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IL CARICO MENTALE DOMESTICO – DARE UN NOME PER DARE SIGNIFICATO

“Dal momento che il soggetto cerca di affermarsi, l’altro che lo limita e lo nega gli è necessario; il soggetto non si realizza che attraverso questa realtà estranea. Da ciò dipende che la vita dell’uomo non è mai pienezza e riposo ma difetto, movimento, lotta.”

S. de Beauvoir – Il Secondo Sesso

Pochi affermerebbero, esplicitamente e senza vergogna, il concetto così squisitamente vittoriano della donna “angelo del focolare”, che ha come tendenza motivazionale quella di accudire i figli e gestire la casa. Chi ci prova sa di essere anacronistico e lontano dalla nuova normalità acquisita grazie alla lotta per la parità di genere. 

Ma a livello implicito? Siamo davvero sicuri e sicure che nelle case non viene più agito questo pensiero mitico? Purtroppo, dati alla mano, non è così. In Italia, i divari di genere sono spesso sottaciuti, tanto da far fatica a denominarli. Uno di questi è il carico mentale domestico, un concetto introdotto dalla sociologa Haicault, negli anni ’80. Sì, ben 40 anni fa.

Dare un nome alle cose permette di attribuire significato a vissuti che altrimenti rimangono non definibili. I pensieri e gli affetti non verbalizzabili, permangono in uno stato non elaborabile, come se vivessero in un limbo linguistico. La maggior parte delle volte sono vissuti sperimentati nel quotidiano, in una ciclicità incessante, che diventa norma implicita. Un implicito normativo che è incarnato nella cultura in cui viviamo e che prescrive aspettative di comportamento.

Dati oggettivi ci dicono che le donne si assumono il carico domestico più del doppio rispetto agli uomini, significa cioè che se un uomo si dedica alla gestione casalinga per circa 2 ore alla settimana, la donna lo fa per 5 ore.

Con il primo lockdown pandemico, dove tutto sembrava diventare più smart, flessibile e gestibile, il gap è aumentato, e forse di smart si è visto davvero poco. La prima questione, riconoscibile, è che non si verifica una divisione equa delle faccende domestiche e si potrebbe quindi pensare che basterebbe un planning settimanale ben strutturato, tale da condividere le energie. Di sicuro, è il primo passo pragmatico per lo strutturarsi di una parità domestica.

Tuttavia, non stiamo parlando solo del mero carico fisico o della logica “se vuoi ti aiuto”, “se hai bisogno chiedi”, “dimmi cosa devo fare in casa”, che mette il soggetto, l’uomo, in una posizione di passività e rende il destinatario, la donna, ancora il centro di gravità permanente attorno al quale gira tutto l’andamento familiare. È qui che risiede il peso del carico mentale.

Il controllo dell’organizzazione familiare e delle faccende domestiche da svolgere porta ad una continua attivazione mentale. Se volete, potete immaginare la mente come una grande scatola di cartone, che può contenere tante cose, ma ha delle pareti, è limitata.

Può espandersi, è flessibile ma se il carico diventa troppo ingombrante, dopo un po’ la scatola inizia a cedere e non riesce più a contenere adeguatamente e armoniosamente. Di solito, coscienti di aver raggiunto il limite, si tende ad attribuire la colpa al partner, con la conseguenza di delegare tutta la responsabilità a uno su due, in modo parziale. In realtà, è proprio nelle narrazioni all’interno delle relazioni che si costruiscono nuovi significati e nuove aspettative di ruolo.

Consapevoli del vissuto, adesso che un nome si può dare, sta ai soggetti in relazione definirsi e sfatare il mito della donna multitasking, superorganizzata, che arriva a tutto ed è sempre disponibile. Ridotto il carico mentale, condiviso con il partner, si ha spazio per dedicare le proprie energie ad altro e si possono contenere nella mente altre esperienze e vissuti. Non ci si lascia schiacciare passivamente dal peso della quotidianità, che viene al contrario vissuta con maggior autenticità e libertà.

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