questione privata, perché ci riguarda tutte, perché è una  questione politica, sociale di cui tuttu dobbiamo farci carico. Quella piazza ha vibrato  di potente energia e partecipazione: è stata attraversata da donne e uomini di  diverse età, ricca di parole e interventi che susseguendosi hanno costruito una  narrazione importante, nonostante il turbamento. Gli interventi si sono susseguiti  senza pause e con grande intensità. In quella piazza, tutte e tutti insieme, abbiamo chiesto un cambio radicale, ci siamo posizionat* in maniera netta, pretendendo una  presa di posizione collettiva contro la violenza maschile e di genere, prendendo  coscienza delle responsabilità individuali e collettive.  

Le istituzioni dove si posizionano?  

I femminicidi sono storie di donne libere, che non vogliono obbedire e abbassare la  testa, e di uomini che non lo sopportano e le uccidono. Ma spesso queste donne  vivono in solitudine, in condizioni di enorme di difficoltà e precarietà, e non ricevono  risposte adeguate quando si rivolgono alle istituzioni. Una doppia, tripla violenza si  abbatte su di loro.  

Le istituzioni non garantiscono sostegno alle donne vittime di violenza in virtù di  una deliberata mancanza di volontà politica di cambiare rotta. Le istituzioni stesse, d’altronde, sono espressione di un sistema patriarcale che riproduce se stesso a  tutti i livelli e ne alimenta le gerarchie. Il contrasto alla violenza maschile e di genere  e il sostegno ai Centri antiviolenza non hanno spazio nell’agenda politica di nessun  rappresentante politico. La violenza è gestita in maniera emergenziale, scarsissimi  sono gli investimenti economici e politici in tema di prevenzione. A corollario di fatti  di cronaca subiamo fuochi fatui di indignazione contro i femminicidi, ma nessuna  dichiarazione è seguita da fatti concreti. La singola proposta di legge si arena in  commissione o sotto l’attacco feroce del fuoco nemico che colpisce a forza di  ostruzionismo ed emendamenti. Fin qui nessun piano ha visto la luce, solo timidi e  incerti esempi di trattative a ribasso, ratificazioni di legislazione comunitaria  evocativa di principi importanti ma svuotati nella regolamentazione della loro  applicazione concreta. Ma il nostro diritto a essere vive e libere non può essere  barattato, non può essere mercanteggiato, non può essere disatteso. 

La violenza istituzionale diventa palese ed evidente quando una ragazza di 26 anni  trova la forza di denunciare e muore uccisa a colpi di pistola dalla stessa persona che ha denunciato.  

Il costante e silenzioso depotenziamento dei servizi ai CAV, la chiusura delle case  delle donne, la carenza di sportelli di sostegno legale gratuito, di supporto  psicologico e sanitario per le donne vittime di violenza sono le forme in cui le  istituzioni si rendono complici della violenza patriarcale. Gli interventi volti alla  rieducazione e riabilitazione degli uomini abusanti si contano sulle dita di una mano.  La violenza contro le donne si consuma soprattutto, in grandissima parte, fra le  mura di casa, agita da padri, mariti, figli, parenti e amici. Gli strumenti giuridici del  nostro ordinamento sono intrisi ancora di quel paternalismo duro a morire che ci ha  portati solo nel 1975 a riformare il diritto della famiglia – cancellando dal nostro  ordinamento il delitto d’onore – e solo nel 1996 riconoscere la violenza sessuale  come reato contro la persona e non contro la morale pubblica. Nel privato,  all’interno delle mura domestiche, dunque, la violenza era semplicemente  legittimata. Ed è proprio questo elemento culturale che sta alla radice di questi  fenomeni che bisognerebbe tenere in considerazione. La violenza maschile e di  genere è un atto di dominio, di potere, non ha a che fare coi sentimenti o con una  presunta essenza naturale legata al genere. Essa è pertanto capace di dare forma e  modellare relazioni interpersonali, ruoli sociali, e scrive le pagine del quotidiano di  una società. Il patriarcato produce svalutazione delle donne e delle soggettività  dissidenti, riproducendo un sistema di oppressione funzionale a una società  capitalistica basata sul dominio e la sopraffazione. È il controllo egemonico sulla  possibilità di espressione di libertà e consenso di molt* in favore del privilegio di  pochi a essere oggetto del contendere. È fortemente osteggiato, infatti, l’approccio  preventivo nelle strategie utili ad affrontare il fenomeno –un esempio fra tanti è  l’assenza di educazione sessuale e sentimentale tra i banchi di scuola – così come  non trovano spazio altre misure volte a sostenere la vittima in un percorso di  fuoriuscita dalla violenza.  

Quante e quante volte le donne vittime di stupro che decidono di denunciare  subiscono processi di vittimizzazione secondaria? Quante e quante volte le vittime  di revenge porn finiscono alla gogna dell’opinione pubblica e vengono emarginate  dalla società anziché essere aiutate nell’ottenere giustizia? Quante e quante volte  donne sono costrette a subire molestie sul luogo di lavoro, dove vengono vessate  e ricattate dai loro datori di lavoro? Come se non fosse già abbastanza denigratorio  essere costrette a lavorare di più, dentro e fuori casa, per guadagnare sempre meno  dei colleghi uomini e finire anche per andare in pensione dopo di loro. Le donne  vedono sistematicamente negata la possibilità di abortire da migliaia di medici  obiettori, e se scelgono di essere madri, subiscono il ricatto dei licenziamenti e  demansionamenti. . 

Sul corpo delle donne i partiti svolgono le loro propagande razziste, accendendosi e  ricordandosi della ferocia della violenza solo quando il colore di pelle dello  stupratore rientra fra quelli previsti dal programma elettorale. Il razzismo di cui è  intriso il dibattito pubblico realizza il paradosso di risvegliare la funzione vendicativa  della pena solo in ottica nazionalista. Quelli che affermano di volere ‘difendere le  nostre donne’ replicano quel meccanismo di dominazione che sta alla base della  violenza: ridurre la donna a oggetto di proprietà.  

È necessario scardinare ruoli e privilegi, immaginare e creare una società diversa.  

Alla solitudine a cui questo sistema ci condanna noi rispondiamo con un movimento  politico dal basso, di sorellanza globale, di lotta al sistema patriarcale, fondato sul  diritto di tutte e tutti di autodeterminarci nella pacifica convivenza. Come  movimento ci schieriamo e lottiamo perché nessun’altra donna subisca ancora la  mano violenta del patriarcato. Prenderemo sempre parola contro il sessismo e  l’omolesbobitransfobia, interverremo in ogni contesto specie a livello educativo,  continuando a pretendere di decidere sui nostri corpi, per un diritto  all’autodeterminazione di tuttu. Continueremo a lottare contro la violenza  economica, lo sfruttamento, la precarietà, contro la violenza dei confini e contro la  violenza ambientale. Tutte queste battaglie insieme sono prerogative del nostro  movimento che, non nascondendosi dietro il dito, ricerca le cause radicali e  profonde del fenomeno della violenza e le ravvede in un preciso quadro sistemico in  cui razzismo, patriarcato e capitalismo si scagliano sulle nostre vite.  

A Vanessa è stata strappata la possibilità di solcare le strade della felicità, noi  percorreremo tutte le strade al fianco delle nostre sorelle perché nessuna resti  indietro, perché nessuna più paghi il prezzo più alto.  

1 https://www.facebook.com/nonunadimenopiacenza/posts/3059062187751618 

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