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cuoche combattenti

Mai più paura, mai più silenzio. Non siamo vittime ma combattenti. Intervista alle Cuoche Combattenti.

Novembre è un mese cardine per la lotta transfemminista, in quanto, come ben sapete, il 25 è la giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne. 

La violenza sulle donne è forse la battaglia più importante che portiamo avanti ormai da (troppo) tempo, perché è la conseguenza sistemica di una società patriarcale che impone la subalternanza della donna nei confronti dell’uomo. Il 25 Novembre, infatti, non parla di violenza in generale, per quella c’è già la giornata mondiale della pace.

Il 25 Novembre è la giornata in cui si riflette di un fenomeno ben preciso, che sta diventando sempre più evidente e ripetitivo. Lo vediamo nell’aumento dei femminicidi, nonché risultato finale di un escalation di violenza che parte con la battutina o da una pubblicità sessista. Innocue, di primo acchito, ma elementi essenziali per la costruzione di una società enormemente complessa ma linearmente machista. 

Molto spesso quando si parla di violenza, domestica per lo più, si parla soprattutto di violenza fisica, che è la più evidente. Ultimamente, e per fortuna, si parla di violenza psicologica, che ti uccide dentro, giorno dopo giorno, con manipolazioni che ti rendono ancora più succube alla dinamica violenta. Finalmente però si inizia a parlare anche di violenza economica, che è un fattore dominante ed essenziale per studiare il fenomeno da vicino e per capirne, quindi, le soluzioni possibili. 

La violenza economica risulta essere uno dei motivi che tengono in gabbia una donna. Spesso capita infatti che quando si entra in una relazione tossica, l’uomo chiede alla donna, spacciandolo per galanteria, di smettere di lavorare e di pensare ai figli. Questa richiesta di essere l’unica persona nel nucleo famigliare a portare soldi può sembrare un gesto di cura, ma che in realtà crea la dinamica tossica e di dipendenza non solo emotiva, ma anche economica della donna nei confronti dell’uomo. Il risultato è l’impossibilità di andarsene di casa perché impossibilitata a pagare un affitto e fare la spesa.

Se poi pensiamo che le donne hanno anche più difficoltà a trovare lavoro rispetto agli uomini, non è difficile pensare alla gravità di questo tipo di violenza. 

Quando si va al centro antiviolenza, le operatrici ti forniscono degli strumenti utili per fuoriuscire da quella violenza. Per quella economica seppur subdola e intricata, ha una soluzione ben precisa, ovvero quello della presa di coscienza delle proprie competenze o coltivarne altre, attività che con una relazione tossica e svilente venivano meno. 

Ed è quello che la nostra Nicoletta Cosentino delle Cuoche Combattenti, di cui ho avuto l’immensa fortuna di conoscere al festival femminista di Parma e poi intervistata al telefono, è riuscita a fare nella fuoriuscita della sua relazione violenta, facendo un passo ulteriore. Non solo coltivare una sua passione, che è poi un’importante competenza per l’indipendenza economica, ma insegnare ad altre donne ad essere indipendenti. E come? Tramite la cucina.

1- Cosa sono le cuoche combattenti e quando è nato questo progetto.

Cuoche combattenti oggi è un laboratorio di produzione alimentare che produce conserve, salsa di pomodoro, marmellate ma anche prodotti da forno come frollini ecc.

Ha compiuto due anni dall’apertura, anche se il progetto è nato nel 2017, e il nome del laboratorio è nato immediatamente al “plurale”, ovvero cuoche e non cuoca, anche se ero da sola. Ma sapevo che prima o poi saremmo diventate tante. 

Facevo delle semplici produzioni casalinghe, ma l’intento era quello di coinvolgere e dare un’opportunità lavorativa e formativa alle donne che stanno fuoriuscendo dalla violenza.

2- E da lì il nome “Combattenti” è diventato anche un incitamento per queste donne impegnate in questo percorso, dando loro degli strumenti utili per autodeterminarsi…

In realtà questo è stato il secondo obiettivo del progetto! Il nostro primo obiettivo era quello di divulgare le etichette chiamate “etichette antiviolenza” che sono le etichette dei tappi dei barattoli in vendita online, che sono diventate il nostro “marchio di fabbrica”. Queste etichette  contrastano la violenza domestica perché sono delle etichette “parlanti” con diverse frasi che possono sembrare banali, ma che possono far pensare. 

Cercano di smascherare degli abusi all’interno delle coppie che sono stati ormai normalizzati dalla società, abusi di tipo psicologico per lo più, difficili purtroppo da essere percepiti e quindi ricriminati.

La violenza psicologica inoltre denigra le donne e nel tempo le rende insicure: molte frasi infatti hanno come intento quello di aumentare l’autostima.

3- Ci dici qualche esempio di frase?

Te ne dico due per l’autostima e due contro gli abusi. 

Una è “sei bella così come sei con tutta la tua ciccia”, oppure un’altra è “sei perfetta così come sei”. Per gli abusi invece abbiamo frasi tipo “senza paura sei molto più bella” e “chi ti ama non ti controlla”.

4- Che sono delle frasi che, magari, una donna vittima di violenza leggendole può dare un po’ d’aiuto e di sostegno…

Più che altro sono dei spunti di riflessione sulla propria condizione

Perché a volte ci si trova in questa condizione ma nè ci si percepisce vittime, nè si percepiscono gli abusi. 

Quindi il nostro primo obiettivo era proprio quello di far arrivare alle altre donne questi messaggi in quanto io in primi,  quando ero in una situazione di violenza, non mi rendevo conto della gravità, perché era molto difficile percepirsi vittima e percepire gli abusi. Quando la vivi in prima persona spesso non lo si distingue. 

Ed è per questo che sono rimasta nella mia relazione per molto più tempo. Se me ne fossi accorta prima avrei reagito prima e chiesto aiuto prima.


5- Perché hai scelto la cucina? 


Quando io ho avuto la possibilità di far tirocinio formativo scelsi di farlo nel campo culinario perché era una passione per me nel tempo libero. Mi ha sempre appassionata e mi ha accompagnata nell’ultimo periodo del mio matrimonio, facendo dolci per i miei figli. 

E così l’ho scelto come tirocinio al centro antiviolenza e mi sono innamorata di questo mestiere. Sono riuscita ad unire le due cose, proporre alle donne vittime quello che mi era stato proposto, ovvero l’opportunità di fare questo stage, anche solo di 6 mesi, ma che mi desse una formazione specifica ed un introito economico, in quel momento fondamentale per me. 

Ci ho creduto molto perché l’ho vissuto sulla mia pelle ed ho capito l’importanza di fare questo tipo di percorso formativo in quel momento preciso di fuoriuscita dalla violenza. 

Credo che sia importante, dopo essersi leccate le ferite e visto con occhi lucidi quello che è successo,  iniziare a progettare il futuro e sentirsi sicure di poterlo progettare. Sicuramente tutto questo potrà essere fatto solo se si ha un’indipendenza economica. Ma anche il poterci provare, tentare di fare un lavoro che non hai mai fatto è una grande cosa.

6- Infatti è importante la riscoperta delle proprie competenze che vengono nascoste durante un rapporto abusante…

Assolutamente, molto spesso quando si è all’interno di una relazione violenta le proprie competenze vengono totalmente annientate, diventano trasparenti.

Il fatto di poter cucinare è una competenza che si può riutilizzare per intraprendere un nuovo percorso lavorativo. L’abuso psicologico ci rende molto insicure, e riscoprire il saper fare qualcosa è fondamentale per completare un percorso di fuoriuscita, e fare un corso del genere, in quanto ti riconsegna una competenza che forse già hai, ti da una sicurezza non solo economica ma anche personale.

7- All’inizio si parlava di violenza fisica, poi quella psicologica. Finalmente si parla di una violenza ancora più specifica, ovvero quella economica. Pensi che queste violenze siano collegate tra di loro? Come si esce quindi dalla violenza economica?

Io credo che la violenza psicologica faccia sentire le vittime costantemente minacciate, è molto subdola e si manifesta in maniera molto varia. Non viene captata da subito in quanto viviamo e cresciamo in una società patriarcale in cui noi per prime normalizziamo il controllo, ed anzi, ci sentiamo maggiormente al sicuro quando si ha una protezione “superiore”.

La violenza economica viene poi innescata dall’abusante non in maniera urlata e non viene mai imposta in maniera aggressiva, anzi: avviene quasi sempre con dinamiche subdole e manipolatorie, non permettendoti di renderti conto della violenza stessa. 

L’altro giorno ne parlavo con la mia commercialista che mi raccontava che moltissime donne vengono messe a capo di aziende di famiglia come se fosse per loro una gentile concessione, un regalo. Ma non solo: si ritrovano poi con debiti e fallimenti sulle spalle di cui non sapevano nemmeno di avere.

E’ un abuso, un modo di controllare… come ad esempio il conto cointestato o avere un solo bancomat ma non averne accesso anche se viene versato anche il tuo stipendio. Controllo e possesso. 


Devo dire che il limite tra la violenza psicologica e fisica è molto labile: si vive costantemente nella paura. Pensi di non avere nessuna capacità, nessun modo per uscire a scappare e reagire. Sono diverse facce della stessa violenza.



8 – Cos’è per te l’autodeterminazione e l’emancipazione e quanto sono importanti per fuoriuscire da una violenza?

L’emancipazione per me è prima di tutto svincolarsi dalla dipendenza economica del proprio partner che diventa anche una dipendenza psicologica. Non è una cosa facile! Anche perché molto dipende anche dal tuo contesto culturale, dalla tua famiglia di origine: ci sono moltissimi fattori che lo determinano. 

L’emancipazione è proprio l’autodeterminazione! E’ la libera scelta della donna di determinare quello che cucinerà per la cena oggi o il suo progetto di domani. 

9- Ci dici il tuo motto e perché questo motto?

Il nostro motto è “Mai più paura, mai in silenzio, non siamo vittime ma combattenti”.

Un motto uscito di pancia: un urlo che è arrivato da dentro che però sintetizza il senso del progetto.

Mai più paura: è quella che si ha quando si ha una violenza psicologica e fisica e che non ti permette di farti scappare. 

Mai più silenzio: la richiesta di aiuto rompe il silenzio! Anche raccontare la mia storia è un modo per rompere questo silenzio molto spesso indotto alla vittima e che fa da complice per gli abusanti.

Troppo spesso l’uomo abusante costringe la donna a non riferire all’esterno quello che succede in casa, e troppo spesso la donna stessa si vergogna a raccontare all’esterno quello che accade e non riesce ad ammettere la situazione. 

Non siamo vittime ma combattenti: perché alla fine si pensa che quando una donna subisce violenza sia è docile e inerme, ma non è sempre così! Anche negli abusi più violenti non è detto che la donna non provi a combattere, anche se poi non riesce.

10- Vuoi aggiungere qualcos’altro? 

Si. Io credo tantissimo nei Centri Antiviolenzi perché è da lì che si inizia a combattere insieme. 

Uscirne è molto difficile e doloroso, si ha una serie di difficoltà non da poco, ed è per questo che avere una rete di donne che sa come aiutarti è importantissimo.

Da sola è davvero molto dura. Per me è stato fondamentale andare al centro, perché la denuncia serve, ma spesso viene ritirata. Il modo migliore per uscirne è fare affidamento alla rete di donne, che serve per autodeterminarsi e rendendoti quindi  autonoma per proseguire la lotta. 

Benedetta La Penna è una scrittrice, speaker radiofonica e attivista femminista di Pescara. Collabora con diverse testate nazionali come BL magazine, dove cura la rubrica sul femminismo intersezionale e Pressenza, dove racconta della situazione dei diritti umani e civili in zona Pescara e dintorni. È autrice e speaker del programma “Stand up! Voci di resistenza” su Radio Città Pescara Popolare Network”.

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