TOP
Agripunk

Il veganismo è politico. L’antispecismo è intersezionale

perché supportare AGRIPUNK e la loro campagna (verso il 17 settembre)

in collaborazione con Agripunk ONLUS

Nella solita confusione di ogni discorso che verta sul veganismo, quando si argomenta sulle “difficoltà” (superate, insuperabili o ancora da superare) si intende sempre, con poche eccezioni, quella/e di approcciare una dieta particolarmente restrittiva, uno stile di vita inaccessibile alla maggioranza; per non parlare della sfida posta dalla presenza di pezzi o derivati dei corpi animali in così tanti oggetti di uso comune, vestiti, attività di ogni tipo che ne fanno strumenti (anche di corpi viventi con cui veniamo direttamente a contatto, come nell’equitazione).

Ma la reale difficoltà, quella cui poco si accenna, consiste piuttosto nel vedere il corpo, e soprattutto la storia, dell’animale non umano al di là del prodotto trasformato (o comunque reificato) che ci invita a farne uso.

Il mio percorso verso il veganismo, ad esempio (del resto è l’unico che io conosca fino in fondo), si è sviluppato in maniera molto poco lineare, e forse si è solo compiuto, o piuttosto è veramente iniziato, con la scoperta dell’antispecismo: potremmo definire l’“antispecismo” approfondendone una varietà di aspetti e prospettive, tutti inevitabilmente politici. Ma per me l’antispecismo ha segnato soprattutto l’uscita da una concezione puramente “personale” del veganismo, della “scelta” vegana, questo attraverso la scoperta dell’altro “Chi”, delle altre persone coinvolte.

Quella che, almeno inconsciamente, consideravo una “scelta personale”, morale sì, ma ancora incentrata su me stessa, esclusivamente sul mio personale agire, e per questo fragile ed estremamente volubile, è diventata scelta politica. Prima dell’antispecismo, ero io che, dall’alto della mia moralità (di fatto, del mio privilegio), concedevo all’animale non umano – che neanche vedevo o distinguevo, nel piatto, nello strumento, e rispetto agli altri animali di volta in volta consumati o risparmiati – la disponibilità, lo sforzo… il tempo, anche semplicemente il tempo di, non ancora vederli, ma per principio astratto almeno escluderli. Ma un veganismo di concessioni elargite, di privazioni, vagamente motivato… ti arma del potere di decidere della vita altrui, di sentirti caricata di un peso spropositato rispetto al fatto che stai compiendo il mero minimo: non torturare, non sfruttare, non uccidere, non schiavizzare. Non ti arma invece di una vera consapevolezza, degli occhi per guardare l’insieme al di là della tua prospettiva individuale. Non riflette la possibilità, che è necessità, di cambiare lo stato di cose.

L’antispecismo, movimento politico animato da una radicalità senza precedenti e supportato da una filosofia antispecista estremamente ricca, stimolante, nel momento in cui sostituisce l’Animale astratto delle nostre diete (e idee), con la Persona, non umana, come noi animale, perennemente in lotta, resistente (in modi per noi comprensibili oppure invisibili, oppure invisibilizzati)… nel momento in cui fa questo, pretende e ottiene il suo posto affianco alle altre lotte, alle altre liberazioni. Non è più questione di scelta (anche se lo resta in parte: scegliere o meno da che parte stare), ma di Giustizia. Non è più opzionale, personale, moraleggiante, sfizioso: il veganismo è necessario, è vitale, e non solo per gli animali, noi non esclusi, ma per la vitalità degli stessi movimenti politici che con le loro lotte passate presenti future lo affiancano.

Il veganismo, o meglio l’antispecismo, è intersezionale. E l’intersezionalità è e deve essere, pena l’abdicare ai suoi stessi principi, anche antispecista.

Nella nostra società, più di altre intersezioni – ormai comunemente entrate nel dibattito quelle tra le lotte propriamente umane (liberazione delle persone razzializzate, colonizzate, queer, disabili, etc.) – risulta difficile riconoscere l’intersezione con la lotta antispecista. Eppure sempre si tratta di lotte/rivolte di corpi, che si ribellano a varie forme di sopruso su di sé, che intessono relazioni e alleanze fra loro. Lotte al pensiero che si possa disporre di altri corpi come “risorse”. Specularmente, ignoriamo anche come tra loro siano connesse le oppressioni di queste altre comunità con quella dei non umani, come al vertice chi opprime in un modo tenda a farlo anche nell’altro e viceversa. Non ci stupiamo di un certo conservatorismo queerfobico che sia allo stesso tempo razzista, ma raramente ci accorgiamo di come l’oppressione dei non umani animali sia anch’essa conservatrice e tra le “destre” e al “vertice” (del potere, del privilegio…) riscuota consenso persino più unanime (indipendentemente dal fatto di essere diffusa in tutta la società umana). L’oppressione dei non umani è sistemica, legittima il dominio sui corpi, anche umani, e rafforza quelle gerarchie che detengono il potere e la ricchezza che la loro stessa schiavitù “produce” – usando come strumenti anche corpi umani, soprattutto poveri e razzializzati (si pensi all* lavorator* nei macelli, o alla mole di cibo e farmaci prodotti per sostenere le “industrie” animali).

I rifugi, talvolta “santuari” (dall’inglese “sanctuary”), per animali liberi, sono luoghi in cui diverse specie convivono. I loro abitanti sono solitamente non umani liberatisi o liberati dagli allevamenti, oppure selvatici feriti, disabili, chiunque necessiti una sistemazione sicura. All’interno di una società specista, i rifugi sono zone franche in cui le sorti e la considerazione che si ha per gli altri animali, soprattutto per coloro destinati al “consumo” umano, vengono ribaltate. Emblematico di ciò è il fatto che l* veterinari* che intervengono nei rifugi non siano preparat* ad accudire gli individui non umani presenti nei luoghi: in queste piccole società antispeciste, oasi liberate e in liberazione, la loro stessa formazione universitaria, conoscenza istituzionalizzata, viene rimessa in discussione. Nelle università, insegnano non a curare gli animali non umani, bensì a renderli adeguati ai nostri scopi umani. Nel caso dei cosiddetti “pet”, questi sembrano coincidere: l’interesse dell* “proprietari*” è che il “loro” animale sopravviva, spesso, che stia bene in salute. Ma l’obiettivo ultimo della formazione veterinaria, che non è il vero benessere dell’animale, è reso evidente nella considerazione che si ha per mucche, maiali, in modo diverso ancora conigli (a volte coccolabili, altre macellabili), altri animali la cui esistenza è in bilico tra la cura e il consumo, galline, capre e pecore, e via dicendo, nella poca capacità/possibilità che si ha per curarli; l* veterinari* sono spesso format* (perché questo è il fine della loro formazione; perché le mucche libere non esistono né devono esistere, tanto che formalmente anche nei rifugi mantengono lo status di animali da reddito/allevati, con numero identificativo) a portare queste bestie al macello, a renderle il più possibile adatte alla ragione della loro messa al mondo: produrre – carne latticini uova lana. Che strumenti hanno quando è chiesto loro di curare, curare davvero? Le regole vengono sovvertite, la loro conoscenza è inadeguata e insufficiente. Nelle realtà antispeciste le mucche, i tacchini, tutti gli altri animali vengono curati perché vivano, per il loro bene, non perché producano.

Nei rifugi o santuari, gli animali “da terra” possono vivere secondo le proprie inclinazioni e i comportamenti naturali della loro specie (specie specifici); emergono le loro personalità, prima sopite o semplicemente invisibilizzate dai ritmi produttivi, dalla reificazione che ne fa meri strumenti e merci (“sono fatti per questo”, dicono), dalla invisibilizzazione stessa di tutto ciò che ne riveli il fatto che sono individui, persone, che soffrono, possono gioire, creare legami e discordie.

La terra ferma è completamente colonizzata dall’essere umano, animali come mucche non possono essere “lasciati liberi” perché la loro libertà non è neanche contemplata dal sistema. Un habitat che le accolga non esiste. Veterinari* che le curano non esistono. Maiali, tacchine, galli, hanno tutt* necessità di un luogo liberato; la liberazione è in primis il fatto che sia chiesto loro il “consenso” fino a quel momento, di fatto in schiavitù, negato: i loro corpi non possono più essere manipolati a piacimento e per tornaconto di chi millanta di possederli.

Luoghi che conquistano spazi di terra ferma, spazio per esprimere la propria personalità, luoghi che quel fatto banale quanto evidente – che gli animali tutti, anche quelli non umani, siano persone – te lo mostrano perché tu possa osservare, vivere, dis-imparare le regole di dominio, le idee dominanti, speciste, in cui siamo tutt* immers* da quando veniamo al mondo.

Individui, persone, che messi al centro del discorso, ridanno al veganismo il significato di, o lo trasformano in, vera e propria lotta di/per la liberazione. Indipendentemente da tutto, persino dal modo in cui a volte il veganismo è professato, o dalla inconsistenza dell’attivismo di alcune persone vegane (addirittura che si proclamano antispeciste), l’antispecismo resta e deve essere riconosciuto come pilastro per una liberazione totale, da chiunque si dica animat* da ideali di giustizia.

Come tutte le altre lotte, quella al razzismo o all’abilismo ad esempio, l’antispecismo può essere portato avanti da solo, focalizzandosi sulla liberazione degli animali non umani (non significa necessariamente agire in modo non intersezionale: si può parlare di persone disabili, non umane, o razzializzate, senza parlare nei propri spazi anche di altre discriminazioni, pur evitando di agirle direttamente). Ma si può anche portare avanti una lotta antispecista che sia di impronta più propriamente intersezionale, dando parola negli stessi spazi a lotte e soggettività tra loro diverse e comunicanti.

Immersa nel verde toscano, ad Ambra (provincia di Arezzo), una realtà antispecista e intersezionale, e anarchica, si è dal 2015 stabilita lì dove operava un allevamento intensivo di tacchine, che lavorava per Amadori, riconvertendolo in “rifugio per animal* resistenti”, non uman* e uman*. AGRIPUNK è casa per più di una settantina di animali tra capre, asini, pecore, coniglie, maial*, cinghiali, mucche, una bufala, buoi, due o a volte più esseri umani!, gatte e una cagna, galline, polli e galli, piccion*, alcuni disabili, che vivono insieme alle altre soggettività nella struttura, tra cui una colomba bianca e alcune piccion* che non riescono a volare.

La storia di Agripunk è una storia di resistenza e liberazione: Agripunk si definisce “organizzazione non lucrativa di utilità sociale, che – come scrivono l* attivist* sul blog – ha portato alla chiusura un allevamento intensivo di tacchine da carne (dette anche broiler), il quale ogni 3 mesi mandava al mattatoio una media di 30.000 individuə”. L’occupazione dei 27 ettari del podere è stata seguita appunto dalla creazione di “un rifugio per animali ex da reddito nonché una serie di spazi per varie attività di artigianato, sociali, culturali e divulgative”. Inizialmente l* attivist* avevano ottenuto un permesso per entrare nella proprietà, potendo così mettere insieme di nascosto foto, video, prove e documenti. Infine, sono riuscit* ad accedere ad uno dei capannoni (a ventilazione forzata), documentando “le tacchine pallide, la luce costante (luci al neon 24h), la privazione del sonno, le piume sporche e rotte, i becchi tagliati, le dita amputate per tagliare le unghie di cui sono dotate ed evitare possibili ferite”. Giorgina e Lisetta furono le uniche due tacchine ad essere portate in salvo. La pubblicazione di immagini relative alle tacchine recluse e delle tacchine libere e rinate una volta fuori, insieme alla campagna di pressione, determinarono forti preoccupazioni e che la ASL revocasse il codice stalla, intimando la chiusura immediata. L’allevamento chiuse nel maggio 2014, e l* attivist* occuparono per un anno. Dal 2015 l’associazione, fondata quello stesso anno, ha stipulato un contratto d’affitto con la proprietà.

Avendo trascorso alcune settimane nel rifugio di Agripunk, ho pensato molto all’impatto che interagire coi non umani che vivono qui avrebbe potuto avere sulla me onnivora, o sulla vegetariana/vegana un po’ superficiale e confusa che sono stata. Nella nostra società consideriamo “cibo” o “macchine per produrre cibo (o altro)” molte delle persone che qui è possibile incontrare; ogni anno centinaia di miliardi di animali, delle loro stesse specie o di specie diverse ancora, non hanno la fortuna di potersi trasferire in luoghi come questo.

Conoscere le loro personalità significa restituirle sia a loro che, in potenza, a tutt* l* non uman* di cui non sappiamo nulla; significa che non possiamo più ignorare che sono individui e in quanto tali lottano e vogliono sopravvivere, che ucciderli significa uccidere qualcun* e non qualcosa (quasi una contraddizione in termini). Uccidere, non è produrre. E produrre “morte”, fosse anche possibile, o assoggettare, è un atto politico che politicamente e insieme va contrastato.

E qui ad Agripunk tutto è politica, perché tutte le soggettività che attraversano questo luogo sono portatrici di un percorso e attraversandolo ne vengono percorse. Si impara e si cresce, si crea insieme uno spazio sociale che sia antirazzista, antifascista, accogliente per chiunque sia dispost* a mettersi in gioco, ecotransfemminista; si parla di intersezionalità, decolonialità, anarchia tra le mura di Agripunk, e di liberazione che è sempre liberazione totale. Di diversità che è ricchezza. Nel resoconto della campeggia ecotransfemminista (percorso di una settimana svoltosi ad Agripunk nel luglio 2021), portato a LA ZAD, si legge: “Il nostro esserci con i corpi, le nostre relazioni, il nostro parlare e soprattutto il nostro ascoltare, l’apprendere dalle altre pratiche di lotta e di resistenza, il contaminarci è fondamentale. C’è sempre una grande resistenza politica alla diversità quando viene affermata”. Questo antispecismo che dalle altre lotte impara e si contamina, quanto potrebbe a sua volta insegnare, contaminarle, farle crescere? “Lo spazio politico – continua l’elaborato conclusivo della campeggia – va liberato per dare voce, forza ed espressione politica a tutte le diversità”.

L’esistenza di questo che si definisce “spazio sociale multispecie”, però, è attualmente minacciata: “allo scadere dei primi 6 anni di affitto possiamo presentare una proposta di acquisto. Se non fossimo in grado di farlo, la risposta della proprietà è lo sfratto per noi e per le numerose soggettività animali che lo abitano”. La campagna #agripunkbenecomune nasce proprio perché questo spazio “è di tuttə e per tuttə e deve continuare ad esistere”.

Scrivono sul sito www.agripunk.com: “in Valdambra ci stiamo mobilitando per la sopravvivenza della nostra realtà e per far sì che si diffonda a tutto il territorio dove sorgono ancora altri insediamenti produttivi che lucrano, letteralmente, sulla pelle di altre soggettività recluse, immobilizzate, incatenate, sfruttate e ammazzate solo perché appartenenti a specie diverse della nostra”.

Il rifugio è importante perché costituisce “una pratica vivente”. “Questo posto si racconta da solo – scrivono – semplicemente facendo una visita ai capannoni in cui sono state imprigionate milioni di tacchine. E questo è quello che Agripunk porta avanti, oltre al rifugio, cioè divulgare queste informazioni e questa storia”.

La grandezza di Agripunk, che appunto non è solo un luogo fisico ma una vera e propria rivoluzione culturale e sociale, sta proprio nel fatto, sfortunatamente singolare, di aver portato alla chiusura di un allevamento, baluardo più che simbolico dello specismo, mostrando così, persino e soprattutto alla comunità locale, la attuabilità di un altro mondo possibile; un’alternativa, questa, che riscuote consensi in Valdambra, perché all’odore di morte, all’inquinamento, al viavai continuo di camion ed ai rumori, alle minacce date dalla caccia e dal disboscamento, si è sostituita una realtà dal valore inestimabile e dal potenziale dirompente.

La necessità, non solo di liberare animali non umani (come giustamente l* attivist* hanno sempre fatto e continuano a fare), ma anche di chiudere le strutture che li imprigionano, viene dal fatto che finché queste ultime rimarranno attive, e i territori colonizzati dalla morsa specista, altri non umani prenderanno il posto di quelli liberati – il numero delle vite in schiavitù tutto sommato invariato. Tanto valore ha la resistenza che spinge l* attivist* di Agripunk in questa direzione (di chiusura definitiva degli allevamenti), che una parte del loro impegno in questo momento è volta anche a far chiudere l’allevamento di una altra località vicina, quello di San Pancrazio (che dopo aver chiuso per un periodo, e nonostante fosse stato predisposto che nessun allevamento aprisse nella zona, ha riaperto e ora mira ad aumentare il numero di animali detenuti al suo interno da 700 a 900 scrofe, “macchine produttrici” di suinetti).

Lo sfratto di Agripunk porterebbe, anche ad Ambra, alla riapertura di un allevamento. Se è vero che Agripunk in sé, con la sua resistenza e le soggettività che lo animano, non cesserebbe di esistere, d’altro canto il territorio corre il rischio di diventare nuovamente un’enorme prigione, ritornando al tempo in cui più di 120 mila individui ogni anno sarebbero giunt* qui solo pulcin* e in soli 3 mesi ne sarebbero uscit* delle dimensioni adeguate per essere macellat*. Lo spettro dello sfratto, inoltre, non permette oggi all’associazione di accogliere serenamente (ossia con la piena certezza di poter restare) nuovi abitanti, anch’essi in cerca di un luogo per essere liberi, la cui vita resta nel frattempo in bilico (i posti nei rifugi e le loro risorse non sono mai abbastanza per tutti gli individui che altrimenti rischiano l’abbattimento).

Pur non essendoci luoghi esenti da specismo nelle società in cui viviamo, dello specismo gli allevamenti sono vere e proprie roccaforti: lasciare loro lo spazio è una pesante sconfitta per il movimento antispecista, per le comunità umane che ne fanno le spese, e per gli ecosistemi che tutti noi animali abitiamo.

Se l’esperienza e le conquiste dell’associazione Agripunk, con le relazioni costruite negli anni e le intersezioni coltivate attraverso il passaggio di soggettività diverse, sono inestimabili e non possono in nessun modo essere cancellate dallo sfratto, è impossibile non sentire come impellente la necessità di preservare questo luogo, lo spazio anche fisico che ha nutrito e nutre tanto fermento sociale, culturale e intellettuale, rivelandone la storia: il prima, fatto di scritte in vernice nera sulle mura, che raccontano dei 6000 tacchini per capannone, di “ganci da macellaio” per appendere le carni uccise (prima ancora dell’allevamento intensivo, il luogo già ospitava stalle e un’area per la macellazione); il dopo, segnato da murales e graffiti, e dalle scritte e gli adesivi che tempestano porte e pareti, che mettono in risalto, distruggendoli, tutti i simboli del potere che qui è stato, ha ucciso, e da qui è stato cacciato.

L’appello di Agripunk ONLUS:

Era previsto che alla prima scadenza del contratto commerciale 6+6, che abbiamo stipulato a novembre 2015, potevamo proporre il riscatto se ce ne fosse stata la possibilità. Ma era anche previsto che, in caso di impossibilità di riscatto, il contratto si sarebbe rinnovato automaticamente per altri 6 anni ed al termine ci si sarebbe comunque potut* avvalere del diritto di prelazione, previsto per i contratti di questo tipo, scalando dal totale l’ammontare degli ulteriori affitti pagati nel frattempo.

Invece, se non riscattiamo tutto il podere e l’ex allevamento entro il 17 novembre 2021, non intendono procedere al rinnovo automatico del contratto e ci chiedono di lasciare tutto, immobili e terreni.
Inutile dire che sarebbe meraviglioso riuscire davvero a riscattarlo entro novembre, sarebbe il sogno nostro e di tutt*.

L’ex allevamento finalmente libero e definitivamente nelle mani di chi lo sta facendo risorgere da anni, le belve libere e liberate, e tante altre che potrebbero vivere qui ed avere una seconda possibilità; sarebbe una cosa meravigliosa e ancor più rivoluzionaria.

Tutt* insieme si acquisterebbe e diventerebbe un bene comunitario dedicato alle soggettività libere e liberate, e alla liberazione in tutte le sue forme. Ma se ciò non fosse possibile, vogliamo avere un’altra opportunità come previsto fin dall’inizio e come ci avevano assicurato a gennaio 2020 alla fine delle altre udienze per sfratto.

COSA PUOI FARE?

– partecipare alla campagna con il tuo collettivo/assemblea/associazione/ONG/…. o individualmente mandando l’adesione entro il 15 settembre ad [email protected]

– partecipare al mail bombing del 17 settembre e del 17 ottobre. In risposta alla vostra adesione, il 16 settembre vi manderemo il testo da inviare e gli indirizzi che vi proponiamo.

– potete aggiungere anche gli indirizzi del vostro Comune, Regione e Provincia per chiedere che anche il vostro territorio sia liberato per espandere la lotta all’allevamento in maniera capillare attraversando tutti i territori possibili!

– diffondere questo appello e la campagna a più persone e realtà possibili per estendere al massimo la partecipazione.

– partecipare con generosità al crowfunding (IT11P0501802800000012165098 bic/swift CCRTIT2T84A int. Agripunk onlus causale “Agripunk bene comune” o vedi www.agripunk.com per link Paypal) perché AGRIPUNK è già NOSTRA e NOSTRA deve rimanere. Contro ogni sfratto e sgombero AGRIPUNK vive e resiste

L’intera sopravvivenza di numerose specie dipende dalla nostra volontà collettiva di promuovere ed attuare cambiamenti significativi, ma soprattutto sappiamo che non c’è più molto tempo per agire.

Devono sentirci, devono sentire forte e chiaro che Agripunk resiste e che non ci accontentiamo della chiusura di un solo allevamento.

Perché l’unico allevamento possibile è quello chiuso e l’unicə animale possibile è quellə liberə!

Post a Comment