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Intersezionale

: Road towards Moscow Kremlin near the Iberian Gate. Watercolour from the turn of the 19th century.

Sostenere la coscienza civile che resiste 

I Giornalisti prima di tutto. Nell’800 nella Russia degli Zar e poi nel ‘900 nell’Unione Sovietica i nemici del potere costituito erano gli scrittori, oggi, sono soprattutto loro, i giornalisti, l’avanguardia della resistenza, l’ultimo fronte delle coscienze libere. Il fronte più consapevole, quello che più conosce ed è in grado di raccontare e fare controinformazione. Un’avanguardia che ora è stata soffocata con l’approvazione della legge che prevede fino a 15 anni di carcere a chi osa contestare la versione del regime, chi osa anche solo usare il termine guerra, fare una contronarrazione attraverso le testimonianze dal fronte di guerra.

Nonostante tutto, ancora le donne stanno resistendo in vario modo alla repressione del dissenso, alla propaganda. L’unione delle madri dei soldati, le femministe, le giornaliste e attiviste per i diritti umani, sono quelle che in questi ultimi anni sono state capaci di seminare un inedito senso del diritto e dovere di cittadinanza tra le più giovani e non solo. Qualcosa che ad esempio si è sviluppato con l’attività contro la violenza domestica. In un quadro in cui le donne ormai trentenni, nate dopo il colpo di stato del 1991 e la fine dell’Unione Sovietica, sono cresciute nonostante l’egemonia culturale e il controllo del potere da parte di Putin, anche con un nuovo rapporto con l’occidente, più globale e aperto, in contatto con il resto del mondo, con i loro coetanei. Condividono passioni che appartengono a giovani di ogni angolo del pianeta. Ragazze e ragazzi dalle menti senza frontiere. Molti di questi, se possono oggi stanno fuggendo perché nel paese non vedo un possibile futuro. Negli account di attivisti per i diritti umani, avvocati, circola da settimane una serie di riferimenti per seguire la strada dell’espatrio con relative possibilità di ricerca del lavoro in diversi paesi. Chi può segue la via della migrazione sperando un giorno di poter tornare. Ma non tutti, vogliono o possono abbandonare i propri cari o portarli con sé.

C’è una responsabilità pesante da parte di istituzioni, forze politiche e anche la società civile nell’avere sottovalutato l’importanza di costruire relazioni con la società civile in Russia e sostenerla. Salvo indignarci per l’uccisione di Anna Politkovskaja, non è stato fatto davvero molto per supportare chi nel paese continuava a sforzarsi e resistere al pensiero unico. Chi ha resistito nonostante la repressione e la censura l’ha fatto spesso in solitudine. Con un progressivo senso di sospetto intorno a sé anche qui da noi. Il mondo degli esperti che anche in questi giorni sono protagonisti delle analisi di ciò che accade nel paese, sono prevalentemente esperti di geopolitica, di relazioni economiche e finanziarie.

Il mondo culturale è risultato  l’unico fronte sensibile con una visione più razionale. Non a caso la voce più sensibile e sensata, ancorata al ragionamento e al pensiero civico viene da persone come Paolo Nori. Sul piano della conoscenza della società, della sua società civile invece, gli esperti languono in modo disarmante e azzardano conclusioni ciniche in diversi talk show. E’ il frutto di questi trent’anni, quelli di Eltsin e poi Putin, che hanno visto generare interessi economici e commerciali, in barba a qualunque forma di rispetto e del diritto o dinamica geopolitica. Affaristi di ogni genere hanno fatto avanti e indietro dall’universo della Russia, costruendo fortune.

Una miopia politica data dalla fretta di celebrare la fine dell’Unione Sovietica e del patto di Varsavia. Ma le pieghe autoritarie, spregiudicate, sono state una costante del sistema post sovietico senza che allora venissero considerate intollerabili più di tanto. Salvo alcune preziose iniziative non c’è stato un investimento adeguato nella promozione dello scambio fra giovani dei paesi europei, di un’Europa intesa geograficamente e quindi incluse Russia e Ucraina.

Qualcosa che avrebbe favorito un rapporto e un dialogo tra persone, tra popoli. I social e il turismo hanno sopperito alla separazione favorendo il contatto al di là di ogni frontiera. In questo senso paradossalmente le sanzioni avevano invece già favorito l’arroccamento e rafforzato la popolarità di Putin e del suo regime e al contempo indebolito chi rappresentava una voce libera. Quest’ultima è messa all’angolo dal regime e va detto che al tempo stesso è considerata con sufficienza e sospetto anche dall’occidente. Alcuni per un’inconscia e incomprensibile nostalgia dell’URSS, prigionieri di idee legate a un mondo che fu, quello dei blocchi contrapposti, in cui si pretende ancora di dividere il mondo in buoni (presunti) da una parte sola e cattivi (presunti) da una parte sola. Credo che non saremmo a questo punto se in questi anni avessimo costruito più occasioni di dialogo, negoziati dall’alto e dal basso.

Altra sarebbe oggi l’efficacia nel contesto, per radicare e diffondere processi virtuosi. So bene che non era facile. Oggi è quasi impossibile vista la repressione sempre più dura, fino a vere e proprie purghe di staliniana memoria. Centocinquanta milioni di abitanti in un paese enorme e variegato, con aree sterminate fatte di cittadine e villaggi profondamente lontani in tutti i sensi , un sistema del potere di controllo altrettanto enorme. I settanta anni di Unione sovietica e del sistema che ha controllato e gestito il potere pesa ancora sulla cultura popolare nel rapporto con le istituzioni. Ci voleva investimento nella conoscenza necessaria per la comprensione delle dinamiche sociali e la determinazione per costruire programmi fertili. Ci voleva una volontà politica. Le parole della Presidente della Commissione Europea Von der Leyen pronunciate la settimana scorsa suonano drammaticamente lucide e altrettanto drammaticamente tardive.

La piazza del Maneggio di ieri e di oggi.

C’è un’immagine che mi continua a passare negli occhi. E’ la protesta contro la guerra delle persone che una ad una sono andate incontro all’arresto domenica pomeriggio, seguite dalla paradossale e sarcastica scena dell’arresto pure della donna che dice all’intervistatore di voler manifestare la propria condivisione della guerra. Sono scene che stridono con la reazione di popolo che nella stessa piazza a mani nude fermò i carri armati nell’agosto del 1991, in occasione del colpo di stato che portò alla fine della Perestrojka di Gorbacev e alla possibile sottoscrizione, il giorno dopo, del trattato che avrebbe portato alla costituzione di una nuova Unione degli Stati indipendenti. Mi interrogo su quei giorni, sulla differenza di reazione che allora portò a costruire le barricate intorno alla Casa bianca – sede del Parlamento della Federazione Russa in cui donne e uomini presidiarono notte e giorno il palazzo contro i golpisti.

Non dimentico la voce di Yelena Bonner, moglie dello scienziato Andrej Sakharov, e l’immagine del grande musicista Mjatislav Rostropovich che lasciò il violoncello per tenere fra le sue preziose mani un kalashnikov a difesa del Parlamento. Entrambi parlarono dal tetto del primo piano sostenendo la difesa dai golpisti.. Quella piazza e quelle barricate mi avevano lasciato un segno profondo e nonostante i trent’anni passati da allora, mi lasciavano sperare oggi in una reazione di popolo che avrebbe aiutato e spegnere se non sul nascere a breve, la guerra di Putin. Così non è stato. Fin’ora. Un ritorno al passato più buio è concretamente in atto e le purghe di queste ore, ne sono l’amarissima prova.

Mi resta la convinzione che il bagno di propaganda che fin’ora ha permesso di negare persino le testimonianze che le persone ricevono dai propri parenti dall’Ukraina, finirà per essere fermato. Anche se si richiama sinistramente un’alleanza con un paese “amico”, la Corea del Nord..nessuno davvero può credere che la maggioranza dei russi sogni di vivere in un “mondo a parte”, Isolati dal mondo, con la rinuncia alla libera frequentazione del mondo, all’uso dei social universali e non censurati. L’acqua non si ferma con le mani, direbbe qualcuno. Ma adesso facciamo i conti con la repressione che sta schiacciando anche la capacità umana di esprimersi. 

Chiedere la manifestazione della coerenza a chi non è scappato e resta per ora stordito e soffocato, è facile da qui, dai nostri divani, dove non rischiamo nemmeno un gelato. Altra cosa è mettersi nei loro panni e capire che con i propri gesti si mette a repentaglio non solo la propria vita ma anche quella dei tuoi cari, si perde il lavoro e con esso la possibilità di sopravvivere. Non abbiamo solo bisogno di eroi, di chi ha il coraggio di sfidare l’arresto e anche la tortura.

Abbiamo bisogno di persone vive, in salute che grazie alla loro conoscenza sono grado di rappresentare un possibile futuro libero dall’oppressione in cui oggi li ha precipitati Putin. Io sono profondamente solidale con le persone che conosco e sono rimaste lì e resistono. A loro dobbiamo riuscire a dare tutto il sostegno possibile avendo rispetto per la loro legittima paura e la loro dignità umana. La richiesta cinica di nomi e testimonianze per manifestazioni e trasmissioni tv è il sintomo della assoluta mancanza di comprensione di ciò che loro stanno vivendo e della realtà in cui sono stati sprofondati.

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