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Intersezionale

solitudine

Breve apologia alla dittatura del politicamente corretto.


È ormai assodato, in ogni discussione o dialogo che tu possa avere sul tema delle discriminazioni, lo spettro, pressoché immaginario, del politicamente corretto paralizzerà o semplicemente
condizionerà la discussione in corso.
“Non si può dire più niente”. Poche parole a coronare una allucinazione collettiva di molti. Ma veramente non si può dire più nulla?

Dove si trova, dove è collocato il ministero fantasma della censura e del politicamente corretto? Tutto ciò, non è dato sapere. Al contrario, i fatti sembrerebbero rappresentare un’altra realtà. Ma tant’è.
Ad ogni modo, per sfilare questo rugginoso argomento vorrei partire descrivendo un fatto che si è consumato davanti ai miei occhi stanchi, durante le ultime vacanze.
Ebbene.


Parte delle mie vacanze le ho trascorse in compagnia dei miei amici. Una portentosa comitiva di persone bizzarre e brianzole trascinate al sud, in Puglia. A dirla tutta, in partenza, non tutte queste persone le conoscevo da vicino. Tre o quattro di queste, infatti, si erano aggregate alla vacanza in qualità di “fidanzato di” e “fidanzata di”. In buona sostanza, quindi, il gruppo stretto d’amici di partenza s’era allargato, creando di fatto una conformazione nuova, nella quale i codici comunicativi del gruppo di partenza originale si mescolava in un dialogo\scontro con il codice comunicativo di chi fino a quel momento era alieno al gruppo.


E non è sempre facile, ci vuole dello sforzo, ci vuole attenzione nel far collimare nella stessa stanza e nella giusta misura due o più registri estranei l’uno con l’altro. Si tratta, del resto, di una
riduzione di se stessi per capire l’altro e per poterci comunicare serenamente. E nessuno di noi è sempre nella adeguata condizione per farlo. Per non parlare di chi questo sforzo, per principio,
non lo vuole nemmeno fare.
Non per niente, alla prima svista, alla prima mancata cura, si verifica il disastro che è capitato a noi. O, meglio nello specifico, alle mie amiche G. e T. che non conoscendosi e dando per scontato
elementi che non andrebbero dati per certi, han tastato con mano lo scontro fra codici, generando una percepibile situazione disagio.
Ora racconto.
È sera, e come ogni sera, post cena, tutti insieme, cerchiamo di capire come proseguire la serata.
Io, stremato fisicamente e mentalmente per il carico della giornata, decido che non sarei uscito quella sera. Mi rintano, dunque, nel mio letto tranquillo. Nel mentre, su quel tavolo, dov’ero
seduto poco prima e che m’ero affrettato a lasciare, stava succedendo qualcosa.
Lo stress di cui ero affetto iniziava ad abbandonarmi, fino a quando non scorgo l’avvicinarsi di T. al mio letto.
Strano, che sarà mai successo, mi chiedo. S’avvicina, per davvero, ed inizia a raccontarmi.


Là fuori dalla stanza, appena finita la cena, G. ha riprodotto nella casse bluetooth una canzone dal testo esplicitamente discriminatorio. T. che si identificava, non a torto, nell’oggetto del testo
che la demenziale canzone squillava s’è sentita male ed offesa. E dopo averlo riferito immediatamente a G., T. ha cercato conforto e aiuto in me, vedendomi come qualcuno che potesse capire il suo sentimento, il suo di codice, essendo entrambi neri.


Finito il racconto, un viscerale senso di disagio mi contagiò. Mi contagiò perché capii subito ilproblema. T. possedeva tutte le ragioni del mondo per sentirsi avvelenata. Tuttavia, nella stessa
misura in cui comprendevo T. ero pure certo di conoscere le ragioni di G. potendomi fidare ciecamente della sua buona fede.
Il disagio, dunque, si rappresentava in me nella paura di giustificare le azioni di G. che fra le due era quella che aveva decisamente peccato e sbagliato.
Questo perché sapevo che chi mise quella canzone, pensava sbadatamente di essere in un contesto per così dire safe. Pensava di essere nel nostro contesto. Che è un contesto
comunicativo estremamente sarcastico e ironico. Ma è un codice nostro, è un codice domestico che può comprende fino in fondo e senza male interpretazioni solo chi appartiene a quel dato gruppo.

Un insieme di inside jokes, di simboli e appellativi che risulterebbero essenzialmente incomprensibili se visti e percepiti da fuori.
In buona sostanza, ogni singolo clan ha il proprio slang. G. dimenticandosi, per l’appunto, di questo aspetto si è lasciata andare verso un errore grave, che T. ha subito e metabolizzato come aggressione nei suoi confronti. E non poteva che finire in quel modo. Quel contesto non era più il nostro contesto originario, era diventato qualcosa di diverso. E ciò avvenne nel preciso momento in cui soggetti ‘estranei’ han deciso di sedersi al tavolo. Proprio come aveva deciso di fare T. col nostro gruppo.


E di tutto questo andava tenuto conto, per evitare lo scontro che n’è fiorito.
Non saprei nemmeno bene come definirlo. Malinteso? Forse, ma mi pare poco calzante. Poiché l’intenzionalità era presente. A ben vedere, si trattava più di una non adeguata addomesticazione del proprio codice comunicativo, che, per il quieto vivere di tutti, andrebbe modulato in base al contesto in cui ci si trova. E badate bene, “andrebbe”. Nessuno obbliga nessuno a fare nulla. Ed è proprio qui che vorrei far emergere il tema del politicamente coretto e sulla presunta e progressiva scomparsa di libertà di pensiero e parola.


Forse non è a tutti percepibile, ma negli ultimi anni, finalmente, quelle che erano le istanze delle c.d. minoranze stanno ottenendo una maggiore copertura mediatica e di conseguenza visibilità.
Le cause che comportano questa maggiore attenzione, non saprei individuarle integralmente ma è evidente che la sensibilità generale – attorno ai temi che rientrano nel grosso calderone delle
discriminazioni – è accresciuta.


La nostra è forse la fase acuta di transizione sociale, e per questo la richiesta di maggiore attenzione al linguaggio negli spazi pubblici, facilmente appare come una forma di cesura e censura forzata. Eppure, non è così. Ciò che richiama alla censura, è semmai la semplice richiesta di una parte – che prima non possedeva tale forza – ad adeguare il linguaggio perché finalmente la sua presenza è oggi visibile e soprattutto ascoltata.


Il codice comunicativo adottato fino ad ora, contenenti termini e modi di fare percepiti come offensivi, non è più sostenibile in un contesto che vede nuove categorie emergere sul piano
pubblico. Il fatto che non sia più sostenibile, per all’altro, non significa che non possa più essere utilizzato. Significa che quando verrà utilizzato ciò produrrà tutte quelle reazioni che di solito
vengono tacciate con la banale dicitura della “dittatura del politicamente corretto”. Ma questa_:; nbbv cnbvhe tentano un difficile dialogo, per convivere sotto allo stesso tetto.
Ribadiamolo, nessuna dittatura. O, sotto sotto, c’è forse la volontà di poter dire qualunque cosa, senza che queste possano venire contestate? Se fosse questo la realtà, la dittatura starebbe da questo lato della barricata e sicuramente non dall’altro lato.


Ciò che mi pare di osservare oggi è che in maniera repentina chi era abituato ad un certo registro e ad un inesistente contraddittorio si è ritrovato a dover far i conti con un nuovo mondo che gli è piombato addosso. E come al solito il nuovo, il diverso genera resistenza e genera quella attitudine a conservare lo status quo. Insomma, la solita lancia di gomma scagliata contro un monumentale mulino.


Per finire, quello che si chiede oggi non è censura, ma un adeguamento delle parole, dei modi di fare, in base ad un contesto sempre più nuovo. Si tratta di cortesia e di rispetto verso l’altro che
in passato per errate concezioni sociali è mancato. Nulla più, nulla meno. E certamente, questo non è un limite alla libertà d’espressione: che ognuno adotti il codice comunicativo che meglio desidera, ma che non si aspetti nessuna contestazione perché questa a buon titolo ci sarà.


Oggi si può dire quello che si vuole. Così come lo si poteva fare ieri. Oggi, ciò che cambia, è che finalmente c’è qualcuno in grado di far notare che quella cosa detta, ce la si poteva anche risparmiare. Ed è un bene che sia così.


Buone parole a tutti.Breve apologia alla dittatura del politicamente corretto

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