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Uccello che vola

Analisi sulla libertà di pensiero ed espressione

Non è necessario vivere in una realtà distopica nella quale la nostra mente viene controllata da un potere superiore, non è necessario vivere in Matrix, per far sì che sorga la necessità di introdurre un diritto come quello della libertà di pensiero fra gli articoli della Dichiarazione dei Diritti Umani. Eppure conveniamo con il fatto che “il pensiero” sia una componente del tutto personale e profonda del nostro essere, a tal punto che, questo Cartesio ce lo ricorda, la nostra stessa esistenza è considerabile manifesta solo in virtù della facoltà di pensare. Seguendo questa teoria, nessuno avrebbe la possibilità di toglierci tale facoltà, seppure possiamo essere privati della possibilità di esprimere quel dato pensiero. Di questi due concetti, pensiero ed espressione, ne stiamo ora solo dando una definizione quasi ontologica, mentre la Dichiarazione dei Diritti Umani sembra essere molto più precisa a riguardo. Difatti questi due concetti prendono in essa un significato più definito:

Articolo 18 Libertà di pensiero

<<Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.>>

Articolo 19 Libertà di espressione

<<Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.>>

Per prima cosa è da notare come l’articolo 18 non tratti solo dell’arte del pensiero come realtà immateriale, ma manifesta. Questo ci ricollega ad un’altra questione: oltre al dubbio sui modi e i termini entro i quali questi due nostri diritti possono essere limitati, vi è anche una diffusa credenza che vi sia una correlazione diretta di causa-effetto fra il pensiero e l’espressione di quest’ultimo. Se l’art.19 non esistesse, e se anzi vi fosse al suo posto un divieto di espressione, saremmo forse noi umani capaci di pensare pur senza esternare le nostre conclusioni? Non parlo solo di diffondere un’idea al livello verbale, ma di una azione concreta dettata da un nostro ragionamento o percezione. Come posso, ad esempio, sentire dentro di me la fede senza agire naturalmente secondo i princìpi che essa mi detta? Ho sentito la necessità di fare luce su questi argomenti, per cui ho deciso di discuterne con Antonio Marchesi, Professore associato di Diritto internazionale, Presidente del CdL in Servizi giuridici e Componente del Senato accademico, Docente ed esperto di Protezione internazionale dei diritti umani e Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (GNPL).

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Egregio professor. Marchesi, mediante gli articoli 18 e il 19 della Dichiarazione viene effettuata una scissione fra la libertà di pensiero (art.18) e quella di opinione ed espressione (art 19). In particolare ci saprebbe spiegare in cosa consiste la differenza fra “pensiero” ed “opinione”?

Credo sia importante interpretare le due nozioni di “pensiero” e di “opinione” non in isolamento ma nella cornice, rispettivamente, del diritto alla “libertà di pensiero, coscienza e religione”, da una parte, e del diritto alla “libertà di opinione e di espressione”, dall’altra, che vanno letti entrambi in maniera complessiva.

Il primo ha per oggetto le convinzioni religiose o filosofiche profonde, la visione del mondo che ognuno ha, che questa sia fondata o meno su una determinata fede religiosa. Ha una dimensione interna (il diritto di avere certe convinzioni), che pone relativamente pochi problemi, e una dimensione esterna (ovvero il diritto di manifestare le proprie convinzioni, sia individualmente che collettivamente). Quest’ultimo diritto, che chiama in causa anche le controverse questioni dei riti e dei simboli religiosi, è problematico nella misura in cui è soggetto a restrizioni necessarie a tutelare altri diritti e valori della società, con i quali va necessariamente bilanciato, andando alla ricerca di un punto di equilibrio.

Quanto al diritto alla libertà di opinione e di espressione, è estremamente ampio e si declina in tante forme (compresa la libertà di espressione in rete, che pone sfide in parte nuove). Anch’esso può andare incontro limitazioni e restrizioni (purché “necessarie in una società democratica”): particolarmente interessante è la questione dei limiti alla libertà di espressione derivanti dalla necessità di contrastare il discorso d’odio, il negazionismo e la promozione della discriminazione nelle sue varie forme (razzismo, antisemitismo, antiziganismo, omofobia e transfobia e altro ancora).

Dunque, dalle parole del professore deduco che, se il pensiero ha una duplice dimensione, interna di concezione e percezione ed esterna di manifestazione, che si riferiscono entrambe a questioni riguardanti la nostra stessa esistenza ed individualità, l’espressione ha invece un carattere più ampio e tocca argomenti che non concernono direttamente la nostra essenza ma che la influenzerebbero indirettamente. A tal punto sorge un altro dubbio: se è vero che alla libertà di pensiero viene associata quella di religione, allora deve esserci stato un momento storico nel quale la comunità mondiale ha non solo preso coscienza dell’esistenza di diversi tipi di credo, ma ha trovato giusta e “umana” una loro convivenza pacifica. Soprattutto l’ha creduto possibile. Su tale questione cerco ancora una volta di portare chiarezza grazie al Professore:

Dalla lettura dell’ articolo 18, si potrebbe forse dire che esso sia stato scritto da un punto di vista laico?

Sì, certamente. La Dichiarazione universale è frutto del lavoro di persone di differente orientamento culturale e religioso e riflette l’incontro che all’epoca avvenne tra varie scuole di pensiero e diverse posizioni politico-ideologiche. Fu però deciso, in un certo senso, di “mettersi alle spalle” le motivazioni che ognuno poteva avere nell’accogliere il catalogo dei diritti che si andava elaborando e, semplicemente, di riconoscerli, come elementi fondanti di un nuovo ordine internazionale e base minima di convivenza per tutti. L’importanza della Dichiarazione sta proprio in questo: nel riconoscimento universale di una serie di diritti che ogni Stato s’impegnava, nei confronti di tutti gli altri Stati e della comunità internazionale tutta intera, a rispettare – non più in quanto scelta autonoma ma in quanto adesione a valori e regole comuni.

Tuttavia ci sono Paesi che, pur avendo formalmente sottoscritto la Dichiarazione, non perseguono socialmente questo criterio di laicità, reprimendo prima fra tutte la libertà di religione oltre che di espressione. Come se lo spiega?

Non è facile dare una spiegazione unica delle violazioni dei diritti umani, né delle violazioni dei diritti che cita né quelle di altri diritti. Purtroppo c’è un divario ancora molto ampio tra teoria e prassi. L’imposizione di limiti al potere degli Stati sui propri cittadini (e non solo) è, del resto, uno degli obiettivi più ambiziosi che si possano immaginare, uno “standard of achievement” da realizzare nel tempo, non raggiungibile in tempi brevi. Di strada il cammino dei diritti umani ne ha fatta un po’, ma il tratto da percorrere è ancora molto lungo. Aggiungo soltanto che, proprio dalla constatazione del divario tra riconoscimento formale dei diritti e prassi di violazione di quei diritti, spesso diffusa e sistematica, nasce il movimento “popolare” dei diritti umani, fatto di organizzazioni della società civile, di associazioni, di ONG, il cui compito è di documentare, denunciare, mobilitarsi e mettere pressione sui governi affinché siano più rispettosi delle regole che essi stessi si sono dati.

Un’ultimo quesito sorge in me. Fino ad ora abbiamo discusso dei due diritti da un punto di vista ontologico e pratico. Abbiamo quindi sottolineato i metodi della loro salvaguardia, calandoli purtuttavia nella nostra realtà corrente, della quale ci sono chiari i limiti delle tempistiche evolutive. É infine proprio sulla attuale realtà che vorrei concentrare l’attenzione, nella quale la nostra esistenza sembra aver assunto nel tempo una duplice forma. Siamo in primo luogo perchè pensiamo e ci esprimiamo rendendoci manifesti nello spazio a noi circostante, ed in secondo luogo siamo perchè pensiamo e ci esprimiamo in una rete chiamata Internet, nella quale il nostro io individuale e quello virtuale si trovano a combaciare continuamente. Questi due lati di noi sono arrivati a collimare a tal punto che persino la nostra libertà di pensiero ed espressione, che fino a due secoli fa erano in pericolo unicamente a causa del mondo fisico a noi circostante, sono sovente messe a dura prova quando calate in questa rete. Fino a che punto siamo liberi di pensare ed esprimerci? In che modo questa nostra libertà potrebbe intaccare quella altrui? Soprattutto, in che modo i poteri forti possono condizionare e limitare queste nostre libertà? È cio che sta accadendo ultimamente nel web per quanto riguarda l’espressione del pensiero complottista mediante l’uso delle piattaforme social. Ne discuto ancora una volta con il Professore, prima di prendere da lui congedo:

Professore, ci saprebbe spiegare in che modo il concetto di libertà di espressione si interfaccia con la recente politica di Facebook, che ricordo sia volta a censurare le pagine contenenti tematiche di stampo complottista? Questi diritti valgono effettivamente per tutti oppure si possono distinguere dei casi particolari?

Il tema è quello, accennato sopra, dei limiti alla libertà di espressione e dell’equilibrio fra questa e il rispetto dei diritti altrui (e certi valori collettivi). Esistono anche il diritto a non vedere circolare in rete falsità sul proprio conto, e ricostruzioni non veritiere di una storia tragica che ha riguardato il proprio gruppo etnico o gli appartenenti alla propria confessione religiosa. Esiste il diritto a non essere oggetto di istigazione alla violenza a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. La materia dei diritti umani, in altre parole, è materia complessa … non basta invocare un diritto proprio, reale o presunto, per avere ragione. L’esercizio di quel diritto, o presunto tale, può tradursi nella violazione di un diritto altrui. E’ necessario allora interpretare le norme sui diritti umani, dando significato alle parole, individuando gli obblighi di protezione, prevenzione e punizione che s’impongono agli Stati, spesso bilanciando i diversi diritti quando questi entrano in conflitto fra loro. Vale in particolare per la libertà di espressione, che non significa libertà di calunniare, di dire il falso, o di istigare all’odio. Certo – va da sé – quest’opera interpretativa è delicata e può dare luogo a decisioni e orientamenti che non tutti condividono.

Capisco allora che bilanciare è la parola chiave. È necessaria un’azione che trovi il giusto mezzo e dia il giusto valore all’uno o l’altro diritto pur senza seguire uno schema certo, matematico. Come è ovvio che sia, il modus operandi con il quale si decide come è giusto o sbagliato operare è lasciato alla nostra percezione di questi due elementi all’interno della morale comune. Il tentativo della Dichiarazione è dunque quello di porre dele linee guida comuni, con il fine di trovare una soluzione alle dicotomie fra i diritti.

Facendo appello a queste due mie libertà, vorrei concludere quest’articolo con la mia personale opinione. Credo che la nostra libertà di pensiero, intesa a livello non ontologico ma pratico, sia continuamente messa a dura prova dalle notizie che ci vengono trasmesse dall’esterno. Come dicevamo, siamo tuti liberi di pensare, professare, manifestare il nostro credo, esprimere le nostre opinioni e diffonderle come meglio crediamo, purtuttavia con i limiti dati dal giusto bilanciamento di cui i diritti nostri e quelli altrui necessitano. Eppure trovo che le nostre idee e i nostri princìpi siano oggi troppo simili perché si possa credere che di pensiero vi sia una effettiva totale libertà. Si muove intorno a noi una società basata su strategie di marketing, strategie politiche e sociali che non limitano la libertà, ma la guidano sui binari che paiono più consoni. Per non essere fraintesa, ci terrei a specificare che il limite alla libertà di pensiero di cui parlo non sta nel fatto che esso sia dagli altri modificabile, poiché questo è un processo giusto e naturale, ma mi sto focalizzando su come questo sia stato reso via via più simile a quello degli altri, non solo di chi ci circonda ma di chi abita questo globo. Basti pensare al divario che c’è fra le due generazioni dei nostri nonni e la nostra nella percezione di concetti fondamentali come quelli della famiglia e dell’ ottenimento della felicità. Oggi, come allora, siamo liberi di pensare, ma come è potuta cambiare in modo così unanime la nostra moralità? Non è forse questa spinta all’omologazione un limite stesso delle due libertà da noi discusse? O è invece la loro manifestazione più evidente? Se non Matrix, troviamo un altro nome a questo mondo in cui siamo liberi di pensare ed esprimerci ma spesso tutti nella stessa identica direzione.

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