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Un asterisco sul genere: Come si strumentalizzano le istanze delle soggettività queer

Immagine in copertina di logicofenglish.com

Un asterisco sul genere è un articolo uscito il 24 settembre sul sito dell’Accademia della Crusca, nella sezione dedicata alla “Consulenza linguistica”. È stato scritto da Paolo D’Achille, professore ordinario di Linguistica italiana presso l’Università Roma Tre, socio dell’Accademia della Crusca e responsabile del servizio di consulenza linguistica.

Come lascia intendere il titolo, l’articolo di D’Achille affronta questioni legate a identità, genere, grammatica; in realtà, si propone di rispondere a una serie di domande abbastanza eterogenee, come ci avverte nell’incipit l’autore stesso, ma con “un tema di fondo che le accomuna: la questione della distinzione di genere, anche al di là della tradizionale opposizione tra maschile e femminile”.

Nel testo di D’Achille ci sono molti passaggi che stupiscono per l’interpretazione che viene data di alcuni fenomeni linguistici. Senza soffermarmi troppo sui dettagli, vorrei mettere in luce alcuni passaggi nei quali ho trovato particolarmente grave la personale interpretazione data dal professore su alcuni dati che dovrebbero oramai essere assodati e non più contraddetti.

Là dove scrive:

[…] la scelta del plurale maschile nello standard non dipende dalla numerosità dei maschi rispetto alle femmine all’interno di un gruppo: basta una sola presenza maschile a determinarlo, ma non si tratterebbe di una scelta sessista (come viene invece considerata da molte donne), bensì dell’opzione per una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale.

D’Achille va al di là della descrizione oggettiva, che sarebbe stata: «la scelta del plurale maschile nello standard non dipende dalla numerosità dei maschi rispetto alle femmine all’interno di un gruppo: basta una sola presenza maschile a determinarlo; ciò accade perché al maschile è stata attribuita la funzione di forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale». Nell’aggiungere che «non si tratterebbe di una scelta sessista (come viene invece considerata da molte donne)» nega il portato simbolico e politico di un’usanza, perché questo è: un’usanza, non una regola strutturale. Una pratica linguistica, quella dell’uso del maschile sovraesteso e non marcato (cioè generico, neutro), che finché non viene problematizzata (cosa che in realtà è stato ampiamente fatto… ma forse D’Achille non riconosce la validità di tali studi) e, soprattutto, disinnescata continuerà a riproporre ambiti valoriali differenti per le varie soggettività, necessariamente inserite all’interno di un rapporto di gerarchie e subordinazione.

Trovo grave, anzi gravissimo questo posizionamento, che non può che essere descritto come un vero e proprio backlash, un tentativo di “restaurazione” che tenta di cancellare gli studi degli ultimi 40 anni e riporta indietro la linguistica a un periodo ante 1987 – l’anno di pubblicazione del celebre Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, riedito poi anche nel 1993 [https://web.uniroma1.it/fac_smfn/sites/default/files/IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf], e seguito da molti altri studi (cfr., per esempio, gli scritti di C. Robustelli, G. Giusti, S. Cavagnoli, C. Bazzanella, S. Luraghi, V. Gheno).

È preoccupante, inoltre, che le parole di D’Achille siano inserite all’interno di una sezione, quella della consulenza linguistica, che si rivolge a chi vuole saperne di più, a chi ha dei dubbi e ricerca una spiegazione/ragionamento che possa dar contezza del funzionamento della comunicazione. Rispetto a come muoversi in questo paesaggio linguistico che cambia e nel quale si affacciano nuovi segni (asterisco, schwa, -u…), l’autore risponde in chiusura di articolo che la scelta migliore è usare il maschile sovraesteso, “serenamente” e con consapevolezza:

L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico.

Si tratterebbe, insomma, di mettersi il cuore in pace: secondo D’Achille, è naturale (solo nel sistema linguistico o anche fuori?) che il maschile abbia più funzioni e valori perché la grammatica funziona così (“il maschile non marcato”, ci dice l’autore nell’articolo, è “proprio della grammatica italiana”). Si tralascia di dire che la grammatica di una lingua viva non è altro che la descrizione di come funziona la lingua nella comunicazione; tant’è vero che certe regole grammaticali cambiano nel tempo, per esempio oggi è ammessa, cioè si è verificato che è uso diffuso e comune, usare l’ausiliare avere – e non solo essere – per i verbi metereologici; ma ha piovuto era considerato errore gravissimo per la mia generazione.

Ci sono spinte di cambiamento in atto che non si sono assestate ancora (cfr. schwa, asterischi, -u, ecc.) anche se sono usate da un numero crescente di persone e iniziano a comparire in saggi, articoli di giornali, narrativa oltre che sui social; e per questo, se ovviamente non possono ancora essere presentate come “norma”, andrebbero tuttavia segnalate su grammatiche per completezza, così come si fa rispetto a registri e gerghi: anche per evitare quello “sconcerto” invocato dall’autore di fronte a un pubblico non preparato a trovarsi strani simboli in un testo (anche qui: puntiamo all’educazione invece che alla censura?).

Ci sono però forme che esistono già in italiano, e rispondono nella loro formazioni a una regolarità del sistema: mi riferisco ai femminili dei nomina agentis e alle strategie per disinnescare quel maschile sovraesteso, invocato soprattutto nei plurali, che non è proprio del sistema linguistico (langue), come afferma D’Achille («il plurale “i candidati” è accettabile perché, sul piano della langue, non esclude affatto le donne»), ma è frutto invece dell’uso (parole) e delle scelte compiute (anche nell’ambito lessicografico, dove è forte l’androcentrismo, cfr. anche le recenti vicende [https://www.repubblica.it/moda-e-beauty/2020/11/09/news/maria_beatrice_giovanardi_italiana_vince_contro_oxford_dictionary_cambia_definizione_parola_donna-291297084/]).

Il ritorno al maschile sovraesteso non solo è indicato ma è messo in pratica da D’Achille:

Il brano è citato in un importante studio della compianta accademica Maria Luisa Altieri Biagi […], una dei “maestri” della linguistica italiana (usiamo intenzionalmente il maschile plurale, che in questi casi, a nostro parere, è quasi una scelta obbligata per indicare un’eccellenza femminile in un ambiente a maggioranza maschile).

Anzi, il maschile plurale viene considerato “quasi una scelta obbligata”, ma è possibile (lo suggerisce già quel “quasi” dell’autore che rimanda dunque a una scelta di posizionamento individuale preciso di chi scrive) avere un altro testo, ugualmente chiaro: «Il brano è citato in un importante studio della compianta accademica Maria Luisa Altieri Biagi […], una tra i maestri e le maestre della linguistica italiana (usiamo intenzionalmente la doppia forma, perché in questi casi, a nostro parere, è doveroso indicare la presenza femminile per evitare l’oscuramento delle donne soprattutto in un ambiente che in passato era a maggioranza maschile)». Tuttavia, avrebbe appunto implicato un posizionamento diverso rispetto al tema lingua e genere.

Se dall’Accademia della Crusca, in questi anni di presidenza Marazzini, non ci si può forse aspettare un atteggiamento diverso (ma un po’ più di scientificità però sì), è interessante far notare come questo articolo si inserisca in una costellazione di altri testi che affrontano lo stesso argomento (per es. quello di De Santis , di Maggiani, di Robustelli ) fornendo spesso indicazioni fuorvianti e imprecise con l’intenzione non di descrivere ma di prescrivere, non di spiegare ma di condannare pratiche linguistiche che, senza aspettare beneplaciti accademici o benedizioni da parte dell’intellighenzia, sono vive e diffuse, fertili in quella che, per richiamare bell hooks, è la zona del possibile: la marginalità.

Tuttavia, a differenza di altri articoli, in questo di D’Achille intravedo per la prima volta in modo così chiaro il tentativo di strumentalizzare le istanze delle soggettività non binarie, trans, queer per tentare di riportare in auge ciò che si pensava oramai sconfitto: l’idea che il maschile sia preposto a essere la norma, lo standard, l’universale.

Poiché la lingua è non solo strumento ma anche spazio abitato e attraversato dalle soggettività, prestiamo attenzione a dispositivi retorici e discorsivi che agiscono come un vero e proprio (trans)femonazionalismo linguistico (riformulo il concetto di Sara Farris). Non cadiamo nella trappola che ci porta a considerare nemic* chi invece combatte per la nostra stessa finalità: il riconoscimento del pari valore di tutte soggettività, l’ampliamento di immaginari, l’accesso alla “cittadinanza linguistica” (poter essere presenti e con agency nel discorso), la lotta contro il sessismo (non solo linguistico!). Si possono avere posizioni differenti, prospettive diverse, si può stare nel conflitto e discutere, ma finché non accetteremo che tante sono le strategie per disinnescare il maschile universale e non tutte passano necessariamente dal femminile, finché non ci renderemo conto che asterischi e schwa e -u non sono tentativi di neutralizzare, cancellare, oscurare ma di nominare, esplicitare, illuminare le potenzialità della lingua e che quest’ultima è uno spazio da costruire insieme, nella pluralità, uno spazio esteso e non luogo di privilegi per pochi/e, allora la battaglia contro le discriminazioni (linguistiche e non) non potrà essere vinta.

Comments (3)

  • Giulio

    Con “metereologici” direi che ogni velleità di essere presi sul serio come linguisti svanisce

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  • Cesco Reale

    Salve, grazie per il vostro commento. Vi mando il commento che ho mandato al Prof. D’achille.

    Gentile Prof. D’Achille,
    sono un poliglotta italiano (https://www.polyglotassociation.org/members/cesco-reale) e rappresentante ONU della Fed. Mondiale di Esperanto (http://www.linguistic-rights.org/cesco-reale/), sono stato intervistato di recente da Il Chiasmo Treccani sul linguaggio inclusivo https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/extra/linguaggioinclusivo.html
    Se volesse leggere l’intervista sarei onorato di ricevere i suoi commenti.

    Mi permetto di inviarle qui sotto alcuni commenti al suo articolo https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018?fbclid=IwAR33Hze-sCkUC3CZOUqscucE-99Do_YH9bjgDpjvdrHVXDD4dGts8lQskR8

    1) Le conclusioni ignorano gli studi, come Levy 2017, che mostrano che il maschile esteso fa pensare al genere femminile molto meno del genere doppio o del genere indefinito. Ne parlo nella mia intervista.

    2) Ci è inoltre pervenuta una richiesta di sostituire…
    C’è il rischio di screditare le proposte inclusiviste citando UNA richiesta assurda. E’ ovvio che la Crusca non puó sostituire parole con altre parole nell’uso della lingua. Se arriva una richiesta assurda non sarebbe meglio semplicemente ignorarla, invece di citarla rischiando di screditare un’intera categoria?

    3) non c’è, al momento, una soluzione pronta: sarà piuttosto l’uso dei parlanti, nel tempo, a trovarla.
    A mio avviso sarebbe piú preciso dire: non c’è, al momento, una soluzione accettata da tutti, ma esistono attualmente due proposte di soluzione: la U e lo scevà.

    4) si scriva “il candidato o la candidata”,
    Qui peró non considera il problema dei non-binari che descrivo all’inizio della mia intervista.

    5) “il caso di uomini, già ampiamente trattato negli studi, a cui, in una prospettiva non sessista, si preferisce persone.”
    Seguendo il suo ragionamento, cosi come il maschile plurale è definito anche come maschile agenere, allora anche uomini è usato non solo per indicare “esseri umani maschi” ma anche per indicare “esseri umani” senza indicazione di genere. Allora perché invece qui preferisce la parola persone in prospettiva non sessista?

    6) probabile calco su dear all
    Il calco si riferisce a una struttura che in genere non è presente nella lingua, giusto? L’italiano non ha bisogno di fare un calco sull’inglese per questa espressione; se proprio si vuol parlare di calco, esso sarebbe semmai su “cari tutti” a mio avviso, che è già diffusissimo in italiano. Come mai si riferisce cosí spesso all’inglese e quasi solo all’inglese?

    7) Perché usare anglicismi traducibili? (a maggior ragione sul sito della Crusca) Ad esempio: gender neutral -> agenere. Genderfluid -> genere-fluido.

    8) forma asteriscata che è stata «presumibilmente mutuata dalle convenzioni dei linguaggi di comando dei sistemi operativi …
    L’opinione mi sembra poco credibile. Che percentuale di utilizzatori di * conosce questo dettaglio e potrebbe aver deciso di usare * per questa ragione? 0,1% ?

    9) “Qualcuno ha proposto espressioni come caru tuttu,”
    La proposta in U è per il singolare, non per il plurale.
    Per il plurale esiste la mia proposta in -IE e il ɜ di italianoinclusivo.it

    10) del simbolo dello schwa non esiste il corrispondente maiuscolo.
    Esiste in lingua azera: Ə

    Cordiali saluti,
    Cesco Reale

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