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Intersezionale

clown

La giornata di un simulacro ambulante

L’autore consiglia di leggere ascoltando: Afterhours “Non sono immaginario”. Quello che non c’è. Mescal, 2002.

di Emidio Norge

Mi aggiusto il papillon giallo canarino davanti allo specchio. Ha un’aria davvero triste, è troppo grande e non sta su come dovrebbe. Eppure quel sorriso da idiota non riesco proprio a levarmelo dalla faccia. Mi sistemo anche il gilet ormai logoro, do una strizzata alle enormi orecchie tonde che sovrastano la mia testa – almeno quelle stanno su – e mi fiondo fuori dal camerino. Sono in ritardo, come sempre, e per raggiungere l’entrata del parco ci vuole qualche minuto. Mentre mi affretto in una ridicola corsetta, penso che sembra proprio l’andatura di un pinguino questa, piuttosto che quella di un topo. Colpa delle scarpe taglia 65.

– Guarda mamma, è lui! – sento già gli schiamazzi da lontano.

Decelero man mano che mi avvicino ai tornelli, presi d’assalto da bambini, ragazzi, madri, padri, nonni. In fondo, è una consolazione indossare questa maschera: almeno non devo sorridere per forza. Né devo parlare, del resto, a meno che non sia assolutamente necessario, come mi ripetono tutte le mattine in direzione da circa tre anni. Devo però gesticolare, essere il re dell’espressività corporea – e almeno il diploma all’accademia di teatro serve a qualcosa.

Guardo l’orologio sulla torre all’entrata. Manca pochissimo ormai, sono marcio di sudore sotto, ma sono salvo. I miei colleghi mi rivolgono un vago cenno di saluto con le loro mani gigantesche. Si comincia! Una musica lieve e allegra inizia a diffondersi dagli altoparlanti insieme a un robotico messaggio di benvenuto. I tornelli si aprono e ogni volta è come assistere a una scena di Braveheart: una marmaglia inferocita e scomposta che carica. Al posto di Mel Gibson, a guidare la schiera un bambino grasso, al posto delle pitture di guerra, i brufoli.

E io comincio la mia danza, scuoto le mani freneticamente, allargo le braccia in gesti benevoli, mi molleggio sulle gambe. Sono tutto ciò che una persona vera si vergognerebbe di essere.

Vengo attorniato da decine di mocciosi, qualcuno trascina la madre per il braccio con la forza disumana di un anima del purgatorio. Sono l’idolo di grandi e piccini, una sensazione a cui ci si abitua molto presto quando sei anche un giocattolo. Le foto con i clienti del parco sono la mia principale occupazione quotidiana: ogni giorno centinaia di persone mi fermano per scattare una foto con un fantoccio che non esiste, né fuori né dentro.

Un bambino mi abbraccia e per un nano secondo provo tenerezza. Arriva anche la sorellina, si mettono uno per parte, la madre è pronta a scattare con una di quelle nuove macchine istantanee tipo Polaroid.

– Dite cheeeeeese! – I bambini dicono cheeeeeese e io, nascosto dalla maschera, esibisco una smorfia da molossoide ubriaco.

– È venuta benissimo! – dice la signora.

I bambini mi abbracciano ancora una volta, prima di andarsene. La sorellina un tempo aveva un gelato in mano, ma ora è tutto sul mio gilet. Io guardo la madre, cercando, non lo so, delle scuse, uno smacchiatore, della compassione, ma quella si è già incamminata verso il Galeone dei Pirati. Se avessi a portata un fumetto di cartone come quelli che tira fuori Willy il Coyote prima di precipitare nel Grand Canyon in caduta libera, ecco, il mio direbbe “PORCA PUTTANA”.

Cambio zona, devo garantire una certa ubiquità nel parco. Incrocio Pluto, con tutte le sue contraddizioni, e gli rivolgo un saluto fraterno. Una coppietta di ragazzi, giovani e invischiati di qualcosa che assomiglia all’amore, mi si avvicina. Non capisco se mi stiano schernendo oppure se siano solo stupidi. Mi toccano il naso, poi le orecchie. Mi toccano come se io fossi una statua, un accessorio del parco, un totem informativo. Eppure io mi muovo, eccome.

Lei mi fa una piroetta intorno e mi studia attentamente il culo. Credo che stia cercando la coda, ma non la possiedo, non è in dotazione. Decido di giocare la mia carta migliore allora: mi pianto a gambe leggermente divaricate, piego il busto da un lato e allargo le braccia, una verso il basso, una in alto, facendo oscillare le mie manone. Una meraviglia che attira anche qualche famigliola di passaggio. Il ragazzo quindi mi si pianta davanti e mi imita, come davanti a uno specchio. Guardo le sue scarpe, un paio di pantofole rosse sotto steroidi, e stabilisco che non sono meno ridicole delle mie. Forse pensano che io sia uno di quei cosi a gettoni, uno di quei babbo natale di fronte ai negozi per famiglie a dicembre che si mettono in moto quando gli passi davanti, o ancora uno di quei pupazzoni cilindrici pieni d’aria che sventolano le braccia tremolanti nelle concessionarie americane.

Elles: The Clownesse (1897) print in high resolution by Henri de Toulouse–Lautrec. Original from The Art Institute of Chicago. Digitally enhanced by rawpixel.

La sua tipa ride di questo spettacolino. A quanto pare nel XXI secolo, per far colpo su una ragazza basta perculare un grosso topo antropomorfo dai vestiti consunti. Dà un bacio bagnato a lui, poi ne dà uno anche al mio naso, ma non sento se è altrettanto umido. Vorrei dirle che dovrebbe mollare quello sfigato e seguirmi nel mio camerino buio, dove le farei cose che forse è troppo giovane per poter immaginare. Non lo dico, però, perché parlare è vietato dal regolamento. Ma comunque nel XXI secolo, per far colpo su una ragazza, sarebbe meglio non essere un grosso topo antropomorfo dai vestiti consunti.

Fanculo, me ne vado allo stagno dei fenicotteri. Ma il ragazzo non è d’accordo, lo show non è ancora finito e lui vuole arrivare almeno in seconda base, stasera. Mi si appende alle bretelle da dietro. Per me è davvero difficile mantenere l’equilibrio e comincio a dondolare, mentre quello sembra fare sci nautico dietro a un motoscafo alla fonda. Finalmente una bretella si sgancia e lui finisce per terra, tra le risate generali, ma a me cascano le braghe fino a metà ginocchio. Vengono alla luce le mie mutande, e una madre si scandalizza, porta via la bambina, come se fosse colpa mia, come se non potessi patire il caldo qua sotto. No, non sono le mie mutande sudate a imbarazzare la gente, ma la bottiglia di Gin mezza vuota che ora pende dal tascone. Cazzo, è rimasta lì dalla notte prima. L’incantesimo si è rotto, all’improvviso non sono più il topo più amato del mondo, non sono più una simpatica mascotte. Sono una specie di mostro.

Faccio appena in tempo a tirarmi su i pantaloni che un tale ha afferrato la bottiglia e la sta mostrando divertito agli astanti. Il tamarro, che nel frattempo si è rialzato, ha pensato che deve rimediare alla figura barbina e mi afferra la testa dalle orecchie. Tira, tira e tira ancora, per vedere chi c’è sotto alla maschera. Io tremo dal dolore e sento che mi si potrebbe staccare la carne dalle ossa. In tutti questi anni non mi sono mai tolto questo scafandro e non vedo perché dovrei farlo ora. La plastica si è fusa alla mia pelle, è diventata la mia faccia. È come se il mio sangue scorresse anche attraverso di essa.

– Vediamo chi si nasconde là sotto! – gridano dalla folla.

Ma io non mi nascondo, semplicemente non esisto. Sono un falso. Sono nessuno.

Il ragazzo tira con tutta la forza che ha e mi stacca la testa. E l’allegria dei presenti si tramuta in stupore, l’imbarazzo in angoscia, il rumore in silenzio. E io non mi nascondo, rimango lì. Vorrei dire qualcosa ma è vietato dal regolamento.

Allora gioco la mia carta migliore: gambe leggermente divaricate, il busto da un lato, mulino le

braccia, una verso il basso, una in alto, con la testa che rotola sul pavimento. Una meraviglia.

Emidio Norge – Nasce a Torino nel 1986. Qui studia Lettere Moderne, poi trascorre diversi anni a Marsiglia, facendo i lavori più disparati, frequentando l’ambiente degli artisti underground come busker e slam poet. Attualmente fa base a Ferrara, dove lavora come fotografo freelance e ghostwriter.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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