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Roma lives matter

KON OVLA, CHI RIMANE PER I ROM?

Immagine in copertina di: https://www.aljazeera.com/

Seppelliteci in piedi, perchè siamo stati costretti a stare in ginocchio tutta la vita.”
Proverbio rom

19 Giugno 2021


Siamo a Teplice, Repubblica Ceca. Stanislav Tomas, un cittadino ceco di etnia rom, sta tentando di fermare un uomo intento a distruggere un auto, qualcuno ha chiamato la polizia. Quando le forze dell’ordine arrivano sul posto, l’uomo è già scappato mentre Stanislav si trova ancora sulla scena del crimine. Dando per scontata la sua colpevolezza, in quanto da subito identificato come rom, i poliziotti lo immobilizzano. Sono in tre: uno gli tiene ferme le gambe, un altro le braccia e un ultimo posiziona il ginocchio sul suo collo, in una scena che purtroppo abbiamo già visto un anno fa con George Floyd, cittadino afroamericano ucciso nello stesso modo a Minneapolis il 25 maggio 2020. Così come Floyd, anche Tomas muore a causa della pressione del ginocchio del poliziotto sul collo.


Da un palazzo vicino, qualcuno riprende la scena: nel video, poi postato sui social, risulta evidente come il poliziotto abbia mantenuto la pressione sul collo della vittima per ben sei minuti, nonostante questi fosse già immobilizzato e chiedesse aiuto. “Lo sta soffocando” dicono i passanti in sottofondo, ma nessuno interviene. Nonostante non fosse l’autore del delitto, ma anzi, come detto, il delitto cercasse di fermarlo, il fatto che fosse rom è stato sufficiente per identificarlo come tale.


Josef Miker, attivista e leader della comunità rom ceca, ha parlato con il Guardian, dopo essere tornato dal luogo dell’omicidio, dove ha parlato con gli abitanti del luogo: “La gente mi diceva che viveva per strada ma lavorava in un vicino supermercato come guardia giurata. Quando ha visto che un altro uomo stava demolendo un veicolo, Stanislav, ha cercato di intervenire. Quando è arrivata la polizia, hanno buttato Stanislav a terra, pensando che fosse lui che demoliva il veicolo. Solo perchè rom.”


Da subito, il governo ceco, in risposta agli attivisti rom che chiedevano giustizia, trovando collegamenti con la morte di George Floyd e dichiarando Tomas il “Floyd ceco”, ha negato la responsabilità delle forze dell’ordine nella morte dell’uomo, affermando invece che sia sopraggiunta come conseguenza dell’uso di stupefacenti. Non è dato sapere se effettivamente Tomas avesse fatto uso di sostanze, dato che dapprima il governo ha vietato l’autopsia e, in seguito, quando è stata effettuata, sono emerse varie contraddizioni e incongruenze in quanto dichiarato dai medici (prima si è affermato che non ci fossero fratture legate alla pressione del ginocchio sul collo e che Tomas avesse fatto uso di LSD, poi la versione è stata cambiata e non si parla più di LSD ma di marijuana), ma è chiaro che gli stupefacenti non potessero essere causa della morte, dato che la pressione esercitata sul collo di una persona in quelle modalità e per quel lasso di tempo è sufficiente a uccidere un uomo sano. Andrej Babis, primo ministro ceco, difende le azioni della polizia, e, anzi, applaude i poliziotti per la “ristabilita sicurezza”.


La domanda che sorge è: se Stanislav Tomas non fosse stato rom, le cose sarebbero andate nello stesso modo? E la risposta è, purtroppo, immediata: no. ERRC (European Roma Rights Centre) denuncia da tempo il preoccupante livello di antigitanismo presente in Repubblica Ceca, uno dei Paesi europei a non aver ancora abolito le classi divise per bambini rom e non rom, dove fino a qualche anno fa venivano operate sterilizzazioni forzate (e teoricamente illegali) di tutte le donne rom.



Se pensiamo di poterci chiamare fuori in Italia, ci basti pensare alla vicenda di Anna, di cui avevamo precedentemente parlato, donna rom di 32 anni, morta in seguito alle complicazioni dell’ultimo parto perché le forze dell’ordine poste a presidiare il campo rom in cui viveva le hanno impedito di recarsi al più vicino ospedale, ridendo persino nel vederla morire.

Non è passato nemmeno un mese quando il 13 Luglio, in Brasile, a Vitoria da Conquìsta, inizia una vera e propria persecuzione della comunità rom locale. Tutto nasce quando quattro uomini rom del posto vengono accusati di aver ucciso un poliziotto. Non è chiaro, dalle notizie riportate, se effettivamente fossero coinvolti o meno nell’omicidio, fatto sta che la polizia opera una rappresaglia rivolta a tutta la comunità rom, arrivando ad uccidere, tra altri, anche un ragazzino di 13 anni, Morais da Silva Matos, dopo aver fatto irruzione nel negozio di famiglia dove Morais stava aiutando il padre ad organizzare gli scaffali. Auto appartenenti a cittadini rom vengono bruciate, i rom prelevati forzatamente dalle case e malmenati, tutto questo mentre le indagini per stabilire se i quattro rom accusati siano effettivamente colpevoli o meno, sono ancora in corso e non è, quindi, stato confermato o meno il loro coinvolgimento nell’uccisione.


Ciò che gli attivisti rom e sinti denunciano è che queste notizie siano state quasi completamente ignorata all’esterno della comunità romani, persino dagli altri attivisti impegnati nella lotta contro il razzismo. Quando si parla di rom, spesso si incontra un muro, anche da chi è più insospettabile di poterlo erigere: gli attivisti rom e sinti denunciano da tempo il fatto di essere spesso silenziati e lasciati soli nelle proprie lotte. Preoccupante, se pensiamo che tutto questo sta succedendo davanti ai nostri occhi.


Se da un lato, le nuove generazioni rom si stanno sensibilizzando e hanno nuovi strumenti per continuare e ampliare le lotte dei padri e delle madri, dall’altro manifestare per i rom e con i rom sembra ancora oggi un’utopia, nonostante i dati riportino sia in corso una vera e propria emergenza sociale, conseguenza di campi-ghetto, sgomberi forzati, sentimenti antigitani sempre più forti, propagande politiche xenofobe e razziste e isolamento sociale.


Chi rimarrà a manifestare insieme a noi, alla prossima marcia, alla prossima protesta? Chi rimane, per i rom?

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