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Afghanistan women protest

Islamofobia e white saviorism in Afghanistan

Immagine in copertina da en.gariwo.net

La prima volta che sentii parlare di Afghanistan era il 2001. I miei genitori guardavano solo tg della Rai e ricordo i cronisti che mostravano un paese che ai miei occhi di bambina appariva povero e polveroso.
Le immagini dei talebani non le ricordo, ma ricordo che le persone in tv ripetevano allo sfinimento che era una guerra giusta contro il terrorismo e per la liberazione delle donne afghane.

Il tema delle donne da liberare mi conquistò da subito e, guardando al passato, credo che quello fosse un messaggio propagandistico perfetta, un modo astuto per legittimare la guerra, mescolando islamofobia e white saviorism. Quello che ricordo erano servizi lunghissimi in cui venivano inquadrate ossessivamente donne con il burqa e i giornalisti che lo descrivevano come l’emblema della malvagità dei talebani: se non avessimo combattuto e vinto in quel paese, anche per noi, bambine occidentali, c’era il rischio concreto di diventare vittime della repressione talebana delle donne.

La narrazione giornalistica evitava sempre di spiegare come i talebani fossero saliti al potere, come se l’Afghanistan fosse sempre stato il loro paese, come se le afghane fossero sempre state vittime della barbaria talebana. L’Afghanistan non aveva un passato, non era mai stato un paese comunista, non aveva subito invasioni, non era stato sistematicamente destabilizzato dagli Stati Uniti. Era solo un posto popolato da sempre da tribù di fanatici religiosi e per questo per liberare le donne dalla condizione di schiavitù serviva l’occidente, serviva la guerra.

Tughra: Shah Muhammad bin Ibrahim Khan, al-muzaffar daima (ca. 1648–1687) during Ottoman period, reign of Sultan Mehmed IV. Original from The Cleveland Museum of Art. Digitally enhanced by rawpixel.

In quegli anni non ricordo interviste ad attiviste afghane, non ricordo nessuno che, per esempio, ci spiegasse a scuola la differenza tra velo e burqa, tra fondamentalismo islamico e religione islamica. Il sostegno mediatico alla guerra diffondeva l’immagine di un Afghanistan abitato da donne vittime e da uomini malvagi. Il simbolo assoluto dello status di vittima delle donne afgane era il velo, qualsiasi velo, e questa idea è stata perpetrata anche da molte femministe non religiose.

Per anni abbiamo negato alle nostre sorelle con il velo la possibilità di essere ascoltate e in alcuni casi, di essere prese sul serio, quando parlavano di femminismo o di autodeterminazione. Abbiamo per anni dato per scontato che femminismo e religione fossero incompatibili, usando una scala di giudizio che era solo nostra e non ammetteva discussioni. Aver per anni escluso le nostre sorelle musulmane ci ha reso complici dell’idea che le donne afghane non andassero aiutate, bensì salvate con la forza, con l’imposizione della nostra idea di parità e di giustizia.

Questo modo di agire ha fatto sì che in occidente, aumentasse la diffidenza verso le sorelle con il velo, portando alcune di loro a rinunciare ad esso non per convinzione personale ma solo perché rischiavano di essere discriminate a scuola o nel posto di lavoro.

In questo momento, dobbiamo ripartire da quel pregiudizio per decostruire la nostra islamofobia e il sentimento di superiorità che coinvolge tanto gli uomini quanto le donne occidentali. Come diceva Lady Macbeth “quello che è fatto è fatto e non può essere disfatto” e ora non ci resta che riconoscere il fallimento e le responsabilità dell’occidente in questa tragedia umana. Quello che sta succedendo in Afghanistan, dovrebbe farci realizzare che il femminismo oggi ha l’obbligo politico di essere anti-imperialista.

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