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Mattatoio

Lavorare in un mattatoio: tra questione di classe, traumi psicofisici e resistenza animale

Di Silvia Pagano per Animal Save Italia

“Quando sono arrivato qui non avevo niente, a parte mio fratello. Mio fratello lavorava qui, in questo posto. Lui portava da mangiare a casa ma non stava bene, stava male. Io lo vedevo. Quando mio fratello si è ammalato, io ho preso il suo posto nella cooperativa. Chi avrebbe portato da mangiare a casa, sennò? Ma è terribile, terribile. Non mi riesco a guardare più le mani. Sono sporche, sporche, e il sangue lo vedo dappertutto. Sento tutto dappertutto. Ma chi porta da mangiare, chi? Che altro posso fare?”

Ahmed ha più di quarant’anni e viene dall’Africa. Lavora al mattatoio per sostituire suo fratello, anche lui arrivato in Italia in cerca di opportunità migliori. Racconta la sua storia con sguardo vuoto. Ahmed fa turni massacranti e viene pagato dalla cooperativa per cui lavora poco più di cinque euro l’ora e la sera, quando torna a casa, ha solo voglia di piangere. 

Nell’immaginario collettivo, i macelli sono luoghi di estrema sofferenza per miliardi di animali. In questo scenario, i lavoratori dei macelli vengono ridotti a delle macchine senza emozioni che perpetrano violenze indicibili su centinaia di individui ogni giorno. Questa retorica riduzionista non fa tuttavia altro che alimentare quelle logiche divisive che sono alla base stessa del dominio dell’uomo sugli animali e che, per questo, merita di essere approfondita e decostruita.

Ma chi sono le persone che lavorano in un mattatoio? 

Da una denuncia della Flai Cgil emerge che le società appaltatrici, quasi sempre false cooperative, che gestiscono questi lavoratori, non versano contributi, non applicano il contratto nazionale, truccano i conti e le buste paga. E che occupano soprattutto stranieri, quasi sempre romeni, marocchini, cinesi, o tutte quelle persone che hanno difficoltà a trovare lavori alternativi, come ex detenuti o tossicodipendenti. Gli operai nei mattatoi sono la maggior parte delle volte costretti a condizioni di lavoro durissime in cambio di buste paga da fame. L’assenza di opportunità fa si che lavorare in un macello diventi una possibilità per uscire da una condizione di marginalità, o quantomeno di sopravvivere, un punto che spesso viene considerato con troppa superficialità da chi afferma con convinzione che avrebbe preferito la fame piuttosto che lavorare in un macello, in nome di una soggettività e un’idea di “persona” considerata come naturale e universale, piuttosto che frutto di costruzioni culturali. 

Sherry Ortner, in un articolo pubblicato sulla rivista Anthropological Theory, definisce la soggettività come l’insieme dei modi di percezione, affezione, pensiero, desiderio e paura che animano i soggetti agenti. Rispetto all’idea di persona, che non è universale ma che rappresenta un modello culturale che le diverse società cercano di realizzare, la soggettività ci porta quindi a considerare un insieme più ampio di forze che agiscono sull’individuo come la classe, il capitale economico e culturale, il contesto storico della sua vita e le sue disposizioni personali. Questi fattori plasmano gli individui, ne orientano visioni del mondo, percezioni e azioni che svelano tutta l’inutilità della retorica sul giudizio delle scelte riferite alle possibilità altrui precedentemente accennata.

Spesso il lavoro non si può scegliere e, quando si è in reale difficoltà, tanti sono i compromessi che si è disposti ad accettare. Da varie interviste e inchieste che si sono susseguite sulle persone che lavorano nei macelli emerge comunque che, se si offrisse un’alternativa concreta, sarebbero disposte in molte a cambiare lavoro. Questo perché il mattatoio è un ambiente patogeno sotto diversi punti di vista, con risvolti sia fisici che psicologici. A livello fisico si evidenzia un aumento delle malattie della schiena di tipo degenerativo. E poi c’è l’arto superiore: dalla spalla fino all’articolazione del polso. Le malattie più frequenti sono la sindrome del tunnel carpale, ma anche le tendiniti del gomito e della spalla. Le infiammazioni colpiscono i tendini e i nervi, provocando dolore e difficoltà a compiere i movimenti. A questo va aggiunto che gli animali, in quanto individui senzienti e con proprie volontà, lottano per non essere uccisi: si ribellano quotidianamente portando a incidenti di vario tipo, spesso anche importanti. Lavorando per molte ore, diminuisce inoltre la concentrazione e aumenta la possibilità di compiere errori: gli operai sono tanti e spesso vicini tra loro e succede che si feriscano vicendevolmente maneggiando strumenti affilati e pericolosi. 

Ad aggravare la situazione ci sono i risvolti psicologici che possono essere compresi solo se si analizza il mattatoio come ambiente specifico, un ambiente buio e caratterizzato da scarse condizioni igieniche, dove il rumore dei macchinari e delle urla di dolore degli animali rimbombano nello spazio tra le pareti. È un ambiente dove l’odore acre del sangue e degli escrementi invade le narici e permea la pelle, i vestiti, i capelli. Un odore che gli operai si portano a casa, così come gli sguardi degli animali poco prima di essere uccisi, come si legge da una testimonianza raccolta in un articolo della BBC sugli operai di un mattatoio nel Regno Unito:

“E di notte, quando chiudo gli occhi e cerco di dormire, a volte vedo ancora centinaia di occhi che mi fissano.”

Il mattatoio è un posto che investe tutti i sensi delle persone che vivono quello spazio quotidianamente, una struttura creata al solo scopo di uccidere. Dalle testimonianze raccolte emerge con chiarezza come il dolore e la sofferenza siano una costante in questi luoghi, con inevitabili ripercussioni sulla psiche e quindi sull’identità delle persone in essi coinvolti.  Se si prende in considerazione l’ipotesi che l’ambiente nocivo del mattatoio venga in qualche modo “assorbito” dalle persone, il presentarsi di patologie può essere considerato come una incorporazione della nocività del mattatoio nella persona e nello stesso tempo espressione di questa nocività.

Il lavoro al macello è stato collegato a una varietà di disturbi, tra di essi il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTDS), inserito nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) nella categoria dei disturbi correlati da trauma e stress, caratterizzato da sintomi continui conseguenti l’esposizione ad un evento traumatico. Il PTSD si manifesta di solito con rabbia improvvisa, confusione emotiva, insonnia, ansia, depressione e dolori fisici (emicranie, problemi gastrointestinali, etc). Nel caso degli operai dei macelli la questione è tuttavia un po’ diversa perché sono loro stessi a provocare traumi, per di più in modo ripetuto nel tempo. I lavoratori dei mattatoi sono figure ambigue, in bilico tra la condizione di vittime e quella di perpetratori, e questa doppia natura, insieme alla continua esposizione al trauma come autore del reato, porta ad una rottura dell’identità dell’individuo che deve necessariamente ricollegare in un orizzonte di senso accettabile e condiviso il proprio operato. Nel tentativo di adattarsi al contesto, i lavoratori utilizzano diverse strategie e difese psicologiche, quali il distacco emotivo, sensazione di grandiosità, fino alla scissione identitaria tra un Sé lavorativo e un Sé personale di difficile gestione. 

“Un’abilità che si impara quando si lavora in un macello è la dissociazione. Si impara a diventare indifferenti alla morte e alla sofferenza.”

Da questa testimonianza si evince quanto la natura violenta di questa industria spinga i lavoratori ad un cambiamento della personalità. Con il passare del tempo la maggior parte di loro diventa più irritabile anche nel privato e spesso lo stress lavorativo spiana la strada a violenza e abusi domestici. Amy Fitzgerald, criminologa canadese, ha condotto uno studio in cui ha evidenziato che la maggior quantità di crimini (omicidi, violenze sessuali, furti) avviene nelle zone in cui sono presenti mattatoi plausibilmente a causa degli effetti psicologici di questo lavoro. Lo studio andrebbe ovviamente approfondito, ma ciò che non si può negare è che il mattatoio sia un dispositivo dove la violenza non solo viene normalizzata ma anche legalizzata a livello sociale e dove il confine tra lecito e illecito perde significato. Tutto questo ha delle inevitabili influenze sui lavoratori, che tuttavia continuano a lavorare in questi luoghi perché si rendono conto del ruolo che ancora oggi rivestono purtroppo nella fornitura di beni nella società attuale e, soprattutto, hanno la percezione di non avere alternative.

Questa percezione trova riscontro non tanto nelle opportunità che essi hanno o non hanno di trovare altre tipologie di lavoro, quanto nel fatto che lavorare in un mattatoio sia effettivamente un’opportunità riconosciuta e sovvenzionata a livello statale. È partendo proprio da questa duplice direzione che si può interrompere questo circolo di dolore e violenza che investe non solo gli animali, vittime di un sistema specista che designifica le loro esistenze, ma anche gli esseri umani, costretti nella rete delle possibilità che viene offerta loro, una rete spesso troppo stretta per potercisi muovere consapevolmente dentro. 

Ma per farlo bisogna guardare i macelli per quello che sono: luoghi di dolore e morte dove la violenza regna sovrana e in cui l’unica soluzione possibile è che essi vengano riconvertiti in strutture dove il lavoro abbia una valenza diversa, dignitosa, etica, mettendo al centro del discorso lavorativo sia la vita delle persone che quella degli animali, entrambi esseri senzienti che hanno dei diritti, tra di essi il diritto alla salute e, soprattutto, alla vita.

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