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No - Lorenzo Gasparini

Recensione: “NO. Del rifiuto, di come si subisce e di come si agisce, e del suo essere un problema essenzialmente maschile” di Lorenzo Gasparrini (effequ, 2020).

NO. Del rifiuto, di come si subisce e di come si agisce, e del suo essere un problema essenzialmente maschile” di Lorenzo Gasparrini (effequ, 2020)

But, I ask myself, what is reality?

And who are the judges of reality?

(Virginia Woolf, “Mr Bennett and Mrs Brown”)

Devo ammettere che certe letture non capitano per caso e immagino concordiate con me quando sostengo che, per la stragrande maggioranza dei casi, il contesto di riferimento e la propria condizione personale influenzino considerevolmente l’interpretazione del testo preso in esame.

La lettura di Lorenzo Gasparrini, in particolare, si inserisce all’interno di un mio percorso post-universitario volto all’approfondimento degli studi e delle politiche di genere e, parallelamente, all’interno di un contesto sociale, politico ed economico profondamente caotico e a tratti spaventoso, in cui siamo tuttǝ inseritǝ da un anno a questa parte. Inutile evidenziare come, proprio in virtù di queste due condizioni specifiche, la lettura di “NO. Del rifiuto, di come si subisce e di come si agisce, e del suo essere un problema essenzialmente maschile” mi ha consentito di elaborare diverse connessioni, che qui di seguito tenterò di condividervi.

Parto subito dal testo e dalla sua scrittura estremamente efficace. Gasparrini, infatti, attraverso un linguaggio semplice, ma al contempo estremamente potente, elabora una spiccata analisi della pervasività del sistema patriarcale e del suo erede, il capitalismo, che, attraverso strumenti quali il sessismo, creano un contesto di perenne agonismo, sfida e sopraffazione. Il maschio, bianco, eterosessuale e rigorosamente occidentale, per natura ed eternamente competitor, deve dare costante prova di essere in grado di fare, di raggiungere e, potrei dire, di conquistare continui traguardi. In questa sua perenne ascesa al successo, perseguita in maniera diversa a seconda delle specifiche condizioni sociali e storiche, sembrerebbero non essere ammessi degli intoppi, delle pause, dei NO; un uomo che si rifiuta di adattarsi, sostiene Gasparrini, sarà un uomo che nega le caratteristiche assimilate per natura dal suo genere, attaccando dunque la propria, e quella di tutti gli altri maschi, identità naturale.

Dopo una prima introduzione, l’autore elenca una serie di rifiuti a cui il maschio può incorrere, evidenziando il sostrato patriarcale sotteso alla sua impossibilità di accettare lo “sbarramento” presentatosi davanti a sé. Successivamente seguono altre due sezioni in cui Gasparrini esplicita il bagaglio di strumenti di cui l’uomo dovrebbe dotarsi per porre fine ad un sistema di potere dove il patriarcato costituisce, assieme alla virilità, un potente dispositivo, capace di creare un’identità di genere basata sull’oppressione dell’identità altrui.

Ciò che emerge è che oggi l’uomo deve essere diverso dalle femmine e dalle altre maschilità percepite e rappresentate come subordinate, ovvero coloro che si discostano dal modello di maschilità egemonica. Vi è poi una terza sezione, conclusiva, dove vengono analizzati i paradossi dell’uomo eterosessuale e dove l’autore propone chiare riflessioni sulla necessità per l’uomo di ripartire da sé stesso, ribaltando gli stereotipi imposti dal sistema patriarcale, prendendo parte a ciò che Gasparrini stesso definisce una lotta comune (e finalmente possibile aggiungerei) tra generi, verso un’autodeterminazione maschile paritaria. 

Gli strumenti ci sono e ciò che l’autore si preoccupa di sottolineare è che le rivendicazioni femministe non sono appannaggio solo delle donne. Lo slogan “il personale è politico”, sviluppatosi a partire dagli anni Settanta all’interno dei movimenti femministi del c.d. femminismo della seconda ondata, sarebbe dunque da estendersi anche alla sfera maschile: così come brillantemente evidenziato, tra le altre, da Carol Hanisch “I problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva”.

La possibilità per l’uomo di prendere parte ad una lotta comune con le donne, altresì attraverso l’utilizzo di pratiche, teorie e spunti di stampo femminista, appare, oggi più che mai, una conquista di non poco conto, soprattutto se consideriamo la persistente retorica secondo cui il femminismo si occuperebbe delle donne e sarebbe volto a “schiacciare” gli uomini. In contrapposizione a ciò, appare qui particolarmente esplicativa e pertinente la definizione di femminismo fornita da bell hooks nel 1984, riprendendo Barbara Berg, la quale, nel fare riferimento alla “libertà di decidere del proprio destino, la libertà dal ruolo determinato dal sesso, la libertà dalle restrizioni oppressive della società, la libertà di esprimere i propri pensieri in modo completo e di convertirli liberamente in azioni”, ritengo possa essere applicata tanto alla lotta femminile, quanto a quella maschile e quindi, in un’ottica congiunta, alla lotta comune di ognunǝ di noi.

Quanto sinora detto appare quanto più urgente in un contesto come quello odierno, dove la tragica pandemia di Covid-19, dilagatasi con estrema rapidità e pervasività a partire dagli inizi del 2020, avrebbe posto ciascunǝ di noi in un rapporto di profonda interdipendenza. Accogliendo le riflessioni contenute all’interno del “Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza”, il quale propone una visione femminista, queer, antirazzista ed ecosocialista della cura, credo che l’abbattimento del patriarcato ed il superamento delle logiche capitalistiche costituiscano uno degli obiettivi a cui tuttǝ noi siamo chiamatǝ, ancorché nell’ottica di raggiungere standard elevati di cura, tanto di noi stessǝ, quanto degli altrǝ affianco a noi.

Ed è proprio in virtù della nostra reciproca interdipendenza che risulta quanto più impellente riprendere ciò che Audre Lorde esprimeva nel 1979, ossia come non siano le nostre differenze a dividerci, bensì la nostra incapacità di riconoscerle, accettarle e celebrarle: ciò che siamo chiamatǝ a fare è trasformare le nostre differenze in forza, “smantellando la casa del padrone”.

Al pari dei confini territoriali, anche i confini di genere devono divenire più porosi. Gasparrini evidenzia molto bene come l’ordine di genere esistente all’interno delle nostre realtà sociali si caratterizzi per essere binario ed eteronormativo. Inutile negare che, chi più chi meno, siamo tuttǝ abituatǝ a considerare naturale la classificazione dei soggetti in termini femminili e/o  maschili e chi devia, chi si discosta da questa statica classificazione,  rappresenta una deformazione. Inoltre, stando all’eteronormatività, viene data per “naturale” una perfetta relazione e corrispondenza tra corpo, identità di genere e orientamento sessuale. Tuttavia, come l’autore dimostra all’interno del testo, questo ordine di genere crea delle aspettative che in realtà sono delle vere e proprie gabbie, che vincolano la libertà e l’egosintonia tanto delle donne, quanto degli uomini.  Ebbene si, perché questo “ordine” non conferisce potere e privilegio: questa necessità di adeguarsi al modello di maschilità alpha esistente è in realtà un modello che opprime il maschio stesso e la sua libertà.

Prendendo in prestito, in maniera creativa, le parole di Simone de Beauvoir, quindi, uomo non si nasce, bensì si diventa ed il pregio che il volume di Gasparrini possiede è proprio quello di segnalarci la necessità, e ancor prima la possibilità, di rompere le regole del gioco: un gioco subdolo, quale è quello agito e condotto dal patriarcato, a cui moltǝ di noi hanno più o meno, almeno una volta, inconsapevolmente partecipato.

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