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Teatro

Liberi oltre le sbarre grazie al teatro in carcere.

Si può essere liberi in carcere? Forse sì. Quando un detenuto getta la maschera della spersonalizzazione indotta dall’istituzione totale per eccellenza, per rivestire i panni del personaggio teatrale, i meccanismi di reificazione si inceppano.

L’attività teatrale infatti, funzionale alla valorizzazione delle capacità introspettive e relazionali, penetra nelle profondità dell’animo umano e spinge la persona ad entrare in contatto con il sé più profondo. Questa operazione diventa ancora più importante in ambito penitenziario: innanzitutto perché una maggiore consapevolezza delle potenzialità e dei limiti personali può contribuire alla costruzione di un percorso rieducativo quanto più possibile individualizzato, come richiesto dall’art. 13 Ord. Pen.; inoltre, agevolando una progressiva riscoperta della propria identità, la formazione teatrale interviene sulla riduzione degli effetti criminogeni del carcere e della percezione distorta che l’autore ha di sé stesso, quando si identifica esclusivamente con l’etichetta criminale che si porta cucita addosso1.

In altre parole, quindi, il teatro in carcere può contribuire a restituire dignità ad una marea umana che per molti non ha più alcuna possibilità di riscatto, destinata a “marcire in galera”2. Questa tensione ideale ha accompagnato l’incessante lavoro di volontari e professionisti, su tutto il territorio nazionale: il pensiero va subito a Michelina Capato Sartore, regista e coreografa recentemente scomparsa che, nell’attività di formazione teatrale in contesti di marginalità come quello carcerario, ha trovato la scintilla vitale che ha ispirato la sua esistenza, come dimostra l’assegnazione del Premio Gramsci nel 20193.

I benefici non riguardano soltanto un piano individuale, ma si riverberano anche nella collettività: innanzitutto hanno effetti sulla comunità più prossima, quella degli operatori penitenziari, in quanto l’esperienza del gruppo teatrale consente di sperimentare ruoli e dinamiche diversi da quelli propri della detenzione, sostituendo modalità comportamentali basate sulla forza, sul controllo e sulla sfida, con altre legate alla cooperazione, allo scambio e alla condivisione4; essa, poi, generando in chi la pratica un senso di empowerment e di responsabilità, produce ricadute positive nei confronti della società civile, dal momento che restituisce al tessuto sociale un individuo in grado di confrontarsi in maniera più matura con il disvalore dei comportamenti posti in essere.

Per un aumento del benessere collettivo all’interno degli istituti, maggiore attenzione potrebbe essere rivolta alla collaborazione scenica tra attori detenuti e personale di polizia penitenziaria che, attualmente, sembra essere ancora un tabù: Goffmann definì tale pratica una “cerimonia istituzionale”, in grado di aprire degli spazi di decompressione del conflitto latente e di mettere in luce le similitudini umane esistenti tra queste due categorie sociali, spesso in conflitto tra loro5.

Oltre a canalizzare quei valori utili ad un effettivo reinserimento sociale, il teatro può assurgere poi a strumento di giustizia riparativa. Ciò accade quando viene impiegato per far conoscere alla collettività il dramma della colpa che ciascun detenuto porta con sé: il personaggio non cerca alcuna assoluzione, neanche quella divina; semplicemente, nel momento in cui vengono portate in scena testimonianze di vita delinquenziale, chiede al pubblico un ascolto partecipato, lontano dai giudizi e dai preconcetti. I detenuti che mettono in scena la rinuncia alla devianza, la consapevolezza dell’impatto delle loro azioni criminose sulla vita altrui, generano nella società civile una presa di coscienza collettiva che, in parte, può contribuire ad accorciare la distanza tra i due poli mediante l’esercizio dell’immedesimazione6. Per suscitare questo impatto compartecipativo, è necessario che ricorrano alcuni presupposti: i testi teatrali prodotti dalla compagnia devono esprimere la verità dell’esistenza, delle emozioni, delle esperienze di vita; l’opera deve possedere un adeguato livello artistico, per coinvolgere progressivamente lo spettatore; il pubblico deve essere guidato alla comprensione dell’opera da parte degli stessi produttori; dopo la rappresentazione, bisogna garantire uno scambio tra gli attori e il pubblico7. Infatti, come in un gioco di specchi, tutte le componenti coinvolte in questo grande spazio narrativo mutano8. Nel panorama artistico, un significativo esempio di “teatro riparativo” è quello della Compagnia “Stabile Assai” che, attiva in Italia sin dal 1982, ha ricevuto numerosi premi. È composta da detenuti di varia estrazione (condannati per reati di criminalità organizzata, tossicodipendenti, detenuti affetti da patologie psichiatriche), che hanno scelto di rappresentare storie imperniate su malavita e devianza, aderendo al filone del “Living Theatre”: in scena vengono portate la Strage di Capaci o la storia della Banda della Magliana, ma anche esperienze di violenza domestica, uxoricidio e molto altro, per favorire una contaminazione tra il deviante e chi sta dall’altra parte. Il deviante-attore sottopone all’attenzione del pubblico l’opera teatrale quale ultima tappa di un suo percorso introspettivo di cambiamento, di riappropriazione di un’identità ora ritrovata; il pubblico, dal canto suo, è costretto a far cadere le barriere dello stereotipo o del pregiudizio, per accogliere le esperienze e le persone che le rappresentano sul palco.

Per queste ragioni, la presenza del pubblico è di vitale importanza quando si intraprende un percorso teatrale in carcere. In alcuni contesti penitenziari, tuttavia, il controllo dell’ordine e della sicurezza interni all’istituto prende il sopravvento, ostacolando la partecipazione della società civile, sia essa rappresentata da semplici spettatori o da famigliari dei detenuti-attori. Uno spiraglio sembra essere costituito dal Protocollo d’Intesa del 2014 fra Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, il PRAP del Lazio e la Direzione di Rebibbia N.C., che rimette alla Direzione dell’Istituto la decisione circa l’ingresso del pubblico esterno, richiedendo esclusivamente l’invio della lista dei partecipanti alla Magistratura di Sorveglianza9. Di certo, procedure più snelle agevolerebbero una migliore “contaminazione” con l’esterno, sia in termini di maggiore partecipazione sociale, sia con riferimento alla possibilità di far conoscere gli “spettacoli carcerari” in un contesto altro rispetto a quello penitenziario.

Un altro tasto dolente che ha a che vedere con il mantenimento dell’ordine e della sicurezza è quello della gestione degli spostamenti di alcune categorie di detenuti. Rispetto a coloro che appartengono al circuito dell’Alta Sicurezza, la mancanza di personale che garantisca la sorveglianza e gli spostamenti, o l’assenza di locali destinati allo svolgimento dell’attività trattamentale, necessari ad evitare il contatto con gli altri detenuti, si risolvono di fatto in una drastica diminuzione dell’offerta rieducativa, che in alcuni casi non esita a tramutarsi in una vera e propria soppressione della stessa. A ciò si aggiunga che molti dei ristretti non trovano stabile collocazione all’interno di un istituto a causa dei molteplici trasferimenti, con buona pace del principio di territorialità. Questi elementi, già di per sé nocivi per la continuità del percorso rieducativo, si riverberano anche sulla formazione teatrale, destinata spesso e volentieri ad interrompersi.

Non ci sono soltanto questi aspetti a contribuire all’affievolimento degli entusiasmi più vivi: pure l’edilizia carceraria è inadeguata, trattandosi spesso e volentieri di spazi angusti e precedentemente adibiti ad altre funzioni, come quella della “socialità”10.

Per fortuna, in alcuni casi, si registrano delle situazioni che vanno in controtendenza, a dimostrazione che il potere dell’immaginazione riesce a prendere il sopravvento rispetto al grigiore della burocrazia penitenziaria. Una di queste riguarda la realizzazione di un sogno durato ben ventidue anni, che presto assumerà contorni reali. Così a Volterra, grazie alla comunione di intenti tra il terzo settore e le istituzioni locali e nazionali, nascerà la prima struttura polivalente destinata all’attività teatrale all’interno di un carcere, fortemente voluta da Armano Punzo, registra e promotore della celebre “Compagnia della Fortezza”11. L’altra inversione di rotta, invece, si pone sul versante legislativo: i futuri orizzonti normativi guardano ad una maggiore integrazione tra il tessuto sociale e il mondo del carcere, alimentando speranze sempre più concrete di stabilizzazione del settore teatrale, attraverso la collaborazione tra amministrazione penitenziaria, imprese ed esperti presenti sul territorio. La promozione e il sostegno delle attività teatrali in carcere, infatti, costituiscono oggetto di una recente proposta di legge (AC 2933 del 2021), attualmente all’esame della Commissione competente12. Si tratta di una prosecuzione ideale dell’intento, da parte degli esperti riuniti al Tavolo nove degli Stati generali dell’esecuzione penale, di immettere stabilmente il teatro all’interno del sistema normativo penitenziario, affrancandolo dalle più generiche “attività culturali” attualmente previste. Essa si muove nella triplice direzione di promuovere e sostenere le attività teatrali nelle carceri, anche nella prospettiva del reinserimento lavorativo, con la valorizzazione delle conoscenze e competenze acquisite dai detenuti; individuare o creare, negli istituti di pena che ne sono sprovvisti, spazi dedicati al teatro; istituire un “fondo per la promozione e il sostegno delle attività teatrali negli istituti penitenziari”13. Il messaggio nascosto tra le righe è rivoluzionario: la cultura rende liberi.

1 Sarzotti C., Il teatro in carcere tra cerimonie istituzionali e strumento di riabilitazione: appunti per una riflessione teorica, p. 4, in https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/wp-content/uploads/2019/06/39.-ANTIGONE_XVrapporto_Teatro.pdf .

2 Vedi Meldolesi C., Immaginazione contro emarginazione. L’esperienza italiana del teatro in carcere., in https://www.teatroestoria.it/indici.php?id_volume=79 .

3https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/11/28/news/addio_a_michelina_capato_la_regista_che_porto_nelle_prigioni_il_teatro_un_mezzo_per_tirar_fuori_il_meglio_da_chi_aveva_dat-328189886/ ; https://www.teatroaenigma.it/single-post/2019/11/16/premio-gramsci-2019-a-michelina-capato-sartore .

4 Vedi https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_3_0_6.page#r1c.

5 Sarzotti C., Il teatro in carcere tra cerimonie istituzionali e strumento di riabilitazione: appunti per una riflessione teorica, p. 3, in https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/wp-content/uploads/2019/06/39.-ANTIGONE_XVrapporto_Teatro.pdf .

6 Vedi Turco A., Drammaturgie penitenziarie e comunità solidali in La giustizia riparativa. Psicologia e diritto per il benessere di persone e comunità, Roma, 2019, p.160 e ss.

7 Vedi Turco A., op cit., p. 163.

8 Vedi a tal fine i lavori del tavolo 9 degli Stati Generali dell’esecuzione Penale, p. 23, in https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/sgep_tavolo9_relazione.pdf .

9 Vedi a tal fine i lavori del tavolo 9 degli Stati Generali dell’esecuzione Penale, p. 89, in https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/sgep_tavolo9_relazione.pdf .

10 Vedi a tal fine i lavori del tavolo 9 degli Stati Generali dell’esecuzione Penale, p. 93, in https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/sgep_tavolo9_relazione.pdf .

11 Qui maggiori informazioni: http://www.compagniadellafortezza.org/new/wp-content/uploads/2022_teatrostabile_tirreno_04_02.jpg ; http://www.compagniadellafortezza.org/new/wp-content/uploads/2022_teatrostabile_nazione_pistolesi_04_02.jpg .

12 Per una disamina più approfondita sul contenuto della legge, vedi: https://dirittodidifesa.eu/sul-teatro-in-carcere-disposizioni-per-la-promozione-e-il-sostegno-delle-attivita-teatrali-negli-istituti-penitenziari-proposta-di-legge-a-c-2933-di-veronica-manca/ ; https://www.camera.it/leg18/126?tab=1&leg=18&idDocumento=2933&sede=&tipo= .

13 https://www.ansa.it/canale_legalita_scuola/notizie/istruzione_in_carcere/2021/12/09/carceri-alla-camera-legge-per-portare-teatro-tra-detenuti_8a51126e-5843-405e-bf84-adc7ec31e615.html .

Mi sono laureata in giurisprudenza nel 2019, con una tesi di laurea sui trattamenti inumani e degradanti in carcere. La tutela dei diritti delle categorie più deboli e la partecipazione sociale sono le principali traiettorie su cui si instrada il mio percorso di crescita personale. Credo nel valore della formazione: per tale ragione, ho conseguito il diploma di Master in diritto e criminologia del sistema penitenziario nel 2020, con una tesi su “Giustizia riparativa e associazione mafiosa” e, attualmente, svolgo il Dottorato di ricerca presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Membro Yairaiha dal 2017.

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