Libia: al voto o alle armi? Speciale Elezioni
A sette giorni dalle elezioni presidenziali, previste per il 24 dicembre e, dalle parallele elezioni parlamentari, sono ancora ore di forti tensioni a Tripoli. Con grande probabilità, si procederà con un inevitabile rinvio.
Nelle ultime settimane, milizie armate hanno circondato i palazzi delle istituzioni, le case di diversi esponenti politici e, in ultimo, l’ufficio del premier Abdul Hamid Dbeibah. Si è temuto un Colpo di Stato!Salah Badi, leader della Brigata al-Samoud, protagonista dell’assalto armato delle ultime ore ai palazzi delle istituzioni, ha dichiarito che il 24 dicembre in Libia “non ci sarà nessuna elezione”.
Le proteste sono scattate in seguito alla decisione del Presidente Mohammed al Menfi di sostituire il comandante supremo dell’esercito libico, Abdul Basit Marwan, ritenuto troppo vicino al generale dissidente Khalifa Haftar, con una figura più ‘neutrale’.
Per circa un anno, le elezioni sono state sostenute dalla Comunità Internazionale per riportare la pace e la stabilità nel paese nord-africano. Ora però, se queste non si svolgeranno nei tempi previsti, si teme un pericoloso vuoto di potere. Di contro, andare avanti con il calendario elettorale, in un contesto di divisioni tra fazioni armatecherifiuteranno qualsiasi vittoria del campo rivale, rischia di gettare il paese in una nuova escalation di violenze.
La tanto agognata legittimità nazionale per porre fine all’ultimo decennio di caos e di interne divisioni tra fazioni, appare complicata nella sua reale concretizzazione. Candidati rivali e movimenti politici contrapposti, si sono scambiati recriminazioni, accusandosi a vicenda di manipolare il processo elettorale a proprio vantaggio. Le potenze internazionali e le Nazioni Unite hanno continuato a caldeggiare le elezioni ma, questa settimana hanno smesso di fare riferimento alla data prevista del 24 dicembre nelle dichiarazioni pubbliche.
Ad una settimana dal giorno del voto, regna dunque sovrana la confusione sul destino di queste elezioni che, seppur non ancora formalmente rinviate, non hanno basi per il successo, afferma il capo dell’Alto Consiglio. Sabato la Commissione Elettorale (Hnec) ha dichiarato che non annuncerà l’elenco definitivo dei candidati idonei, tratto dai 98 iscritti, se non dopo le discussioni legali con la Magistratura ed il Parlamento. Ne consegue, indirettamente, uninevitabile rinvio delle elezioni presidenziali. L’annuncio dell’Alta Commissione elettorale di rinviare sine die la pubblicazione della lista definitiva dei candidati in seguito a controversie sui meccanismi di valutazione, ha di fatto bloccato la brevissima campagna elettorale. “È ormai divenuto impossibile garantire lo svolgimento del voto del 24 dicembre”, ha riferito Abu Bakr Marada, esponente della Commissione elettorale Nazionale.
Dalla rivolta del 2011 sostenuta dalla NATO che ha estromesso Muammar Gheddafi, la Libia non ha più avuto una stabilità politica e nel 2014 il paese si è diviso in una guerra interna tra fazioni orientali ed occidentali.
La presenza di alcune figure di spicco alla corsa alle presidenziali come Saif al Islam primogenito di Muammar Gheddafi – l’ha resa addirittura esplosiva: ad una settimana dal voto non è ancora chiaro chi potrà concorrere e chi no. Resta in gara la candidatura di Saif al-Islam Gheddafi, riammesso da una serie di sentenze che hanno rigettato l’esclusione voluta dalla stessa Commissione Elettorale.
Al contrario, le candidature del primo ministro ad interim, Abdul Hamid Dbeibah e del generale della Cirenaica Khalifa Haftar, capo del sedicente esercito nazionale libico, entrambe approvate dalla Commissione, sono state impugnate da più parti. In un contesto di confusione generale, in cui anche la legge elettorale è al centro di accesi dibattiti con i politici tripolini che accusano il Parlamento di Tobruk di averla adottata senza consultazioni, le fazioni rivali intimidiscono e corrompono ifunzionarigiudiziari per garantire il reintegro dei loro candidati. In assenza di regole chiare e condivise, molte voci si erano levate riguardo al fatto che il processo elettorale o eventuali interferenze sul voto avrebbero potuto riaccendere la miccia di un conflitto mai sopito. Uno scenario, quello libico, in cui basta poco per innescare un nuovo ciclo di violenze laddove, paradossalmente, una delle principali problematiche è legata alla presenza di milizie e mercenari stranieriancora schierati in tutto il paese.
Nei giorni scorsi, l’Unione Europea aveva sanzionato il gruppo di mercenari russi Wagner Group, tuttora presenti in Libia a sostegno del generale Haftar. A preoccupare l’Europa, e in generale i sostenitori del processo elettorale, il fatto che nessun esito di voto potrebbe dirsi garantito in assenza di un apparato statale e di sicurezza che possa assicurare l’accettazione condivisa e pacifica dei risultati elettorali. Se ufficialmente la posizione della Comunità Internazionale è stata quella di sostenere, senza se e senza ma, l’appuntamento con i seggi, in via non ufficiale chi segue il dossier libico fuori dai confini del paese è cosciente delle difficoltà e dei rischi che il voto comporta.
Il desiderio della maggioranza dei libici è ovviamente di ritrovare un equilibrio perduto ma, ciò che sta accadendo a Tripoli, in fondo non stupisce nessuno. Lo scenario legale su cui sin dall’inizio si sono fondate queste elezioni è sempre stato poco cristallino, lasciando campo libero a competizioni, corruzioni ed interferenze di attori nazionali ed internazionali.