GESTIONE DELLA CATASTROFE – SENSO DI COLPA E RESPONSABILITÀ
Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia, Francesco D’Isa, Trilogia della catastrofe. Prima, durante e dopo la fine del mondo, effequ, Firenze 2020, pp. 208, €15,00.
Per i tipi di Effequ, è stato recentemente pubblicato Trilogia della catastrofe, scritto da Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa. Il testo indaga le modalità in cui l’essere umano vada ciclicamente incontro a sconvolgimenti che segnano un punto di rottura e dai quali bisogna ripartire per ricostruire e, in definitiva, per riformarci.
A seguito degli orrori che si sono compiuti con la Shoah, una nutrita schiera di intellettuali non ha potuto fare a meno di affrontare il tema nelle sue opere e ha deciso di esaminare gli eventi storici che hanno portato a questa tragedia, raccontando – anche in prima persona – cosa ha davvero significato l’Olocausto. Ci si sentiva in dovere di raccontare cosa fosse successo, descrivere minuziosamente le tragedie quotidiane che si era costretti a vivere, in modo da far comprendere sino a quali abissi si fosse potuto spingere l’uomo. L’impegno culturale era avvertito come un imperativo categorico: la legge morale diceva di non tacere. Non si poteva rimanere silenti di fronte ad una tale strage.
In modo analogo, gli autori della Trilogia della catastrofe sentono la voce della legge morale che li costringe a parlare della catastrofe che si sta consumando al giorno d’oggi, declinata in vario modo, ma per la quale non si può – ugualmente – restarsene semplicemente con le mani in mano. Elsa Morante affermava, in quella che si può definire come èra della bomba atomica, che ogni scrittore si sarebbe dovuto occupare della minaccia nucleare. Tuttavia, un autore non può semplicemente trattare un tema perché è importante e a Carbé, a La Forgia e a D’Isa va riconosciuto quantomeno il merito morale di aver sentito personalmente, sulla propria pelle, alcune problematiche che spesso scorgiamo solamente con un occhio miope.
L’opera si divide in tre parti, eterogenee per i contenuti e per lo stile, ma collegate da un fil rouge che le percorre: la trattazione della catastrofe nelle sue diverse sfaccettature. Nessuna parte, presa singolarmente, non può esaurire il significato profondo che racchiude il termine.
La prima parte dell’opera è firmata da Emmanuela Carbé, assegnista di ricerca presso l’Università di Siena, ed è intitolata L’inizio degli inizi. Un leitmotiv presente in questo scritto e che percorrerà anche la seconda e la terza parte è quello di mettere in luce la nostra incapacità di rappresentarci ciò che è troppo astratto e che trascende le nostre categorie concettuali. Questo consiste, ad esempio, nella nostra impossibilità a concepire un inizio; va bene pensare alla fine del mondo, ma l’inizio non riusciamo a raffigurarcelo. Così, Carbé fa ironicamente iniziare tutto dal Congresso di Vienna. Per mezzo di esso tutte le cose sono state create. Si fa evidente la necessità, per il pensiero umano, di un mito di fondazione che dia ragione di un inizio del tutto. Non importa l’assurdità della concezione temporale, che viene completamente scardinata al fine di trovare un punto che segni la scaturigine di ogni cosa: la storia diviene arbitraria, interpretabile sino all’assurdo. Viene citato Italo Calvino, il quale affermava che tutte le fiabe sono vere: non nel senso che rispecchiano, nelle loro vicende, tali e quali gli eventi del mondo, ma che svolgono una funzione ben precisa, ossia di dare una spiegazione della vita stessa.
Analogamente, lo storico delle religioni Angelo Brelich, descrivendo i racconti della civiltà degli Algonchini, mostrava come alcuni fossero in contraddizione con altri e che presentavano successioni di eventi incompatibili; eppure, tutti questi racconti sono creduti veri dalla popolazione. Ciò che importa non è la coerenza interna, ma la funzione che detengono questi racconti, ovvero la fondazione della società stessa. Allo stesso modo, Carbé, ben conscia di quanto paradossale e incoerente sia la sua cosmogonia, trova un punto ben determinato con il quale si possa fondare la storia, per rimediare alla mancanza di senso che viene avvertita così profondamente al giorno d’oggi. Questa assenza di significato è distintiva del periodo in cui viviamo, quello postmoderno, in cui si abbandona il bisogno di vivere assecondando un modello ordinato già stabilito.
In questo contesto, vengono rifiutate le grandi ideologie della modernità, che vengono criticate con una pungente ironia. Eppure, se in autori come David Foster Wallace, tutte le istituzioni e organizzazioni che vengono descritte non offrono punti di riferimento nel mondo reale, ma sono frutto della sola fantasia – come l’Organization of North American Nations in Infinite Jest o la società che sta a capo alla costruzione del Deserto Incommensurabile dell’Ohio in La scopa del sistema –, in Carbé c’è una ricerca della concretezza, sebbene lo sviluppo della narrazione sia altrettanto assurdo e paradossale delle vicissitudini dei romanzi di DFW. Non è più sufficiente l’impiego di metafore, c’è bisogno della tangibilità, poiché si fa presente un’esigenza ulteriore: quella di affrontare un tema profondamente sentito, la catastrofe, che altro non è che il capovolgimento della vita stessa; pertanto deve esserci un punto di contatto con essa, dove avvenga la rottura di un equilibrio che porterà ad un qualcosa di altro.
La seconda parte dell’opera è scritta da Jacopo La Forgia, scrittore e fotografo, e si intitola Costruire il risveglio. Lo stile è quello del reportage e il soggetto è rappresentato dal genocidio indonesiano del 1965. Viene subito messo in luce l’etnocentrismo che caratterizza la nostra cultura, per il quale conosciamo gli stermini e gli attacchi terroristici che si sono compiuti in una determinata area del pianeta – quella occidentale –, ma vengono totalmente ignorati gli eventi storici di altre zone del mondo. Il massacro indonesiano del Sessantacinque viene paragonato all’Olocausto ebraico compiuto dal regime nazista, ma con una differenza: l’”Hitler” indonesiano, il generale Suharto, si è seduto al tavolo dei vincitori e ha continuato a governare indisturbato. Questo ha portato ad una riscrittura della storia, attraverso cui si dipingono i comunisti quali efferati criminali da serrare in carcere (come effettivamente si è fatto nei confronti di ogni oppositore del regime). Diventa dunque essenziale riflettere sulla differenza tra storia e memoria.
A questo proposito ci può aiutare Alessandro Barbero, che pone un discrimine tra questi due concetti: la memoria ha la caratteristica di essere soggettiva ed è per questo che non può essere condivisa, anzi, genera sempre delle tensioni, delle dicotomie, come accade per il 25 aprile, l’anniversario della Liberazione d’Italia, che vede da una parte i nostalgici del Ventennio e dall’altra i filo-partigiani. Spetta invece alla storia porsi come oggettiva e dunque condivisibile da più fronti.
Eppure, vediamo che nel caso dell’Indonesia la storia ufficiale racconti un’altra “storia”: i musei esibiscono i presunti misfatti dei comunisti e a scuola i delitti più tremendi sono imputati direttamente all’ideologia marxista. Dove regna quindi la post-verità, diventa difficile fare i conti con il passato. La falsificazione dell’informazione messa in opera dal regime comporta il paradosso per cui la memoria rimane l’ultimo baluardo per ricostruire la verità stessa.
Attraverso il costante lavoro di giornalisti d’inchiesta, di professori universitari e di studenti, si sta cercando ora di riscrivere ciò che si è voluto cancellare. Lungi dall’essere preda di un’ipertrofia del sapere storico, per la quale – ci avverte Nietzsche – si rischia di ancorarsi al passato senza riuscire ad agire nel presente, la determinazione nel voler svolgere ricerca storica ha il fine di modificare il presente e dunque, in definitiva, il modo in cui muoversi nel mondo attuale. Si pretende allora di comprendere cosa davvero è stato il passato e condannarlo. In questo senso la memoria diventa edificatrice di civiltà e può servire per rifondare l’identità – cancellata – di una nazione. Rimane pur tuttavia una scelta politica di schieramento, ma che diviene ineludibile quando nemmeno la storia è in grado di offrire uno sguardo esterno e oggettivo: la memoria, dunque, come motore per scrivere la storia. Una volta stabilito l’obiettivo, si iniziano a stilare le domande da porre alla storia. La prima di esse è: “quali sono le cause principali di quello che è successo nel 1965?”.
Nuovamente riemerge il problema individuato da Carbé, ovvero la ricerca di un inizio, ma a questa domanda può rispondere pienamente solamente il mito, e non la storia. Quello che è accaduto è assimilabile ad un grande fiume, non è facile individuare – se non parzialmente – dov’è che inizia. Un ultimo punto degno di essere preso in considerazione riguarda la retorica della politica per la costruzione identitaria: il comunismo, prima del 1965, al motto di “L’Indonesia agli indonesiani”, voleva opporsi alle mire colonialiste dei Paesi Bassi, che per anni hanno dominato le tante isole indonesiane e anche dopo l’indipendenza hanno continuato a influenzare le politiche del governo.
L’urlo del comunismo ha dunque una matrice diversa degli strilli che sentiamo oggi nei nostri stati democratici (“L’Italia agli italiani”, “L’Ungheria agli ungheresi”, e via dicendo): l’obiettivo consiste nell’affrancamento da una potenza straniera. Non ci sono mire di sovranismo, ma di sovranità, e il linguaggio non appare dunque strumentale o demagogico. Il dittatore Suharto, invece, ha presentato una narrazione falsa, mediante la quale ha messo in discussione l’oggettività della storia e indebolito la memoria collettiva. Costruire il risveglio significa perciò ripartire da quel barlume di memoria e fare in modo che ci spinga a fare ricerca storica in modo critico.
L’ultima parte della trilogia reca la firma di Francesco D’Isa, artista visivo e filosofo; si intitola Gestire la morte. Il punto nodale di quest’ultimo saggio consiste nel considerare la paura della morte come elater animi, cioè come movente di tutte le nostre azioni. Lo scritto inizia con una feroce critica sociale al sistema capitalistico, responsabile di aver creato un ambiente dannoso per miliardi di persone con il solo scopo di renderlo vantaggioso per pochi milioni di altre.
L’uomo si è reso così artefice del proprio – infausto – destino, dal momento che le guerre, le carestie e le epidemie sono causate da questo sistema economico in cui ognuno fa la propria parte. D’Isa fa ben notare come non sia necessario premeditare di arrecare un danno all’ambiente, ma comportamenti abitudinari compiuti da persone normali stanno alla base della distruzione del nostro pianeta. L’autore si accusa in prima persona e mostra come il suo vizio, quello del fumo, sia stato principalmente egoistico, ma la sua origine si fa possibile solo all’interno di un sistema socio-economico che permette, anzi incentiva, qualsivoglia concupiscenza. Viene trovata dunque una radice comune a questi comportamenti: l’umano non riesce a vedere più in là del proprio naso, la mente non è fatta per ragionare con grandi numeri.
Lo stesso concetto si ritrova nel saggio di Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo, prima di cena, che sostiene come si debba superare quella sorta di agnosticismo della nostra ragione per evitare un suicidio certo: per quanto tutti credano al cambiamento climatico, essendo un problema che poniamo come lontano nel tempo, il nostro intelletto non riesce a raffigurarselo di modo che ci dia degli imperativi pratici per agire nel mondo. Un rischio in un futuro lontano fa meno paura di uno imminente, come afferma D’Isa presentando l’esempio di un intervento chirurgico dal dentista: emettiamo un sospiro di sollievo sapendo che l’operazione verrà spostata dall’indomani a vent’anni dopo, eppure il dolore è lo stesso; anzi, per Foer siamo pronti a evitare un piccolo male oggi per affrontarne uno maggiore un domani abbastanza lontano.
Questo non è altro che una cattiva gestione della morte. Attraverso questo meccanismo di difesa, tendiamo a ridurre tutto ciò che ci ricorda la morte, cercando di sfuggire dal nihil absolutum. Per questo motivo, non riusciamo nemmeno a comprendere quali azioni contribuiscano in maniera più decisiva al cambiamento climatico, come mangiare carne, e siamo disposti a tollerare gli allevamenti intensivi e le condizioni che sono costretti a sopportare gli animali. Adorno, citato nel testo, asseriva che la crudeltà commessa nei confronti degli uomini deriva dal considerarli come degli animali, così come il nazismo ha fatto con gli ebrei.
Non a caso un altro pensatore della Scuola di Francoforte pone alla base del suo grattacielo – metafora della struttura sociale occidentale – gli animali: i paesi capitalistici più sviluppati sono sorretti da un apparato di sfruttamento che porta a condizioni di miseria le popolazioni che abitano i territori coloniali e ancora più cruenti sono i metodi che causano le enormi sofferenze degli animali. Elisabeth Costello, protagonista del romanzo di J.M. Coetzee La vita degli animali, addirittura – in una conferenza – paragona i campi di concentramento agli allevamenti intensivi. Eppure D’Isa si svincola dalla responsabilità e dice: “ma non dico che sia colpa nostra”; invece sì, noi giochiamo una parte fondamentale in tutto questo e finché non ce ne renderemo conto, non riusciremo ad agire.
Claude Eatherly, comandante dell’equipaggio che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, non si è fatto piccolo e non ha cercato di scagionarsi dicendo di essere solo una rotella nell’ingranaggio, come scrive Günther Anders. In quanto semplici rotelle possiamo diventare paurosamente colpevoli e possiamo rifiutarci di fungere da rotelle in questo senso – continua il filosofo austriaco. Noi, con le nostre azioni, al contrario di Eatherly, non ci sentiamo colpevoli, non ci facciamo testimoni del disastro che abbiamo creato, non cerchiamo di espiare la nostra colpa.
Questo libro detiene sicuramente il grande merito di tentare di far aprire gli occhi ai lettori sulle patologie del nostro tempo. In primis, si deve comprendere la difficoltà di concepire problemi troppo astratti, ma nondimeno l’importanza della riflessione su di essi; in secundis, bisogna riuscire trasformare il nostro etnocentrismo in un etnocentrismo critico, per dirla alla De Martino, in modo da avere uno sguardo plurale sulla complessità; infine, è necessario assumerci la responsabilità delle nostre azioni, anche e soprattutto in un mondo sempre più alienante e governato dalla tecnica. Questo è il senso della catastrofe: dobbiamo riformarci e rinnovarci per superarla e sopravvivere alle sfide del mondo di oggi e di domani.