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TIGRAY: a 12 mesi dal conflitto E’ Stato di emergenza e crisi umanitaria

In Copertina: Donne a Wukro, Tigray – Foto: ©UNICEF Ethiopia/2016/Carazo (via Flickr)

Dal 4 novembre 2020, giorno in cui è scoppiata la guerra nel Tigray, la più settentrionale delle dieci regioni dell’Etiopia confinante con l’Eritrea, è trascorso ormai un anno. 12 mesi di violenze, devastazioni e conflitto che secondo i resoconti delle poche organizzazioni internazionali ancora operanti sul campo, sta portando al limite della sopravvivenza la gran parte della popolazione del Tigray e delle regioni di confine.

Una grande percentuale di giovani si è arruolata nell’esercito del Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF), credendo che solo con le armi si possa porre fine alla disputa. In risposta all’avanzata del TPLF ad Addis Abeba, il Governo etiope di Abiy Ahmed ha dichiarato lo Stato di Emergenza e ha invitato i civili ad unirsi alla guerra. Ancora una volta assistiamo ad una guerra fra poveri che si nutre di vulnerabilità, di povertà e di mancanza di opportunità.

Non è facile spiegare cosa sta succedendo in Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa. Il malcontento sociale e le lotte etniche, in quest’ultimo decennio, sono cresciute insieme alla lodata espansione economica. In parallelo, le brutalità dei gruppi armati rivali – l’Esercito Federale, sostenuto nei primi mesi del conflitto dai soldati della vicina Eritrea e l’esercito del TPLF, recentemente affiancato da gruppi armati di altre regioni come l’Oromia (OLA) – hanno portato la popolazione civile a subire atti di rara disumanità.

LO STATO DI EMERGENZA

Il Primo Ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, il 2 Novembre 2021 ha proclamato lo Stato di Emergenza di 6 mesi dopo chei ribelli del Fronte di Liberazione del Tigrai (TPLF), insieme agli alleati dell’esercito di liberazione dell’Oromo (OLA), hanno raggiunto le porte di Addis Abeba dopo aver, man mano, espugnato diverse città nella regione di Amhara come Dessie, Kombolcha e Burka.

Sono ore drammatiche nella capitale etiope. Il Primo Ministro Abiy ha esortato i cittadini ad impugnare le armi e a non violare lo Stato di Emergenza proclamato, pena dai 3 ai 10 anni di prigione per reati come il supporto finanziario, materiale o morale dei “gruppi terroristici”.

L’ultima volta che l’Etiopia ha imposto una tale misura per sei mesi risale al Febbraio del 2018, prima della salita al potere di Abiy. Anche in quell’occasione venne imposto il coprifuoco e furono arrestate migliaia di persone. Oggi, ad Addis Abeba le persone registrano le loro armi e si riuniscono per prendere parte all’attività di vigilanza dei loro quartieri. Chi non partecipa alle ronde, è invitato a consegnare le proprie armi al Governo o ai parenti stretti affinché le impugnino.

L’Alto Rappresentante e Titolare della Diplomazia dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha espresso forte preoccupazione per il dichiarato Stato di Emergenza in Etiopia, opponendosi all’occupazione e all’assedio di Addis Abeba da parte del Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) e delle Forze dell’Esercito Oromo (OLA). Ha dichiarato: “Tutte le parti hanno il potere e l’opportunità di abbracciare la pace. È tempo di mettere a tacere le armi da fuoco”. Purtroppo però, la mobilitazione di massa a cui ha invitato il Governo, conduce in queste ore il paese e i suoi cittadini all’ennesimo scontro, in una vera e propria guerra civile che, molto probabilmente li condurrà alla disintegrazione. Da segnalare, inoltre, che Abiy Ahmed, nel mese di Agosto, in visita ad Ankara, ha firmato un accordo di cooperazione militare con il presidente della Turchia, Tayyip Erdoğan. A seguito di tale alleanza pare che sia stato siglato l’intento di schierare droni armati turchi, i Bayraktar TB2, (realizzati da Baykar Makina, una società il cui chief technology officer, Selçuk Bayraktar, è sposato con la figlia minore di Erdoğan), contro le forze della regione del Tigray. I dettagli dell’accordo non sono ancora stati resi pubblici e nessuno dei due Governi ha ufficializzato pubblicamente la vendita di droni ma, un frammento di una bomba a guida laser di fabbricazione turca, trovata dalle forze del Tigray e consegnato al giornalista e analista Martin Plaut, all’inizio dello scorso mese, lascia intendere plausibile l’uso di munizioni turche. I droni TB2 sono stati inizialmente utilizzati da Ankara contro i separatisti curdi all’interno del proprio paese, poi in Siria ed in Iraq. Da allora sono stati schierati anche per conto del Governo libico riconosciuto a livello internazionale a Tripoli per evitare un’offensiva del comandante Khalifa Haftar con base a est e la scorsa settimana il Kirghizistan è diventato l’ultimo paese ad ordinarli.

LA CRISI UMANITARIA

Di fatto, ad oggi, tutto il paese è al collasso ed in particolar modo, la regione del Tigray occidentale, che è ormai senza elettricità, senza più bestiame, senza acqua potabile. Gli aiuti umanitari faticano ad entrare a fronte di oltre 5,2 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza alimentare (fra questi, 1,4 milioni sono solo dei bambini) ed oltre 63 milioni di rifugiati tigrini, fuggiti in Sudan nel corso di questo anno tormentato. Il deterioramento della situazione umanitaria nel nord dell’Etiopia richiede un’immediata mediazione fra le parti affinché venga almeno consentito alla comunità internazionale di garantire gli aiuti umanitari. Sempre il 2 Novembre, l’amministrazione Biden ha accusato l’Etiopia di “gravi violazioni dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale” e ha annunciato che avrebbe rimosso il paese dall’accordo commerciale African Growth and Opportunity Act (AGOA) che consente alle merci provenienti dall’Etiopia di entrare negli Stati Uniti senza dazi. Il Ministero del Commercio etiope ha detto di essere “estremamente deluso” dalla mossa degli Stati Uniti e ha chiesto un’inversione di rotta entro gennaio. “Il governo etiope prende sul serio tutte le accuse di diritti umani: le stiamo esaminando e conducendo indagini”, ha aggiunto. È difficile ottenere informazioni accurate sul conflitto e sul suo impatto, in parte perché pochissimi giornalisti e agenzie umanitarie operano sul campo. Di fatto, il Tigray rimane soggetto a un blocco, con le Nazioni Unite che ad agosto hanno denunciato il fatto che solo il 10% delle forniture di aiuti stanziati è riuscito a passare.

Infine, un’indagine congiunta delle Nazioni Unite e della Commissione per i Diritti Umani del paese, ha concluso che tutte le parti in conflitto potrebbero aver commesso crimini di guerra e contro l’umanità. Si ritiene che migliaia, forse fino a 30.000 giovani soldati etiopi, mal addestrati e male armati siano stati uccisi dall’inizio dell’offensiva dello scorso ottobre. Il blocco a cui è sottoposta la regione ha provocato un aumento della malnutrizione che inizia a prendere vita nella popolazione più vulnerabile, principalmente quella sotto i cinque anni e una crisi sanitaria di grandi proporzioni. Inoltre, è più di un anno che i bambini del Tigray non frequentano la scuola perché l’infrastruttura educativa è praticamente inutilizzabile. I raccolti sono andati persi nella maggior parte delle comunità rurali e i prezzi sono in aumento. Secondo la World Bank potrebbe, pertanto, verificarsi “la peggiore crisi della fame nel mondo dell’ultimo decennio”.

Il silenzio internazionale, causato dalla chiusura delle frontiere e dal blackout delle notizie, può solo lasciarci sperare che la guerra in questo angolo di mondo non diventi un nuovo eterno conflitto che condiziona la vita di milioni di innocenti.

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