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Romanian soldiers of 26th Mountain Battalion conduct crowd riot control training during a Kosovo Force (KFOR) mission rehearsal exercise (MRE) at the Joint Multinational Readiness Center in Hohenfels, Germany, Feb. 18, 2016. The KFOR MRE 21 is based on the current operational environment and is designed to prepare the unit for peace support, stability, and contingency operations in Kosovo in support of civil authorities to maintain a safe and secure environment. (U.S. Army photo by Pvt. Randy Wren/Released). Original public domain image from Flickr

Cosa sta succedendo al confine tra Bielorussia e Polonia?

E’ da più di un mese che si parla sempre di più di quello che sta accadendo al confine tra Bielorussia e Polonia, dove migliaia di persone sono ammassate in un lembo di terra di pochi chilometri, tra due fili spinati, dove le temperature sono già sotto lo zero e i soccorsi vengono ostacolati, se non addirittura impediti.

Certo non è successo da un giorno all’altro, ma una serie di eventi hanno portato a una crisi umanitaria tra le peggiori che l’Europa abbia visto negli ultimi anni.

Ma come si è arrivati a tutto questo? E’ sempre difficile tirare le somme e determinare quali siano le cause e quali gli effetti, indagarne le correlazione e attribuire torti e colpe, ma ripercorrere i fatti che si sono susseguiti nell’ultimo mese potrebbe servire, quantomeno, a farsi un’idea più precisa, ricordando che le radici di simili problemi, però, affondano comunque anche in altri passati e in altri luoghi.

In seguito all’aumento, durante il mese di agosto, dei flussi migratori al confine, il governo polacco ha annunciato in data 13 ottobre 2021 di voler rafforzare in maniera permanente la protezione di confine con la Bielorussia, eretta dall’esercito in agosto, per un costo di 350 milioni di euro.

I flussi migratori non si sono mai realmente interrotti, semplicemente succede che vi siano circostanze per così dire esterne che ne influenzano i ritmi; certamente ricordiamo le immagini molto forti, provenienti dal confine tra Turchia e Grecia del 2020, in seguito all’annuncio di Erdoğan riguardo all’apertura dei confini per permettere ai migranti, soprattutto siriani, di raggiungere la Grecia e il resto d’Europa.

Naturalmente non si trattava di un favore nei confronti di persone in fuga dal proprio paese dilaniato da un conflitto, oramai decennale, e dalle ingerenze esterne, ma di una minaccia nei confronti dell’Unione Europea.

Come sappiamo, la rotta balcanica sta ritornando ad essere molto percorsa dai richiedenti asilo, in particolare da quando la Grecia, almeno apparentemente, si sta impegnando a svuotare i campi presenti nelle isole. Quello di Chios, per esempio, sembra che ora conti circa 200 persone, contro le 1600 nei mesi di maggio/giugno.

Molte di queste persone sono state spedite nella terraferma, che però a fatica offre alternative di vita e di lavoro.

La caduta dell’Afghanistan nelle mani dei Talebani dopo la ritirata USA ha certamente contribuito ad aumentare i flussi in arrivo, anche se la situazione in quell’area di confine risultava già complicata e le persone hanno continuato a cercare rifugio altrove, nonostante l’idea comune che fosse un paese sicuro grazie alle presenze occidentali.

Tornando al confine “alle porte d’Europa”, ad inizio agosto, stava già salendo la tensione; Lettonia, Lituania e Polonia hanno accusato (legittimamente) il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, di star utilizzando i migranti, orchestrando addirittura attraversamenti di confine, come mezzo di ricatto contro le sanzioni ricevute, cosa che è divenuta ancor più evidente dopo la telefonata del 17 novembre tra Angela Merkel e il dittatore bielorusso.

Lukashenko però, alle accuse legittime degli stati confinanti, ha ribattuto smentendo il tutto e sostenendo che stava solo cercando di reagire alle pressioni dell’Unione Europea. Quest’ultima era intervenuta chiedendo all’Iraq di sospendere i voli da Baghdad e Damasco a Minsk, provvedimento che aveva ridotto gli ingressi in Lituania di persone provenienti dall’Iraq.

I voli però non sono stati sospesi del tutto e, alla diminuzione di entrate in Lituania, è corrisposto invece un aumento in Lettonia e Polonia.

Le accuse mosse dai tre stati confinanti alla Bielorussia sono state rafforzate da un video rilasciato da Frontex che mostrerebbe veicoli della guardia di frontiera bielorussa scortare delle persone dentro i confini UE.

Legittime sono le accuse nei confronti di Lukashenko e della sua dittatura, ma è altrettanto vero che chi punta il dito non lo fa per difendere i migranti, ma i propri confine. Le colpe vanno spartite e sono comuni, ovvero quelle di muovere delle persone come pedine, impedendo loro di fermarsi in un paese in cui possano chiedere asilo, come da loro diritto.

A fine agosto infatti hanno iniziato a diffondersi notizie su un gruppo di 32 migranti provenienti dall’Afghanistan tenuti in stallo al confine tra Bielorussia e Polonia, in una zona che nel gergo di rotta balcanica e campi profughi viene chiamata “giungla”.

Il gruppo era già lì da 3 settimane, senza riparo, senza acqua potabile e con scorte di cibo in esaurimento.

Non potevano né entrare in Polonia, dove la polizia di confine era già pronta a respingerli, né tornare in Bielorussia, da dove erano stati spinti ad entrare nello Stato confinante.

Mariana Wartecka, che fa parte della ONG polacca Ocalenie Foundation, raccontava ai giornalisti che, monitorando la situazione del gruppo di migranti, erano venuti a conoscenza della presenza di una donna di 53 anni che aveva necessità di cure mediche immediate, ma che la guardia di confine polacca aveva impedito loro di accedere all’area. 

Risale al 22 di settembre la notizia di quattro decessi per freddo e sfinimento, di cui tre sul lato polacco del confine e una donna dal lato bielorusso.

Le polizie di confine riportano di aver visto almeno altre 8 persone severamente debilitate giacere nel fango, sempre nella zona di “stallo”.

Le ONG locali sono state contattate telefonicamente dai migranti in pericolo, che stanno però cercando di lanciare appelli anche al di fuori di Polonia e Bielorussia, raggiungendo anche l’Italia, attraverso attiviste e attivisti e migranti già presenti in Europa.

Se le autorità polacche riportano di aver avvistato più di 7000 migranti nei pressi dei confini, vuol dire che probabilmente ben più di gruppi di 30 persone sono rimaste intrappolate in un perimetro definito da filo spinato e guardie di confine.

Dalle segnalazioni che arrivano anche attraverso gruppi di migranti e attivisti che si stanno organizzando quanto meno per divulgare quanto sta succedendo, sappiamo che ci sono famiglie con bambini, ma anche giovani donne sole, provenienti da Afghanistan, Iraq, Siria, Kurdistan iracheno.

I numeri sono aumentati a ritmi incalzanti, poiché Lukashenko continuava a “invitare” le persone a partire dai loro paesi di origine e ad arrivare direttamente a Minsk. A questo scopo sono stati concessi migliaia di visti, come testimoniano le foto in possesso degli attivisti impegnati in prima linea, che cercano come possibile di aiutare incessantemente.

Ad oggi i media riportano che nell’area in mezzo ai boschi tra il filo spinato vi sono almeno 4000 persone, che testimoniano episodi di violenza da parte della polizia di entrambi gli Stati, al freddo, senza riparo, senza acqua e affamati. La settimana precedente altre migliaia di persone sono state riprese mentre, come un fiume, camminavano compatti verso la frontiera. In tutto sembra che ci siano 10000 migranti, principalmente in Bielorussia.

Diverse persone hanno bisogno di assistenza medica; sembra che alcuni siano stati portati presso un ospedale e dimessi il giorno dopo, per essere poi riportati nella “giungla”, nel limbo in mezzo ai boschi tra i due confini.

Alcune testimonianze parlano anche di donne in stato avanzato di gravidanza.

Alcuni attivisti si sono recati sul posto, cercando di portare cibo, acqua e soccorsi, poiché sono stati confermati diversi casi di ipotermia.

Mentre sul lato polacco c’è un minimo margine di azione, non c’è nessuna possibilità di fare altrettanto sul lato bielorusso, dove ogni tipo di aiuto viene anzi ostacolato e impedito, anche con la violenza.

Da parte degli attivisti sul campo, arrivano notizie raggelanti; uomini in borghese delle forze dell’ordine bielorusse che istigano i migranti, disperati per la fame e il freddo, ad assaltare il confine con la Polonia. Le stesse forze dell’ordine, pochi giorni fa, hanno aperto gli idranti sulla folla; inutile dire che, con le temperature già sottozero, nessuna possibilità di riparo o di asciugarsi, questo gesto suona come pura crudeltà.

I decessi riportati dai media sono 11, tra cui due ragazzi siriani di 14 e 19 anni e due bambini, uno curdo di età compresa tra gli 8 e i 10 anni e uno siriano di un anno.

I volontari e gli attivisti stessi hanno riportato di aver subito delle aggressione, sia da parte delle guardie di confine che di uomini a volto coperto, ma senza alcuna divisa. 

Il 16 di novembre, dopo appelli disperati e segnalazioni, sembra che dalla parte della Bielorussia 850 persone, principalmente donne e bambini, siano state trasferite in una struttura logistica, poco lontano dal confine. Potrebbe sembrare un gesto ammirevole, ma invece non lo è, per svariati motivi, tra cui il fatto che queste persone avrebbero dovuto essere messe in salvo prima che morisse qualcuno, e il fatto che altre 3000 persone sono rimaste al freddo nei boschi.

Persone che nei giorni precedenti erano state colpite da gas lacrimogeni e su cui le guardie di confine avevano aperto gli idranti, incuranti del fatto che non avrebbero avuto né riparo, né vestiti di ricambio asciutti, e che qualcuno quindi avrebbe potuto non superare la notte.

Fanno rabbrividire i giochi politici tra gli Stati coinvolti in questa ennesima pagina oscura dei nostri tempi, fanno rabbrividire e devono far indignare, far alzare la voce, far arrabbiare. 

Cambia lo scenario, cambia chi conduce il gioco, ma il risultato è sempre lo stesso: vite messe in pericolo, come se fossero di minor importanza.

Donne e bambini, stremati da freddo e fame che vengono definiti un pericolo da cui difendere i propri confini.

I decessi confermati dalle autorità e dai media come dicevamo prima sono 11, ma dalle segnalazioni e testimonianze raccolte da chi è in contatto con queste persone, sembrerebbe che fossero aumentati maggiormente negli ultimi giorni, anche se non ci sono ancora stime certe.

Le temperature nell’area si stanno già avvicinando allo 0° e il freddo è da sempre uno dei fattori di rischio più grandi per chi percorre la rotta tra autunno e inverno.

Come sempre, l’argomento migranti viene trattato con indifferenza, gettato sotto al tappeto come si fa con la polvere, nonostante vengano continuamente violati diritti umani, in maniera più o meno esplicita.

Ma le denunce sembrano cadere il più delle volte nel vuoto, investire 350 milioni sulla costruzione di un muro permanente per fermare le persone sembra più sensato che investirli per trovare una soluzione utile a salvare delle vite.

Viene da chiedersi quante di quelle persone che si disperavano per i diritti delle donne quando Kabul è caduta in mano ai Talebani, si disperano anche ora, che queste donne stanno cercando di entrare nell’Unione Europea per far valere questi diritti, ma che ora, improvvisamente, non fanno più provar pena come quando erano lontane da qui.

E viene da chiedersi anche in che mondo viviamo se mettere in salvo 4000 persone che stanno morendo di sete, freddo e stenti non è la priorità. E’ chiaro che va sanzionato chi sta commettendo questi crimini, su questo non vi è alcun dubbio, ma non è accettabile che si stia tergiversando nel trovare, prima di tutto, una soluzione per salvare delle vite.

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