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Nella scuola è rimasto tutto come lo scorso anno

Le assegnazioni delle supplenze da graduatoria è stata affidata infatti ad un algoritmo creando problemi che hanno costretto alcune province a fermare tutto. Precari con punteggi alti si sono trovati scavalcati da neo laureati con pochissimi punti perché il principio è basato sull’ordine di preferenza e non di punteggio. Vedremo come si uscirà da questo caos che sembra l’ultimo atto  di una sorta di guerra non dichiarata ma combattuta  negli ultimi anni in piena continuità dagli ultimi due ministri, Azzolina e Bianchi. Proprio l’attuale ministro ha trionfalmente dichiarato “Dai giornali è sparita la parola precari. Il motivo? Abbiamo fatto i concorsi”.

Insomma, va tutto bene. Del resto parlare di scuola, se guardiamo l’informazione, vuol dire parlare di green pass e della sua gestione, peraltro discutibile: chi è senza sarà costretto a pagarsi i tamponi pena la sospensione dello stipendio che è un precedente assolutamente pericolosissimo. 

Ma le cosiddette “classi pollaio” sono ancora lì come sempre nonostante le dichiarazioni, tra lo stizzito ed il rassicurante, del ministro:” Le classi con più di 27 alunni sono il 3%, quelle con meno di 13 il 13%”, E quindi una classe con 25 tra ragazzi e ragazze, va benissimo anche in tempi di pandemia. 

Ma Bianchi, dal suo insediamento in poi, è stato un autentico fiume in piena di dichiarazioni. Ad aprile ha esordito dicendo:” I docenti si meritano 600 euro di aumento”; a maggio ha promesso “Stiamo ragionando sulla stabilizzazione dei precari “. A luglio già si vedeva proiettato su tempi più lunghi e scenari più complessi:” Occorre cambiare il sistema di formazione e reclutamento dei docenti, serve una nuova riforma”. Ad agosto giro di interviste con il nuovo mantra che è diventato “Dal primo settembre tutti in classe”.Ma basta fare un giro sui tanti forum di insegnanti per capire che non sarà così. 

Messy scribbles on a wall and a clock. Original public domain image from Flickr

Ma se l’obiettivo è scongiurare nuove chiusure ed il ricorso alla didattica a distanza con che spirito stanno per iniziare il nuovo anno insegnanti, studenti e personale scolastico ? Rassegnato, stanco, gli ultimi anni hanno lasciato il segno.

Prendiamo di nuovo i precari come punto di osservazione: quelli storici, con 10/15 anni di insegnamento hanno vissuto stagioni da incubo. Attaccati da tutte le parti, trattati da incompetenti- pensiamo solo all’odioso termine “supplentite”- abbandonati dalla politica che poteva puntare ad una loro regolarizzazione. Hanno affrontato un concorso quasi surreale in piena pandemia: un concorso spezzettato che doveva essere fermato ma prima ancora avevano subìto il cambio di criteri per le graduatorie voluti fortissimamente dall’allora ministra Azzolina. Criteri  incomprensibili, contraddittori, spesso penalizzanti. Ma sui precari c’è una dimenticanza di fondo: anche le competenti sedi europee si chiedono come mai migliaia di docenti vengano licenziati a fine giugno o a fine agosti per essere poi riassunti a settembre. La procedura di infrazione 4231 è ancora lì con tutto il suo carico di sanzioni. 

La scuola continua ad essere un laboratorio per regolare i rapporti di lavoro e ha imboccato ormai da decenni la strada dell’aziendalizzazione nella sua organizzazione come nei suoi principi e inevitabilmente anche nei suoi  criteri didattici. Un’azienda iperburocratizzata  seppellita da test, corsi di formazioni interna, valutazioni, riunioni, progetti che sta perdendo da tempo di vista quella che dovrebbe essere  il suo obiettivo, la crescita culturale e di senso critico, la capacità di confronto e di apprendimento. L’unica componente che ha visto crescere il suo peso – soprattutto nella scuola dell’obbligo- è quella dei genitori. La classe insegnante è sempre più divisa, quasi balcanizzata. Docenti di ruolo contro precari. Precari in conflitto tra loro , spesso una triste guerra tra poveri. Docenti più  anziani contro docenti più giovani e neolaureati. Difficile, se non impossibile, recuperare ormai, vista l’individualizzazione, uno sguardo di insieme. Un vero e proprio campo di battaglia come succede ormai in tutto il pubblico impiego. “Divide et impera” si dimostra un modo per regolare i rapporti che anche nella scuola è inossidabile e spietato. In tutto questo i sindacati hanno perso forza e ruolo, scioperare è sempre più difficile, e soprattutto nell’ultimo anno protagoniste della battaglia per la riapertura e contro la Dad sono state aggregazioni spontanee nate dentro la rete e fuori dalle classiche appartenenze. 

Come esce il sistema scolastica da quasi due anni di pandemia? Piuttosto malconcio e a confermarlo sono alcune statistiche . L’abbandono , già alto in epoca pre Covid, è ulteriormente aumentato.  L’indice Elet (acronimo che sta “early levels educational training”) fissa la cifra al 13,5% quando l’obiettivo Ue è al 10%. Peggio di noi soltanto Spagna, Romania, Bulgaria e Malta. Ma scavando tra le cifre scopriamo altre criticità: se al nord la dispersione è contenuta al 9,6 al sud si arriva al 16,7%, Dispersione che tocca i maschi più delle ragazze: 15,4 contro 11%. E uno studente su 7 in ogni caso non arriva al diploma. 

Sulla scuola poi si continua ad investire pochissimo sia se  il termine di paragone è il Pil nazionale che la percentuale di spesa totale che è dell’8,2%, cioè la più bassa d’Europa. Ma c’è chi, anche in anni di austerità, non ha avuto grandissimi problemi: le scuole paritarie. Per loro i soldi non sono mai mancati: nel 2020 altri 180 milioni per la scuola dell’infanzia e altri 120 alle paritarie primarie e secondarie. 

E se Bianchi prometteva qualche mese fa aumenti iperbolici, 600 euro, per gli insegnanti italiani la realtà racconta cose decisamente diverse: i loro stipendi sono i più bassi d’Europa. Condizioni economiche peggiori le troviamo solo in Portogallo, Slovacchia, Romania e Grecia. Un professore neo assunto in Germania prende circa seimila euro in più di un suo collega italiano a fine  carriera. 

La Dad ha dimostrato invece un’altra contraddizione: se con grande enfasi si continua a spingere sulla digitalizzazione, il lockdown – oltre ad i guasti didattici e psicologici- ha dimostrato  tutte e difficoltà e le mancanze nella rete informatica come la grande disparità sociale esistente nel paese. 

Ma tutto questo insieme di problemi non ha mutato  gli argomenti su cui si è articolato il dibattito pubblico sempre orientato su parole magiche come “competenze”, “aggiornamento” o “formazione continua”, sulla concorrenzialità- tra scuole ma anche tra categorie di docenti- finendo sempre a discutere sulla mancanza di legami con il dopo, cioè con il lavoro e con l’industria, cercando proprio in quella direzione il senso del percorso di apprendimento. E, anche su questo, alcuni dati fotografano la situazione del paese. Se ancora al 58% gli studenti che escono dalla secondaria scelgono i licei più degli istituti tecnici, al 30%, nelle aree maggiormente industrializzate la tendenza va spingendosi nella direzione opposta; Veneto, Emilia Romagna e Lombardia riducono di parecchio le distanze spingendo gli istituti tecnici al 40%  con i licei che attraggono il 48% degli studenti. 

Per uscire da questo vicolo cieco la scuola avrà bisogno di tempo e di energie ma soprattutto di logiche completamente diverse da quelle che abbiamo visto negli ultimi decenni. La scuola non può essere un progettificio o un diplomificio e l’istruzione non può più essere considerato un prodotto , una merce  uscita fuori da un’azienda. 

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