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PNRR E SEMPLIFICAZIONE DELLA NORMATIVA AMBIENTALE

Il 13 luglio 2021 il Consiglio Europeo ha definitivamente approvato con decisione, su proposta della Commissione Europea, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) presentato dallo Stato italiano.


Da tale documento, emerge la consapevolezza che “L’eccesso di leggi e la loro scarsa chiarezza ostacolano la vita dei cittadini e frenano le iniziative economiche. La semplificazione della legislazione è intervento riformatore essenziale per favorire la crescita del Paese e supporta trasversalmente tutte e sei le missioni del PNRR”. Da qui, quindi, il dovere prioritario di migliorare tutto il nostro diritto sostanziale e processuale attraverso misure volte “Ad assicurare maggiore chiarezza, comprensibilità e accessibilità della normazione…” (v. P. 64).
Più avanti, inoltre, viene specificato che tra i principali obiettivi vi è la necessaria e profonda “semplificazione delle norme in materia di procedimenti in materia ambientale e, in particolare, delle disposizioni concernenti la valutazione di impatto ambientale” (v. P. 67).


Prospettive di riforme organiche e strutturali non se ne vedono, purtroppo, ma l’intenzione di intervenire legislativamente per “semplificare” e “migliorare” la normazione tutta,
inclusa quella ambientale, è messa nero su bianco. Inequivocabilmente.


Eppure, molte regole contenute nel Decreto Legislativo n. 152/2006, noto come Codice o Testo Unico Ambientale, risultano ancora formalmente discutibili e non esaustive, specie quelle di cui alla Parte Sesta, che definisce la delicatissima e attualissima disciplina in materia di prevenzione e riparazione dei danni ambientali. Al riguardo, senza soffermarsi sulla sostanza di talune norme sulla riparazione del danno all’ecosistema che a tutt’oggi appaiono non conformi alla normativa comune europea, rappresentata dalla Direttiva 2004/35/CE, per le quali l’Italia ha già subìto da parte dell’UE la procedura d’infrazione n. 2007/4679, si possono individuare diversi punti critici della normazione.


Tanto per cominciare, il livello di attenzione dimostrato verso la materia ambientale è tale che il legislatore italiano in passato ha pensato di “riordinare” la relativa normativa introducendo la Parte Quinta-bis, sull’attività di produzione di biossido di titanio, con lo stesso numero di articolo che apre la Parte Sesta in esame, ossia il 298-bis!
In seconda analisi, l’art. 301, I comma, nel richiamare l’importanza dell’attuazione del principio di precauzione nel caso di individuazione di un rischio per l’ambiente o la salute umana, e imporre così l’adozione di misure cautelative ancorché l’effettiva evoluzione di tale rischio in danno non sia scientificamente provabile, si rivela non aggiornato all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Ciò in quanto dispone letteralmente l’applicazione del principio di precauzione “di cui all’articolo 174, paragrafo 2, del Trattato CE”, che in realtà è stato trasfuso nell’art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Winter Landscape in Moonlight (1919) painting in high resolution by Ernst Ludwig Kirchner. Original from The Detroit Institute of Arts. Digitally enhanced by rawpixel.


E un richiamo normativo peggiore è altresì riscontrabile, laddove, ai sensi del nuovo (!) art. 306-bis, I comma, “il soggetto nei cui confronti il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha avviato le procedure di bonifica e di riparazione del danno ambientale di siti inquinati di interesse nazionale ai sensi dell’articolo 18 della legge 8 luglio 1986, n. 349, dell’articolo 17 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, nonché ai sensi del titolo V della parte quarta e della parte sesta del presente decreto, ovvero ha intrapreso la relativa azione giudiziaria, può formulare una proposta transattiva in sede amministrativa”. Qui, infatti, non vi è stata una trasfusione di un articolo in un altro articolo di una nuova regolazione, bensì la pura abrogazione sia dell’art. 18 della Legge n. 349/1986 (ad eccezione del solo V comma non pertinente alla procedura di riparazione del danno), ad opera dall’articolo 318, II comma, lettera a), del Codice Ambientale, sia dell’art. 17 del D.lgs. n. 22/1997, in forza dell’art. 264 del medesimo Codice. In altre parole, il nuovo articolo in analisi richiama delle norme abrogate da anni!


Inoltre, ai sensi dell’art. 317, V comma, “Le somme derivanti dalla riscossione dei crediti in favore dello Stato per il risarcimento del danno ambientale disciplinato dalla presente parte sesta, ivi comprese quelle derivanti dall’escussione di fidejussioni a favore dello Stato, assunte a garanzia del risarcimento medesimo, sono versate all’entrata del bilancio dello Stato per essere integralmente riassegnate con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze ad un pertinente capitolo dello stato di previsione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per essere destinate alla realizzazione delle misure di prevenzione e riparazione in conformità alle previsioni della direttiva 2004/35/CE ed agli obblighi da essa derivanti”. Detta disposizione, ha sostituito, in forza dell’art. 25, I comma, lett. m), della Legge Europea n. 97/2013, l’originario V comma, che ordinava la destinazione delle somme riscosse dall’autorità competente in un “fondo di rotazione”, finalizzato a supportare l’attuazione delle misure di prevenzione, riparazione e bonifica, oppure la ricerca scientifica. Tuttavia, il riferimento concettuale al fondo di rotazione rimane a tutt’oggi nella rubrica stessa dell’articolo 317 del Codice: “Riscossione dei crediti e fondo di rotazione”.


Né si comprende, ancora, come sia possibile che all’interno della Parte Sesta del Codice siano presenti due procedure amministrative (oltre alla via giudiziaria), apparentemente diverse ma sostanzialmente analoghe, volte a regolamentare l’attuazione delle misure di riparazione del danno ecologico: l’una, molto simile a quella illustrata dalla Direttiva comune 2004/35/CE, di cui agli artt. 305-310 del Codice; l’altra, invece, di matrice squisitamente italiana, disciplinata agli artt. 311-316 del medesimo testo normativo.


Infine, è bene rappresentare l’abrogazione della lettera i) dell’art. 303 del Codice, in seguito all’approvazione dell’art. 25, I comma, lett. e) della menzionata Legge Europea. La lettera, di fatto, escludeva, a ben vedere, l’applicazione della Parte Sesta nel caso di pregiudizio al terreno per il quale fosse già attivata o intervenuta le bonifica, di cui agli artt. 239 e ss., Parte Quarta, del Codice, salvo la permanenza di un danno ambientale a conclusione della stessa. Mentre la sua soppressione, allo stato attuale, comporta l’accavallamento problematico delle due Parti del Codice Ambientale, in quanto, da un lato, le regole sulla bonifica dei siti contaminati hanno efficacia retroattiva, prestabiliscono un regime di responsabilità solamente colposa in capo al “responsabile” e attribuiscono le competenze istruttorie e decisorie alle Regioni e agli Enti locali (v. Art. 242); dall’altro lato, invece, le norme sulla prevenzione e riparazione dei danni ambientali, di cui agli artt. 298-bis e ss., non retroagiscono, contemplano un regime di responsabilità sia oggettiva (basata sul mero nesso causale) sia colposa in capo unicamente all’“operatore” e conferiscono le competenze istruttorie e decisorie allo Stato, nella persona del Ministro della Transizione ecologica.


Per concludere, il nostro Bel Paese necessita di una riforma organica della legislazione ambientale all’altezza della sua storia giuridica e culturale; non merita una tutela delle sue bellezze naturali così pasticciata e lacunosa. Né la popolazione italiana merita di ammalarsi o subire lesioni della proprietà privata come conseguenza di un danno ambientale non correttamente riparato o che avrebbe potuto evitarsi. La certezza del diritto è prioritaria anche rispetto a ogni altra lodevole iniziativa politica a carattere ecologista: al lavoro!

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