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Centrale nucleare

Nucleare: il punto di punto di visto civile e il punto vista militare,.

Il tema degli armamenti nucleari, fino a prima della guerra in Ucraina, era un argomento per specialisti: se ne occupavano le associazioni ed i gruppi che fanno ricerca sul disarmo in ambito pacifista come gli esperti di scenari militari e di armamenti nel campo opposto.

La paura della bomba nucleare- che ha caratterizzato soprattutto gli anni Sessanta – sembrava un fatto storico, un residuo del passato.

Ma gli armamenti nucleari non solo sono continuati ad esistere, ma negli anni sono anche aumentati, senza seminare particolare panico nell’opinione pubblica mondiale.

E in queste settimane lo scenario è cambiato e le paure sono tornate.

E’ di questi giorni- dopo due settimane di guerra- la notizia che anche in Italia come in altri paesi si sta facendo incetta di pillole allo iodio. E’ diventato sempre più difficile trovarle: un po’ come succedeva per le mascherine e il gel disinfettante nei primi giorni della pandemia.

Ed è stato riproposto su vari media uno studio dell’università di Princeton di un paio di anni fa che ha descritto gli esiti di un possibile scontro nucleare: 85 milioni di morti nel giro di 45 minuti.

Il tema del nucleare è però riapparso in Italia anche in ambito civile, collegato alle crisi energetica: si è parlato di nucleare di “nuova generazione” inserendolo nella transizione ecologica, quindi, in un certo senso, riverniciandolo di verde e facendolo rientrare nell’agenda politica del paese: merito del ministro Cingolani ma anche delle campagne di stampa che lo hanno indicato come una soluzione inevitabile per la crisi energetica e addirittura l’unica strada per scongiurare l’aumento delle bollette.

E come spesso capita la situazione di emergenza si è rivelata perfetta per far diventare una ipotesi di dibattito, la realtà.

Draghi- alla Camera, rispondendo nel “question time”- ha avuto se non altro il pregio della chiarezza. Dopo aver rivendicato l’impegno sulle fonti rinnovabili ha annunciato che: “ Per quanto riguarda il nucleare l’impegno tecnico ed economico è concentrato sulla fusione a confinamento magnetico, l’unica via possibile per realizzare reattori commerciali in grado di fornire energia elettrica in modo economico e sostenibile. Il consorzio europeo Euro Fusion prevede l’entrata in funzione del primo prototipo di reattore a fusione nel 2025/2028”.

Quindi, ci siamo.

Il “bla, bla, bla” nascondeva ipotesi che gli scenari causati dalla guerra hanno accelerato rimettendo indietro di decenni le lancette del dibattito sulla crisi climatica ed ambientale: tornano d’attualità il carbone come le fonti fossili e l’ambiente diventa una sorta di vittima collaterale della guerra combattuta in Ucraina.

Ma il nucleare, con tutte le paure del caso, è tornato di attualità anche per la battaglia di Zaporizhia, dove si è combattuto ferocemente: l’Ucraina è infatti un paese fortemente nuclearizzato e dispone di parecchi reattori. Chernobil, nel nord ovest del paese, evoca scenari quasi dimenticati, ma Zaporizhia, che ora sembra in mano alle truppe russe, è addirittura la centrale nucleare più grande d’Europa e la quinta nel mondo.

In tutti questi anni si è fatto davvero qualcosa sul piano dei negoziati per scongiurare le paure e gli scenari terrificanti che questa guerra si sta portando dietro ?

Qualcosa si è mosso ma la situazione è rimasta in una pericolosa fase di stallo.

Poco più di un anno fa- il 22 gennaio del 2021- è entrato infatti in vigore il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, il TPNW, che ha messo al bando le armi nucleari dichiarandole illegittime ed illegali.

E’ il primo trattato internazionale legalmente vincolante che si pone l’obiettivo della completa proibizione delle armi nucleari. Il divieto riguarda la produzione, l’uso e la minaccia di uso, lo sviluppo, il trasferimento, i test, l’immagazzinamento e vincola chi ha votato a favore del trattato.

Lo hanno approvato all’Onu 122 paesi di cui 86 lo hanno firmato e 51 successivamente ratificato.

Tra questi ci sono quasi tutti i paesi sudamericani, molti paesi africani (Nigeria, Ghana, Algeria e Sudafrica, che fa parte del G20, che l’ha poi ratificato) e altri paesi come il Vietnam, le Filippine, l’Indonesia e la Nuova Zelanda.

E L’Europa? Tra i firmatari troviamo l’Austria mentre Irlanda e Malta hanno fatto i passi successivi arrivando fino alla ratifica.

Un piccolo passo in avanti che però impatta di poco la situazione: tra i firmatari mancano proprio i paesi per i quali il trattato era concepito cioè quelli che detengono le armi nucleari: Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna come quei paesi che si sono procurati armamenti nucleari fuori dal predente trattato, il TNP, quello sulla non proliferazione delle armi nucleari firmato nel 1968, e cioè India, Pakistan, Israele e Corea del Nord.

Fireball of the May 21, 1956 test detonation over Bikini Atoll. Original public domain image from Flickr

Tutti i paesi alleati o facenti capo ad alleanze militari dei paesi detentori di armi nucleari si sono chiamati fuori da questo percorso: questo trattato, secondo la loro visione, non gli impone alcun obbligo anche in base al diritto. Le armi nucleari sono davvero illegali? Lo sono e lo saranno solo per chi ha firmato e poi ratificato questo recente trattato.

Il TPNW è quindi del tutto inutile? Non completamente.

Fa comunque fare un passo avanti verso il disarmo nucleare in molte parti del mondo e negli stati firmatari soggetti come banche, enti di ricerca, privati non saranno autorizzati a promuovere ricerche o contribuire allo sviluppo delle armi nucleari nemmeno tra i paesi non aderenti al trattato.

Le contraddizioni tra questi due trattati- il TNP, sulla non proliferazione, e il TPNW- comunque non mancano in quanto il secondo proibisce in toto le armi nucleari mentre il primo permette di possederle.

Il Trattato di non proliferazione, era basato su tre direttrici: il progressivo disarmo, la non proliferazione e l’uso pacifico del nucleare.

L’articolo 11 proibisce agli stati firmatari non nucleari di procurarsi armamenti di questo tipo e a quelli dotati invece di queste armi di trasferirle ad altri paesi.

Usa, Gran Bretagna e l’allora Urss lo sottoscrivono subito , Francia e Cina aderirono più tardi, nel ‘92, la Corea del Nord qualche anno prima, nel 1985, ma nel 2003 si ritira completamente. Complessivamente il Trattato di Non Proliferazione fu firmato da 191 stati – indubbiamente tanti- ma mostrò subito i suoi limiti .

Le successive, numerose, sessioni svoltesi ogni 5 anni si sono rivelate un mezzo fallimento, cristallizzando la situazione caratterizzata dallo scontro tra paesi possessori di armi nucleari e paesi non possessori: i primi hanno sempre insistito sul concetto di “non proliferazione” con un approccio eccessivamente gradualista, gli altri hanno provato a spingere su norme che rendessero più stringente l’obbligo al disarmo. Questa spinta ha portato al percorso del TPNW che però non ha mutato- se non di pochissimo, come abbiamo visto- questa situazione.

E i meccanismi di gestione del trattato, basati sull’unanimità, hanno poi reso ancora più complicato, difficile ed immobile il quadro.

Tra i paesi dotati di arsenale nucleare spicca la posizione della Russia maturata in tutti questi anni che suggerisce qualche spunto con quanto sta succedendo oggi. Sia ieri come Urss che oggi come Federazione Russa la direttrice seguita è stata sempre quella di considerare le armi nucleari necessarie per rispondere alle minacce esterne e il disarmo indissolubilmente legato ad un “disarmo generale completo” basato sul principio di “sicurezza indivisibile”.

L’Italia , come gli altri paesi Nato- fatta eccezione per l’Olanda che poi però ha votato contro- non ha proprio partecipato al negoziato del TPNW : la campagna per farla aderire c’è stata, un certo seguito lo ha pure avuto, ma non ha prodotto risultati tangibili.

Nelle disposizioni transitorie c’è comunque anche una norma che ci riguarda direttamente: quella che vieta lo stazionamento di armamenti nucleari in territorio altrui.

Le basi Nato di Aviano e di Ghedi ospitano infatti testate nucleari americane.

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