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Dialoghi sulla pandemia. Crisi, riproduzione, lotte

IL CORPO E LA CURA AL TEMPO DEL COVID: tra crisi, riproduzione e lotte.

Articolo di Giulia, Chiara e Ludovica di Ecologia Politica Network

Con questo articolo proponiamo una riflessione a partire dal terzo capitolo del libro “Dialoghi sulla pandemia”, edito da Red Star Press, dal titolo “Corpo e cura al tempo del Covid”.

Da quel dicembre del 2019 – quando per la prima volta la diffusione del Covid-19 venne comunicata dalle autorità cinesi all’Organizzazione Mondiale della Sanità – le nostre vite sono state sconvolte. È stato sconvolto il nostro modo di intessere relazioni, di lavorare, di frequentare i luoghi della formazione, di andare al cinema, di uscire a prendere una pizza.

Per chi si pone l’obiettivo di comprendere e trasformare lo stato di cose presenti, è cambiato fortemente anche il modo di analizzare il sistema e i suoi funzionamenti. Abbiamo dovuto ripensare le nostre pratiche e cambiare le nostre lenti per riuscire a tenere il passo a un’emergenza che ha accelerato e inasprito le tendenze del sistema, rivelando le sue più feroci contraddizioni. Le fabbriche non potevano chiudere, la logistica non poteva fermarsi. Non importava se ciò avrebbe di fatto portato a una maggior diffusione del virus, l’ordine era «tutti e tutte a lavorare».

Se da una parte abbiamo compreso quanto poco valga la vita davanti al profitto, dall’altra si sono manifestati sempre più chiaramente i processi di messa a valore del vivente. Processi che stanno alla base del sistema economico in cui viviamo, attraverso cui si produce la traduzione della vita in denaro e che hanno causato la pandemia stessa. Questa crisi pandemica è infatti espressione delle forme di dominio che portano in seno le dinamiche proprie del capitalismo contemporaneo. È figlia quindi di tutti quei processi di valorizzazione che vediamo riprodursi sui territori quotidianamente e che, nella fase pandemica, hanno assunto dimensioni ciclopiche dovute all’estensione spazio-temporale di quest’ultima.

Seguendo l’interpretazione di Alice del Gobbo possiamo vedere la pandemia come «una crisi del modello di esistenza che il capitalismo ha tentato di imporre su tutto il pianeta, tramite l’estensione di dispositivi di categorizzazione e gerarchizzazione del mondo che sono ancora una volta coloniali, patriarcali, specisti e classisti». Il capitalismo, infatti, organizza i territori del pianeta secondo un modello estrattivista e disegna geografie di devastazione. Da un lato, creando gerarchie economiche, politiche e sociali; dall’altro, provocando la distruzione degli ecosistemi tramite processi inarrestabili di urbanizzazione, deforestazione, intensificazione della produzione nell’agroindustria.

Questi processi hanno creato le condizioni socio-ecologiche affinché il virus potesse svilupparsi e diffondersi con tanta velocità e incisività. Alice del Gobbo mette a fuoco proprio come questi processi di estrazione di valore siano pervasivi in ogni parte dell’odierno sistema di sfruttamento: «possiamo pensare alla produttività del terreno e alle risorse minerarie, ai corpi umani in quanto forza lavoro, però – soprattutto nella sua fase contemporanea – anche ai corpi umani in quanto menti creative, gli affetti, gli animali non umani (che diventano cibo), i batteri che diventano trasformatori di energia, le capacità di rigenerazione della biosfera che diventano servizi ecosistemici, le caratteristiche del genoma umano che vengono mappate a fini di controllo e commercializzazione ecc. In senso sia estensivo che intensivo tutto il mondo nella sua concretezza, tutto il vivente, diventa una fabbrica di un valore astratto e vuoto».

L’esperienza della pandemia ci ha obbligato a confrontarci da un lato con il portato complesso delle sue radici socio-ecologiche, dall’altro con la correlata crisi delle istituzioni e dei servizi statali preposti ad operare nell’ambito della riproduzione sociale: il sistema sanitario, l’istruzione. Una crisi già annunciata dalle massive campagne di privatizzazione che li hanno caratterizzate negli ultimi decenni.

Così sempre più durante la pandemia il carico di lavoro riproduttivo e di cura appaltato alle donne, e ai soggetti femminilizzati in genere, è aumentato a dismisura. Le scuole sono state costrette alla didattica a distanza, i centri per anziani resi impraticabili dai contagi, gli asili nido – lì dove ne esistevano – chiusi. Con scuole e asili chiusi, tantissime donne lavoratrici con figl* si sono ritrovate davanti a una scelta obbligata tra lavoro domestico e lavoro salariato. A ben poco sono serviti i miseri bonus babysitter erogati dal governo. Non è un caso se dei tantissim* che hanno perso il lavoro nel corso del 2020, il 70% dei neodisoccupat* è costituito da donne.

Donne, madri, migranti irregolari – l’ipocrita sanatoria dei permessi di soggiorno messa in campo dal governo per far fronte all’enorme richiesta di lavoratori e lavoratrici nei settori dell’agricoltura, del lavoro domestico e dell’assistenza domiciliare agli anziani – sono le soggettività sulle quali è ricaduto il peso di questa situazione. Sono coloro i quali hanno dovuto devolvere la loro quotidianità a un lavoro di cura sempre più pervadente e invasivo.

Nelle città, le amministrazioni comunali non sono state in grado di fornire i servizi essenziali ai/alle senzatetto, insufficienti sono stati i bonus spesa, e i sussidi che tardavano ad arrivare. A tutto ciò, la risposta dal basso è stata molto chiara: mutualismo e scioperi come pratiche di lotta e di socializzazione della cura, risposte dalla comunità per le comunità come vie d’uscita all’isolamento.

Le reti di cura si sono sviluppate fuori dagli ospedali e dai servizi medici di primo livello. Molte città e territori sono diventati laboratori di mutualismo: nei quartieri sono nati centri di raccolta e distribuzione alimentare, squadre di volontari hanno portato assistenza agli anziani e ai bambini e si sono organizzate per far sì che tutti avessero a disposizione i Dpi e molto ancora.

Secondo Tania Rispoli e Miriam Tola ciò che queste esperienze hanno messo in campo è stata una “logistica femminista” composta da infrastrutture alternative per il sostegno della vita. Questa diversa “logistica” è stata capace di: sfidare la neoliberalizzazione della cura; evidenziare la necessità di riorientare la sanità pubblica verso i servizi comunitari; ripensare la riproduzione sociale in quanto riproduzione socio-ecologica oltre la pandemia immaginando mondi ecologici e tecnologici differenti.

Dario Firenze, ricordando l’esperienza sviluppata dallo sportello sindacale “Non sei sola, non sei solo” di Milano durante il primo lockdown, chiarisce quale è stata la cifra di questo mutualismo pandemico:

«In questo lavoro, che stiamo cercando di collegare sempre di più a una rete mutualistica, non c’è qualcuno che aiuta e qualcuno che ha bisogno, ma vi è una dimensione sociale e comunitaria in grado di difendersi a vicenda, tutelarsi e prendersi cura a seconda delle necessità che si hanno, potendo rispondere ognuno secondo i propri bisogni e ognuno secondo le sue capacità e possibilità». La pandemia ci ha quindi consegnato un’importante insegnamento: confrontarsi e contrastare il sistema di cause socio-ecologiche da cui è stata prodotta è possibile attuando pratiche di riproduzione. Per fare ciò è importante tenere in considerazione il monito che ci arriva dai territori già segnati da crisi e conflitti ambientali, come Taranto: «Le morti a causa di tumore e di plurime malattie causate dall’Ilva e quelle causate dagli effetti della pandemia, sono frutto della medesima violenza strutturale e sistemica, prodotta dal ricatto salute-lavoro-ambiente.»

A Taranto l’esperienza della pandemia si è andata ad instaurare, come afferma Michael Tortorella, sul precedente «disciplinamento dei nostri corpi all’interiorizzazione di malattie e patologie (tumori, malattie cardiovascolari, latte materno inquinato, endometriosi etc.) e alla devastazione degli ecosistemi», che è legittimato da «un sistema produttivo-normativo e giuridico, che sancisce l’oppressione delle nostre esperienze e della nostra comunità, definendo un istituzionalizzazione e standardizzazione dello sfruttamento, del dolore e del lutto che va ad annullare e riconfigurare la quotidianità di noi tarantin*».

Sempre secondo Tortorella, è quindi necessario per prima cosa capire come opporsi alla «logica del capitale che si pone come un esercizio sanguinario costante che relega una specifica parte dell’umanità all’esclusione sociale e al disastro ambientale e biologico, di cui le conseguenze irreversibili mutano il nostro contesto psico-fisico». È necessario agire in questo senso perché la «standardizzazione e l’istituzionalizzazione del dolore» smettano di essere dispositivi funzionali al ricatto sociale non solo nei territori “laboratorio della crisi ambientale”, ma nella società tutta.

È proprio a partire da queste traiettorie di pensiero e di pratica che il dibattito dell’Ecologia Politica ha analizzato e descritto la fase pandemica. Corpo, cura, ecosistema e territorio sono alcune delle categorie fondamentali attraverso le quali il dibattito si è orientato nella lettura del presente. Lo ha fatto attraverso il copioso scambio di saperi che la rete di Ecologia Politica Network ha messo in campo durante la fase di lockdown, i cui ragionamenti sono raccolti nel volume “Dialoghi sulla pandemia. Crisi, riproduzione, lotte” edito da Red Star Press. Ecologia Politica Network è una rete di compagn* di tutta Italia, uno spazio di discussione e dibattito sulla questione ecologica e sulle alternative al capitalismo, un insieme di realtà che ha cercato di costruire un dialogo proficuo con i movimenti globali per la giustizia climatica e con le esperienze di lotta nate dai conflitti ambientali.

La rete vuole rappresentare una voce collettiva e radicale sulla questione ecologica e sociale, un campo di ragionamento sul modo in cui si coniugano il sapere critico e le pratiche quotidiane di lotta, di agitazione e di movimento.

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