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Cile, Dialogo con David Munoz Gutierrez sulle elezioni dei membri della “Convención Constitucional”

Riprendiamo il dialogo con David Munoz Gutierrez, iniziato a luglio, sulle elezioni dei membri della “Convención Constitucional”. Intervista svolta a novembre, prima delle elezioni.

Anche in questi tempi di elezioni presidenziali il “sottile petalo di mare” ricompare nelle pagine dei giornali per analizzare il fenomeno politico chiamato Cile, per quel progetto silenzioso ma coraggioso che dovrebbe traghettare il paese fuori dai residui del regime di Pinochet verso una completa democrazia, grazie ad una nuova costituzione e a nuove elezioni. La sfida delle urne, che vedrà come protagonisti nove candidati alle presidenziali, si terrà il 21 novembre, quando si voterà anche per politiche e amministrative. 

Ne parliamo di nuovo David Muñoz Gutierrez, esule cileno, collaboratore di Allende, presente il giorno del golpe, che è riuscito a rifugiarsi presso l’ambasciata d’Italia a Santiago e da lì a raggiungere l’Italia, dove tuttora vive, a Bologna.

Come vede l’atmosfera politica in Cile in questi giorni pre elettorali?

Il 21 novembre si avvicina e non vedo apparire il clima della “Ribellione” nelle elezioni presidenziali, quel clima che invece avevo percepito nell’ottobre 2019, quando il paese era stato attraversato da una profonda è sentita protesta sociale. Come ho detto a più di un amico, questa campagna contro i partiti tradizionali ha i suoi problemi, non credo che questa volta il movimento riuscirà a far cadere il sistema scendendo in piazza.

Cos’è cambiato nel giro di due anni nella volontà di liberazione del popolo cileno? L’elezione dei membri della “convenzione costituzionale” aveva raccolto in parte le speranze e lo spirito dell'”Esplosione sociale” anche se dobbiamo rilevare il fatto che meno della metà di coloro che avevano diritto di voto vanno a votare. Ma questo vedo che succede anche in Italia… Successivamente, con le elezioni di governatori, sindaci e consiglieri, si è visto un allontanamento dal movimento di protesta. Ora non c’è candidato alla presidenza che sia espressione di quel grande movimento di liberazione nato nell’ottobre 2019.

A chi appartengono dunque i 9 candidati alla presidenza?

Sono i tradizionali partiti di destra e di centrosinistra che si contendono la presidenza del Cile con il grande rischio che un fascista possa raggiungere il secondo turno elettorale, previsto per il 19 dicembre, creando una “possibilità di ampio ritiro nell’affermazione della democrazia”. Ovviamente ci auguriamo vivamente che ciò non avvenga, ma sicuramente ci ritroveremo a dover votare ancora una volta per il “male minore”.

Lei, che ha vissuto il golpe sulla sua pelle e che ha nutrito speranze di un rinnovamento vero due anni fa, Come vede questa ripresa dei partiti tradizionali e l’affievolimento della volontà di lotta popolare?

Questo possibile esito mi addolora molto, soprattutto per l’altissimo costo sociale che il “focolaio” ci ha lasciato: morti, feriti, prigionieri. Se anche vincerà le elezioni “il male minore” non ci sarà alcuna riparazione e giustizia, come ho non l’hanno avuta le tantissime vittime dei 17 anni di dittatura.

Ringraziando David, gli chiediamo di continuare a tenerci aggiornati sulle vicende che il Cile sta vivendo, vicende che i media italiani spesso passano indegnamente sotto silenzio.

Salutandomi David aggiunge “il processo elettorale in Cile prevede ancora vari passaggi durante quest’anno (a dicembre secondo eventuale turno delle presidenziali) e l’anno prossimo. A giugno o luglio del 2022 ci sarà il plebiscito per approvare o rifiutare il testo della Costituzione scritta dalla “Convención Constitucional”. Si vocifera che la destra voglia fare una legge per rendere obbligatorio il voto di quel plebiscito, cosa abbastanza pericolosa se si tiene conto che per eleggere i membri della Costituente hanno partecipato 6 milioni 334mila 581 votanti mentre gli aventi diritto sono 14 milioni”.

Ecco un’altra incognita che farà scrivere ancora tanto sul fenomeno politico chiamato Cile.

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