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Racconto: DIECI E LODE

https://www.youtube.com/watch?v=ssUWSiMlFBU

L’autrice consiglia di leggere ascoltando: King Crimson, “Epitaph”. In the court of the Crimson King. Island, 1969.

di Beatrice Galluzzi

Quel Natale si aprì con le nostre valigie chiuse il ventidue del mese, quelle che mia madre preparava per tutti, e che mio padre faticava sempre a far entrare nel portabagagli.

– Ma che cazzo vi siete portate? Manco andassimo in America! – e giù a imprecazioni, tanto per rimanere nel tema sacro in rispetto alla ciclica venuta di Gesù.

Io e mia madre eravamo pronte, perché sapevamo.

– Non ci andiamo, Riccardo – disse lei – per quest’anno rimaniamo a Roma.

– Voglio restare a casa, papà – implorai.

Ma non era vero. Non sarei mai voluta restare a casa, da sola con loro due.

Il primo tratto di strada che percorrevamo con l’auto appena usciti dalla nostra via era quello che portava al cavalcavia di Ostia. Già arrivati a quel punto – circa cinquecento metri da casa – mio padre si avviava.

– Ma che mi ci portate a fare, da quei vecchi?

– Ogni anno mi inculate!

– Ci provate gusto, eh, a rovinarmi le vacanze, accidenti a voi!

E noi.

– Dai, torniamo indietro.

– Dai, siamo ancora in tempo.

– Su, fai inversione, ce ne torniamo a casa.

Ma eravamo perfettamente consapevoli che per le successive tre ore mio padre avrebbe premuto l’acceleratore a scatti, per portarci il più veloce possibile a destinazione: Piombino.

Durante il viaggio non proferii parola. Nessuna. Nemmeno un sospiro. Nemmeno una richiesta di acqua o di cibo. Fu la contemplazione del paesaggio a distrarmi da quello che sarebbe successo, così ritrovai ogni tratto di strada che conoscevo a memoria; ogni punto del guardrail che era ammaccato – qui lo hanno riparato, non è più come la volta scorsa; ogni distributore – ma lʼavevano già aperta la tavola calda? Ogni svincolo – senza obbligo di svoltare a destra; ogni cartello con i limiti di velocità – 90, 70 in caso di maltempo, 40 in prossimità dell’uscita.

Winter forest background, blue watercolor holiday design psd

Quando il paesaggio cominciò a mutare riconobbi il confine toscano. Ogni casale dismesso, ogni area di sosta – in cui mi sarei voluta fermare per fare pipì, per prendere un succo di frutta, per respirare; ogni collina tondeggiante – torniamo a casa, a casa; ogni scorcio di macchia selvatica – è periodo di caccia, o lʼhanno già chiusa? Ogni campeggio lungo la pineta; ogni restringimento di corsia; ogni baracca di frutta e verdura – è certo che riapriranno a primavera.

Solo una volta arrivati, sentii il fastidio alle gambe per essere state troppo tempo piegate dietro ai sedili. Allora mi venne voglia di correre verso le acciaierie, superarle e andare a affossare i piedi nel bagnasciuga, oppure salire le scale di corsa e arrivare dai miei nonni per prima, abbracciarli. Invece, quello che feci fu aiutare a portare i bagagli che mio padre stava lanciando per terra. Lui che, poco dopo tornò in cortile, prese gli stracci per lavare la macchina e riempì un secchio con dell’acqua saponata. Si accanì con la spugna, rimestò, insistette nei punti della carrozzeria vicino alle ruote e sui vetri. Poi, sciacquò tutto usando la prolunga della gomma, tamponò con vecchi asciugamani e diede una lucidata con la pelle di daino. In ultimo prese un panno pulito, lo infilò nella pasta abrasiva con la punta delle dita e ci sputò sopra, prima di passarlo sui fari. Solo a quel punto si allontanò dalla macchina per contemplare il suo impeccabile lavoro.

La mattina del venticinque, mia nonna cominciò a preparare il pranzo. In cucina, ogni spazio libero – tavolo, consolle, lavello, fuochi – era coperto da vassoi di legno spolverati di farina e con l’impasto all’uovo sopra. A un bordo del tavolo era ancorata la macchinetta per passare la pasta.

– Reggimela! – mi disse, non appena mi vide comparire sulla soglia. E poi, cominciò a girare la manopola con astio, a scatti, facendoci scorrere dentro strisce lunghe e piatte di un impasto paglierino, che sembravano le strade dʼoro del Mago di Oz. Si fermava solo per bestemmiare e asciugarsi il sudore col grembiule.

– È venuta male, accidenti al budello di tu’ ma’! – disse.

– E ci risiamo – commentò mia madre, mentre sentiva la porta d’entrata sbattere, perché mio padre era già sgattaiolato fuori a lavare di nuovo lʼauto.

Verso le undici, l’agitazione di mia nonna si fece ingovernabile. Bofonchiava, girava intorno al tavolo, gridava il nome di mio nonno. Mia madre eseguiva i compiti che mia nonna le impartiva cercando di non essere di impaccio ai suoi movimenti nevrotici.

– Taglia il pane!

– Controlla il forno!

– Spengi il sugo!

Mentre io, sotto l’albero – albero altissimo, che sfiorava il soffitto, pieno di decorazioni degli anni Cinquanta ancora intatte – giocherellavo svogliata con i doni di Natale.

Con l’avvicinarsi della cottura della pasta al forno e dei ravioli, giravamo per la casa come se avessimo un sacchetto di plastica calzato fino al collo, muovendoci in una catena di montaggio.

– Riccardo, dov’è Riccardo? – urlò mia nonna, sempre in grembiule, mentre faceva avanti indietro dalla cucina alla sala da pranzo.

– A lavare la macchina, – rispose mia madre.

Era sempre a lavare la macchina, anche se pioveva.

– Tu, va’ a chiamare tuo padre! – disse rivolgendosi a me.

Ed ecco che fui costretta a entrare in gioco io. Ogni volta che venivo interpellata per rompere un qual si voglia equilibrio – va’ a dire a tuo padre che è l’ora; va’ a dire a tuo padre che se non mangia basta che ce lo dica; va’ a dire a tuo padre che siamo pronte, può caricare l’auto – venivo assalita dal panico. Il concetto di disturbo era più ampio e imprescindibile da me, ma io ne ero l’infausta portatrice.

Erano le dodici e un quarto circa quando mio padre sedette a capotavola e sbattè le forchette nel piatto, e mia nonna gli disse:

– Se non ti andava di venire, che cazzo sei venuto a fare?

Erano circa le dodici e sedici quando mio nonno toccò la moglie sul braccio, per farla calmare, e mia madre pronunciò sottovoce:

– Riccardo, per favore.

Erano circa le dodici e diciassette quando mio padre si risedette e infilò a forza un boccone con le posate e se lo mise in bocca; mia madre appuntava la forchetta nel piatto, senza davvero toccare il cibo; io sentivo i conati spingermi la testa in avanti, le mani mi tremavano e le posate tintinnavano sulla porcellana; i miei nonni sussurravano tra loro qualcosa sottovoce.

Erano circa le dodici e diciotto quando mio padre scattò in piedi, facendo cascare la sedia all’indietro, e risputando il boccone nel piatto.

– Andatevene a fanculo voi, e questa casa di merda! Bel Natale mi avete fatto passare, bel Natale! Grazie! – e fece la sua uscita plateale dalla sala, per poi andarsi a rinchiudere in camera sua fino al ventisette pomeriggio.

Erano circa le dodici e venti, quando mia nonna si alzò dal suo posto, fece qualche passo verso il centro della sala per poi buttarsi allʼimprovviso in terra. Esangue, rigida come un cadavere, con le braccia aperte e le gambe intirizzite strette tra di loro, gli occhi chiusi e la bocca spalancata.

Sapevo che quel momento rientrava nel copione natalizio. Tutti noi lo sapevamo. Era così che lei ci ricordava la venuta di Gesù: crocifiggendosi al suolo. E quella era un’evenienza che, più di tutti, mia madre aveva calcolato.

– Lo ha sempre fatto, anche quando ero piccola io – ribadì.

Ma nonostante questo, nonostante non fosse la prima volta che vedevo quella scena, nonostante fossi abituata a messinscene parecchio più cruente, ogni singolo Natale pensavo che mia nonna sarebbe morta lì, stecchita, inchiodata alle mattonelle del salotto.

E ogni singolo Natale mi si spezzava il cuore. Non solo perché le volevo bene e temevo per la sua vita, ma anche perché, in fondo, su quel pavimento – vicino alle stoviglie cadute, ai resti di cibo, al suo corpo esanime – si era appena sparpagliata anche la gioia della ricorrenza. Il giorno della nascita di Gesù, il giorno della sua celebrazione.

Gli avanzi del pranzo erano i resti nel nostro antico fallimento. Il fallimento di restare insieme, di essere davvero qualcosa al di là di un gruppo di individui discordanti, pigiati a forza lʼuno nella vita dell’altro.

Mangiammo i pasti riscaldati in silenzio, per i giorni a seguire. Erano cibi deliziosi – mia nonna era una cuoca virtuosa, la sua pasta fatta in casa era impeccabile, perfetta – ma per me non sapevano di niente.

Al rientro a scuola dalle vacanze natalizie, non raccontai che cosa era successo a casa mia. Preferii ascoltare i racconti degli altri, i regali che avevano ricevuto, la conta delle decine di parenti che avevano a tavola, la tombola di mezzanotte.

Ma c’era il maledetto tema di italiano. A quello non potei sfuggire.

Raccontai così una storia che non era la mia. Il resoconto natalizio diventò una cena giuliva e calici innalzati in aria – per me solo succo di frutta, per gli altri champagne; lʼalbero che io stessa avevo decorato, pallina dopo pallina, salendo persino in cima alla scala, per poter appoggiare sulla punta la stella cometa di brillanti; Babbo Natale che suonava al campanello e io che mi chiudevo in bagno per non vederlo, nascosta dietro la porta ad ascoltarne i passi pesanti nel corridoio; mia nonna che saltellava gioiosa, dopo aver assaggiato le lasagne venute bene da Dio, persino meglio di quelle dell’anno prima; mio padre che aiutava mia madre ad apparecchiare, lucidava i bicchieri di Boemia, li guardava in controluce e li rilucidava con il tovagliolo; i regali, tantissimi e inaspettati, scartati tutti insieme sotto lʼalbero. E mia nonna, poveraccia, a cui alla fine era venuto un infarto, lì, davanti a tutti.

Guarda caso, era morta proprio il giorno in cui era venuto alla luce Gesù.

Dieci e lode.

Beatrice Galluzzi

È laureata in comunicazione. Per vivere fa l’arredatrice e la libraia part-time, per sopravvivere scrive. Ha partecipato alla stesura del Repertorio dei matti della città di Livorno (Marcos y Marcos, 2016), a cura di Paolo Nori. Nel 2017 e nel 2018 è stata finalista al premio Giallo Mondadori. Ha curato e partecipato alla stesura dell’antologia The dark side of the woman (Edizioni Il Foglio, 2018). I suoi racconti sono su Verde Rivista, Malgrado le mosche, Squadernauti e LʼIrrequieto. È fondatrice e redattrice del blog donnedifettose.com ed è curatrice della rivista letteraria di Donne Difettose. È organizzatrice del festival Marea Noir, una rassegna dedicata a scrittrici e sceneggiatrici di genere nero

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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