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Proteste in Tunisia

La libertà di parola e di amare nella Tunisia contemporanea

In copertina: An estimated 2,000 demonstrators converged in Tunisia’s capital Tunis against President Saied’s recent steps to tighten his grip on power. [Fethi Belaid/AFP]

Durante la stesura dell’articolo la situazione politica tunisina ha continuato ad evolversi; nelle ultime settimane, il presidente Saied Kais ha nominato i nuovi ministri mentre la popolazione continua ad occupare le piazze. 

Persiste la repressione violenta delle forze dell’ordine contro le/gli attivistə e giornalistə che rischiano di essere arrestatə, torturatə e seguitə ogni giorno. Infatti, pochi giorni prima dalla pubblicazione di questo testo, il 21 ottobre 2021, l’attivista queer Badr Baabou è stato aggredito violentemente da due agenti della polizia con conseguenze fisiche e psicologiche devastanti. 

Sono passati 10 anni dalle proteste che hanno portato in Tunisia alla caduta della dittatura di Zine El Abidine Ben Ali. Nonostante il malcontento e le frustrazioni fossero già diffuse tra la popolazione a causa del regime repressivo, è stato il gesto estremo di Mohamed Bouazizi, nel dicembre 2010, a dare il via alla lotta popolare nelle piazze partendo dalle zone più povere del paese fino a diffondersi nella capitale. Nelle regioni come Khasserine, Sidi Bouzid e Gafsa, la mancanza di opportunità porta la popolazione – soprattutto giovane – a muoversi verso Tunisi, oppure a scappare su barconi utilizzando tutti i propri risparmi e rischiando la propria vita. Le manifestazioni che seguirono la morte di Bouazizi portarono alla caduta del governo con la fuga dell’ex presidente il 14 gennaio 2011.


Con la rivoluzione e l’arrivo della cosiddetta democrazia, ci si chiede se il paese sia riuscito davvero a uscire da tutte quelle politiche che hanno alimentato la recessione. I giovani tunisini si trovano ancora a fare i conti con uno stato assente e poco interessato alle reali questioni, uno stato accusato d’essere distante dalle sofferenze che i cittadini vivono per la mancanza di opportunità lavorative e per l’inflazione. A dieci anni dalla caduta del regime un terzo dei giovani tunisini sono disoccupati e un quinto del paese vive sotto la soglia di povertà.
Allo stallo economico si aggiungono la violenza di genere; la repressione della comunità LGBTQIA+, degli/le attivistə e giornalistə e la pandemia di Covid che ha causato un ulteriore aumento della crisi in un paese in cui il lavoro pagato a giornata è l’unico mezzo di sostentamento per una buona parte della popolazione. Secondo l’istituto di statistica nazionale Tunisino, il tasso di disoccupazione è incrementato dal 14.9% nel Gennaio 2020 al 17.8% nel Gennaio 2021.


Queste sono solo una parte delle motivazioni che hanno spinto i/le cittadinə a continuare in questi anni a scendere in piazza e recentemente – con l’anniversario della caduta del regime il 15 gennaio 2021 – a organizzarsi in una serie di manifestazioni che continuano tutt’oggi. L’anniversario ha riunito molti/e giovanə, circa il 30% dei manifestanti, ma forte è stata la repressione con l’arresto di 1600 presenti e la morte di un ragazzo di 21 anni, Haykel Rachdi, colpito dal proiettile di un lacrimogeno lanciato dalla polizia insieme a un altro uomo poi sopravvissuto.

Diverse sono le organizzazioni che operano a stretto contatto con la popolazione, persone che hanno deciso di unirsi e provvedere alle mancanze istituzionali: protezione legale, aiuto alle comunità più vulnerabili, denunce social con post, video e immagini. Qui rimane evidente come il senso di comunità tipico della popolazione nordafricana sia fortemente presente e rimane il motore di cambiamento malgrado la repressione violenta e subdola della polizia e dello stato.
Queste stesse organizzazioni sono quelle che in questi giorni stanno mettendo in dubbio le decisioni dell’attuale presidente Kais Saied che, dal 25 luglio 2021, appellandosi all’articolo 80 della costituzione, ha deciso di sciogliere l’Assemblea dei rappresentanti del popolo licenziando il governo e l’ex primo ministro Mechichi, rimanendo solo alla guida del paese e attribuendosi pieni poteri, sia esecutivo che legislativo tramite i decreti. L’unico modo, a suo dire, per poter far fronte alle continue proteste e alla mala gestione della pandemia.

Queste decisioni sono state poi esplicitate in un decreto emanato mercoledì 22 settembre 2021, questa prevede anche una sospensione della costituzione del 2014 di tutte quelle parti che si trovano in contraddizione con le misure straordinarie adottate. Saied, inoltre, formerà un’assemblea che si occuperà delle modifiche della costituzione.
Al decreto si aggiunge la nomina il 29 settembre 2021 della professoressa Nejla Bouden come capa del governo che ha creato non poco scandalo nella comunità internazionale. Una nomina vista come un passo avanti in occidente e per i/le femministə liberali. Per altrə invece la sua nomina è un puro gesto di pink washing in modo da porre in ombra le decisioni politiche viste da alcunə come autoritarie in quanto Kais Saied sta agendo completamente solo senza dar conto alla società civile.

Le proteste e il ruolo dei social media.

Diverse associazioni, tra cui Damj e Advocat Sans Frontieres, hanno denunciato l’incremento delle violenze contro i civili da parte delle autorità. DamjAssociation for Justice and Equity, ONG che opera da 18 anni in prima linea nella lotta per i diritti civili – nel 2020 ha fornito nelle stazioni di polizia assistenza legale a 116 casi e ha risposto a 185 richieste di consulenza legale, numeri che sono cinque volte più alti di quelli registrati nel 2019 a indicare un aumento della persecuzione delle comunità LGBTQIA+ con l’avvento del Covid. Ciò che si sta notando è anche il crescente uso dei social media da parte dei sindacati di polizia per diffondere fake news, fare doxxing e outing forzato contro la comunità queer, giornalistə e attivistə.Il doxxing è il diffondere online informazioni personali come indirizzo, foto e numeri di telefono della vittima affinché venga aggredita e molestata; i testimoni parlano anche di droni utilizzati dalle forze dell’ordine durante le proteste per poter controllare la folla. La polizia, oltre a lanciare lacrimogeni, manganellare e arrestare, minaccia con cori omofobici chiamando i partecipanti fr*ci o sodomiti.


Tra le vittime di doxxing non possiamo non menzionare l’esperienza di Rania Amdouni, attivista queer, femminista e viso delle proteste, che si ritrovò nel mirino dell’odio online dopo che le sue foto, seguite da insulti e stereotipizzazioni circa la sua sessualità e apparenza, iniziarono a circolare sui social. Amdouni iniziò a ricevere messaggi privati con minacce di stupro e insulti. In seguito, furono diffuse le sue informazioni personali come l’indirizzo e il numero di cellulare. Il 27 febbraio 2021 decise di denunciare le molestie subite ma la polizia la arrestò e la accusò di insulto a pubblico ufficiale punibile fino a un anno di prigione. A marzo è stata condannata a sei mesi di carcere per poi essere liberata con una multa di 200 dinari, circa 60 euro.


Human Rights Watch (HRW) ha raccolto diverse testimonianze di allontanamento forzato e tortura, un esempio è la storia di Damino, 29 anni, intersex e attivista arrestatə a gennaio durante una protesta pacifica sotto gli occhi dei presenti. Damino aveva un cartello che citava “Il sistema è corrotto dal capo al governo” quando un poliziotto in borghese decise di rimuoverlə, arrestarlə e accusarlə di aver insultato un pubblico ufficiale. Quando venne trattenutə, la forza dell’ordine lə aggredì e minacciò urlandolə “Faremo di te ciò che vogliamo”. Un collega, inoltre, lo spronò a non lasciare segni evidenti sul corpo della vittima. Dopo questa esperienza, Damino continua ad essere seguitə nelle proteste e nei pressi della sua abitazione.


L’omosessualità in Tunisia è criminalizzata secondo l’articolo 230 del codice penale che prevede la condanna da un mese fino a tre anni di carcere per il reato di omosessualità. L’articolo fu introdotto in Tunisia nel 1913 da parte dei colonizzatori francesi, un articolo incostituzionale in quanto la costituzione tunisina consacra l’integrità fisica, la dignità umana e l’importanza della sfera privata. Le forze dell’ordine per determinare l’orientamento sessuale si permettono di utilizzare test anali: la pratica, inattendibile, è stata riconosciuta come atto di tortura dalla Commissione dell’ONU contro la tortura (CAT) nell’ottobre del 2014 e nel 2017 la Tunisia ha reso i test opzionali e praticabili solo sotto consenso della vittima.


L’Art. 230 ha riempito le carceri di innocenti, un esempio è l’arresto e condanna a due anni di carcere con l’accuso di sodomia, nel giugno 2020, di due giovani di 26 anni. Entrambi si rifiutarono di subire l’esame anale, ma la mancanza di consenso si trasforma in un’ammissione di colpa per le autorità. Ciò che viene richiesto dagli attivisti è di eliminare questo articolo e rendere illegale il test.

Il 5 febbraio 2021, in risposta alle violenze avvenute durante le proteste, l’ex primo ministro Mechichi, in un incontro con le forze di sicurezza dichiarò che il governo condanna qualsiasi forma di aggressione contro le istituzioni o atti di vandalismo verso i servizi e negozi, terminando con un elogio alla professionalità delle forze di sicurezza. Una presa di posizione che ha deluso gli/le attivistə e che giustifica lo stato di polizia. Dopo questa dichiarazione, DAMJ e HRW decisero di rispondere con una lettera aperta di denuncia indirizzata agli stati europei e all’ONU intitolata Re: Violations Targeting Human Rights Defenders, Including SOGI Activists, in Tunisia. La lettera vuole descrivere lo stato in cui riversano i cittadini, soprattutto le comunità vulnerabili, sottolineando anche come i diversi membri delle associazioni siano a rischio: “I membri dell’associazione Damj, tra cui il suo direttore Badr Baabou e l’assistente sociale Saif Ayadi, hanno denunciato che in diverse occasioni nel 2018, 2019 e 2020, degli sconosciuti siano entrati nelle loro case e nell’ufficio dell’organizzazione durante la loro assenza, gli intrusi hanno anche manomesso documenti di lavoro e i dispositivi. Sia Baabou che Ayadi hanno ricevuto minacce dalle forze di sicurezza e sospettano che essi siano gli individui entrati illegalmente.Altri membri dello staff di Damj hanno raccontato a HRW che sono frequentemente soggetti alle molestie, intimidazioni, abusi fisici e verbali da parte della polizia. Le forze dell’ordine inoltre tendono, vicino agli uffici Damj e nelle strade, a fare domande ai passanti circa le attività dell’organizzazione”

Preoccupano molto anche gli attacchi verso chi cerca di fare informazione: recentemente sui social si è parlato molto della giornalista, attivista e militante femminista Arwa Baraket che Il 17 settembre 2021, mentre stava tornando a casa accompagnata da amici, fu fermata dalla polizia a Tunisi per aver violato il coprifuoco di qualche minuto. Baraket cercò di filmare la situazione visto che le autorità fermarono solamente la sua auto ma ciò provocò l’immediata reazione violenta del poliziotto che la aggredì fisicamente e verbalmente nel tentativo di rimuoverle il telefono. In seguito, Baraket fu detenuta per ore senza la possibilità di contattare un avvocato o l’unione dei giornalisti. La giornalista provò, conseguentemente insieme al suo legale a denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine ma, come nei casi citati precedentemente, fu accusata di offesa a pubblico ufficiale.
l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) condannò subito l’accaduto e la società civile si organizzò il 21 settembre, data del processo contro Baraket, in un sit-in di solidarietà di fronte al tribunale. Anche l’Unione Nazionale dei Giornalisti Tunisini (SNJT) ha commentato l’accaduto sottolineando come il processo fosse ingiusto in quanto Baraket è stata fermata e aggredita per il suo attivismo e la sua posizione politica. La paura principale è un ritorno ai metodi repressivi tipici del regime. 

Con la decisione politica di Saied del 25 luglio, le aggressioni contro i/le giornalistə hanno avuto un picco come denunciato da SNJT che, in un appello al presidente, chiese urgentemente delle misure per garantire la libertà dei giornalisti di operare. Un esempio è stato l’assalto degli uffici di Al Jazeera a Tunisi Il 26 luglio 2021 da parte di circa 25-30 forze dell’ordine in divisa e in borghese. Le autorità obbligarono i presenti ad abbandonare il posto e li forzarono a cedere le chiavi degli uffici senza alcuna spiegazione. Lotfi Hajji, capo dell’ufficio tunisino di Al Jazeera, confermò alla testata Meshkal che non hanno mai vissuto nulla di ciò in dieci anni di operato. 

La Tunisia è sicura per la propria società civile?

In questi giorni continuano le proteste sia da parte dei sostenitori del presidente che da parte di chi, invece, lo contesta per paura di una svolta autoritaria. I continui attacchi verso gli/le attivistə e i/le giornalistə dimostrano come ci sia ancora molto da fare nel riformare e educare chi, in realtà, dovrebbe proteggere. Le istituzioni mantengono una mentalità corrotta, patriarcale e violenta, una mentalità tipica di un regime che non vuole rispettare e includere tuttə.


Con la rivoluzione, l’attivismo in Tunisia si è trasformato e la caduta di Ben Alì ha aperto la strada ad organizzazioni, giornalistə, politicə e attivistə che prima dovevano operare di nascosto o in esilio. I/le giovanə non hanno paura di scendere in piazza e affrontare le istituzioni sognando una Tunisia libera e inclusiva, lontana dalle violenze e dall’influenza francese.
I social media sono diventati un’arma a doppio taglio, da un lato si dimostra uno strumento estremamente importante per mantenere aperto il dibattito sui diritti civili e religione – argomenti tabù fino a qualche anno fa ma che adesso rimbombano grazie agli slogan e alle denunce social. Dall’altra diventa dannoso se utilizzato per mettere in pericolo le persone reputate scomode dalle forze di sicurezza. 

La Tunisia, paese di quasi undici milioni di abitanti, tende a essere raccontata in occidente attraverso una narrativa tossica permeata di orientalismo e bias. Una narrativa che sottovaluta e mette in ombra le reali richieste e problematiche della popolazione riducendo il paese, nell’immaginario occidentale, a un semplice territorio lontano e diverso. Ciò non aiuta a sentire nostre le loro lotte, infatti, le richieste della società tunisina non sono diverse da quelle di qualsiasi altra società e un’analisi semplicistica non aiuta a chiarire la complessità delle dinamiche sociali e politiche. A Tunisi sono presenti interi quartieri svuotati di giovani che hanno deciso di rischiare la propria vita per venire in Europa cercando opportunità migliori o maggiori diritti in un viaggio lungo e spinto dalla disperazione.In questo contesto e analizzando le lotte dei nostri fratelli nordafricani sorge spontanea una domanda: la nomina di Nejla, dunque, è davvero un passo avanti? 

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