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Yabakei (1918) print in high resolution by Goyō Hashiguchi. Original from the Minneapolis Institute of Art. Digitally enhanced by rawpixel.

Racconto: Ciòccapiatti

L’autrice consiglia di leggere ascoltando: Le luci della centrale elettrica, “La Terra, l’Emilia, la Luna.” Costellazioni. La Tempesta Dischi, 2014.

di Alessia Rossi

La Mutter dice che sono un ciòccapiatti.

Così m’ha detto ieri e pure oggi e pure domani ’sta sicuro che lo dirà, che sono un ciòccapiatti. Dice che la racconto, che dico dico e poi non combino mai niente, anche adesso, che sto sul divano e gioco a Call of Duty e lei sta a stirare. Diobò, sentitela, parla più forte del ferro e dello sbuffo di vapore, d’sgraziè, dat da fèr,. E io allora stoppo la Play e penso che se sto qua sbrocco male. Sbrocco. Male. Ma la Mutter continua, oggi è in buona, m’attacca una pezza allucinante e le spara tutte, pem-pem!, D’sgraziè, va mo’ a lavurèr, come tuo cugino, lui sì che porta a casa i soldi. Eccerto, come mio cugino, mio cugino-succhia-cazzi… ehi, non c’ho niente contro i froci, sia chiaro, aspe’ vez, froci no, sennò sembra che abbia da dire con loro. Vabbè, ma resta il fatto che qualche cazzo mio cugino l’ha succhiato sicuro, lavora in banca, l’omosessuale – omosessuale si può dire? – va in giro tutto vestito da fighetta, con le fanghe lucide e i risvoltini ai pantaloni che sembra che c’abbia l’acqua in casa, ma tanto chissene se ha succhiato degli uccelli, no? Perché lui ha succhiato gli uccelli giusti.

Lui-porta-i-soldi.

I soldi, mi fa sbragare.

Non è mica un ciòccapiatti come me, che dico dico e vivo ancora con la Mutter e gioco alla Play e m’ingozzo di brustulli salati e gioco e m’ingozzo e poi, quando slavoricchio, mollo tutto perché troppo sbatto. Come il lavoro al canile, ho retto due giorni, due, poi il terzo mi son dato malato, perché, boiamondo, io non ci sto a pulir le merde, no, non ci sto. Ho fatto anche il postino, ma il contratto era di tre mesi – maddai – e mi divertivo, cioè, quando c’era la nebbia mi divertivo un po’ meno, soprattutto verso Molinella. Però era bello lo stesso, perché c’eravamo solo io e il ferro e i campi e il mondo.

Il mondo.

Io non tirerò su merde ancora, non c’ho voglia, non c’ho.

Io voglio fare qualcosa di grande, di bello. Voglio prendermelo ’sto mondo. Fargli vedere che esisto. Quando sto in bolla penso che vorrei fare lo scrittore, sì, lo scrittore. Tipo fare come Brizzi che ha scritto il libro su Jack Frusciante e c’ha fatto i soldi e nel libro c’era il cinnetto che faceva il Galvani ma l’aveva chiamato Liceo Caimani. Bella roba. Il Galvans io non l’ho fatto, ma va là, quello è solo per fighetti figli di papà che c’hanno due cognomi o per i fro…, no, omosessuali, come mio cugino. Io ho fatto lo scientifico sdozzo a Budrio. Però ho fatto tedesco e, ciò, mica da tutti, per questo chiamo la madre Mutter, lei là è peggio di un Obergruppenführer. Mandarmi a scuola a Bologna le faceva paura, diceva che era una città pericolosa, mentre a Budrio niente feste, droga, manifestazioni, hanno fatto un picchetto una volta, ma era solo per saltare la prima ora. Ai budriesi manca il coraggio. Dicono che a noi giovani manca il coraggio. Dicono che il mondo è nostro e poi ci lasciano i brustulli. Dicono che facciamo gli schizzinosi, che nessuno vuole fare fatica. Tutti dicono dicono tante cose.

Io dico: andateci voi a pulir le merde.

Ma sto perdendo il punto, il punto è che dovrei fare anch’io come Brizzi. Scrivere di qui. Della vita vera. Di noi. Del disagio, non è così che si dice, del d-i-s-a-g-i-o-g-i-o-v-a-n-i-l-e. Magari romanzo un po’, perché va bene il disagio, ma questo è proprio un paesino di merda, t’al deg me, e io che racconto, vez, che racconto? Se googli “Medicina”ti compare un bollo di nebbia. E non c’è un cinema, non c’è un pub, manco l’ospedale c’è a Medicina, ci sono rimasti i vecchi che giocano a bocce o i maragli che rubano biciclette.

Dovrei andarmene per scrivere. Qui manca l’ispirazione.

Magari a Bologna ce n’è rimasta un po’, insieme al coraggio.

Soffoco.

Anzi, sai cosa? Me ne vado proprio adesso.

Esco e prendo il ferro, sì, oddio, che poi non è un vero ferro, è solo un cinquantino mezzo scassato, non c’ho soldi per la macchina, ma lo faccio, mi butto per strada e chissene. Allora lo dico alla Mutter che dovrei andarmene e lei mi dice che manco quello so fare, che dico dico e poi non lo faccio, che a ventisei anni dovrei darmi uno slego. O vez, mi smarona proprio quando fa così, mi smarona. So che mi sta addosso per quello che è successo l’altro giorno al Bervo, e prima a Menno e prima ancora a Gaddo o a quel regaz di sedici anni, Ludo, si chiamava. C’ha paura che finisca come loro. Ma non mi smolla, solleva il ferro che sembra una navicella spaziale pronta al lancio, lo punta verso di me e riprende a parlare sopra lo sbuffo di vapore, delincuànt, so che combini quando vai in giro, ti droghi. Non mi drogo, fumo solo qualche cannone, ma vallo spiegare alla Mutter che non è droga, e basta, adesso lo faccio, prendo e me ne vado da ’sto paesino dove ci sono solo chiesaroli o punkabbestia o indiani o pakistani o cinesi. Io non sono razzista, ma manco si chiama più Medicina perché i cinesi si sono comprati pure il nome di ’sto cazzo di paese ed è diventato Made-in-Cina. Che poi, non è mica colpa mia se non c’è lavoro, è colpa della crisi, c’è il d-i-s-a-g-i-o-g-i-o-v-a-n-i-l-e, e sono tornati di moda i fasci.

Cioè, vez, ti rendi?

I fasci. Assurdo.

A volte penso che vorrei scappare da qui e bruciare tutto, tipo con un lanciafiamme, come alla Play, ma vabbè, non c’ho i ghelli per la macchina, figurati per andarsene, ma lo farò, andrò via e farò lo scrittore, anzi, lo faccio subito.

Non sono un budriese.

Vado.

Ho deciso. Prendo e vado.

Apro la porta, esco.

Giugno mi sbatte in faccia tutta la caldella, s’appiccica addosso peggio d’una cicles. Provo a respirare. Sudo. In un secondo c’ho le pezze alla camicia, diobò, non mi sono neanche cambiato.

Torno dentro?

No, dentro non ci torno, ché lei là sta ancora a dar di matto.

Prendo il ferro.

Filo.

Sfreccio. A manetta.

L’aria mi asciuga il sudore, asciuga la terra, la velocità si mangia le case, i campi, l’orizzonte, siamo io e il ferro e il mondo. Il mondo. Penso al Bervo appeso in camera sua, alla madre che l’ha trovato ciondoloni, sul biglietto c’ha scritto solo ti voglio bene, diobò, come si fa? Pure suo babbo s’è ammazzato quando lui era cinno. Impiccato. Mi chiedo se una cosa così si trasmette, come una malattia, come il raffreddore, ma è il virus della suicidità, o se è solo colpa della crisi e del d-i-s-a-g-i-o-g-i-o-v-a-n-i-l-e.

Stamattina sono andato al funerale. Una mazzata, ecco, una mazzata.

C’era la madre del Bervo che non piangeva, stava lì, immobile, una statua di rughe, credevo di uscire di testa, perché il Bervo l’avevo visto venerdì e stava bene, ti dico, rideva, abbiamo pure preso una birra insieme, poi un’altra e un’altra, e alla fine eravamo tutti breschi marci e felici, io, il Nak, Gengio, Sante, Brudi, Richi, e le morose varie, e parlavamo di andare a ballare al mare, un sabato. A Marina.

A ballare.

Al funerale c’eravamo tutti, la balotta al completo, colle facce coordinate al nero dei pantaloni e le pezze alle camicie, il Nak, Gengio, Sante, Brudi, Richi, c’era perfino la ex del Bervo, e piangeva la poretta, piangeva anche per la madre del Bervo che non piangeva. Ora faranno come tutti gli altri, una raccolta fondi in suo nome, una festa in suo nome, un palazzetto in suo nome, una birra in suo nome, amen, com’è stato per Menno o Gaddo o Ludo. Finché non finiscono i palazzetti o non s’impicca un altro e allora ricomincia il giro, perché in ’sto posto ci si ammazza così, ci s’impicca, manca pure l’inventiva d’ammazzarsi. Forse all’ingresso del paese dovrebbero mettere un cartello con scritto “Benvenuti a Medicina – Terra di cinesi e suicidi”. Meglio non pensare. Non ci penso e continuo a scalare le marce.

Rettilineo. La vita non è dritta.

Il ferro e la gomma si taffiano la linea bianca, la Mutter, il Bervo, pure il mondo.

I brustulli ci restano.

Sbuffo di vapore. Il controller vibra tra le mani. Headshot. Sei morto.

Tutto s’ingarbuglia. La testa si fa pesante. Gioco e m’ingozzo.

Scappa.

Via, verso Bologna. No, troppo sbatto.

Allora verso Molinella che non è stagione di nebbia, e diobò, vado, vado e non torno stavolta.

Qui cosa c’è da raccontare, vez, cosa c’è?

Il ferro stira le pieghe. La vita non è liscia.

Sgommo e vado.

Vado a busso, vado e non penso.

Penso che sto sul divano, la Play accesa. La Mutter che grida e mi ciòcca di nuovo.

Alessia Rossi

Medicina, classe 1993.

Nel 2016 si laurea al DAMS di Bologna, specializzazione teatro, e subito dopo si trasferisce a Torino, dove frequenta la Scuola Holden e si diploma nel 2018. Lì, di cose belle ne ha fatte tante, ma al primo posto mette il corso di formazione per far avvicinare i ragazzi al mondo della scrittura e della narrazione. Dopo una breve parentesi milanese, torna a casa, tra i campi e gli orizzonti della Bassa bolognese, e ora sta cercando di capire cosa vuol fare da grande. Forse la raccontastorie, qualunque cosa voglia dire. Ma di una cosa è certa: scrivere è la sua vita, o almeno, lei ci crede molto. In attesa di un’epifania, fa la Web Writer per una un’agenzia di comunicazione. Poi, scrive di letteratura per bambini e ragazzi su Tropismi e apre anche un suo blog che si chiama Svoltapagina (www.svoltapagina.wordpress.com), dove parla di libri, di scrittura e di gente che fa cose belle.

Il suo motto: scrivere è ri-scrivere.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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