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Notte giapponese

Racconto: Le bombe più pericolose

Giulio consiglia di leggere ascoltando: John Mellencamp, “Longest Days”. Life, Death, Love and Freedom. Hear Music, 2008.

di Giulio Natali

Prendi il nonno, Ettore. Nasce a Urbisaglia il giorno di Natale del 1920 in casa (quasi una stalla, ma qui di mistico c’è ben poco). Una vita nel raggio di 30 chilometri, a portare avanti il piccolo podere che avevano in famiglia. Fazzoletto di terra, lo chiamano, forse per dire che la vita di campagna è solo lacrime e sangue. Giornate identiche, eterne, scandite dal ritmo delle stagioni. La gioventù di Ettore è quella di tanti della sua generazione: semianalfabeta, i giochi con i muli e i mattoni, le ginocchia sbucciate in incontri di lotta, le carte, le sigarette di contrabbando, la processione del Corpus Domini. La guerra. Va a spezzare le reni alla Grecia, Ettore, poi torna, si sposa con Rosina, conosciuta in prima elementare. Nascono quattro figli, tra il 1945 e il 1950, ma due muoiono dopo pochi giorni. La moglie subisce una dilatazione di organi e tessuti tale da sembrare gravida per il resto dei suoi giorni.

Ettore non sa nemmeno cosa voglia dire la parola velleità. Darebbe il nulla che ha per non sentire più risuonare gli spari del fronte nel cervello. Non ne parla mai, ma la sera, nei dieci minuti in cui siede sulla panca di cemento che dà sull’aia, non sta solo a fumare e a guardare il sole tramontare. Le bombe più pericolose sono quelle che esplodono nella testa, dice tra sé.

Sa di poter dar poco alla moglie, con cui pure è rispettoso e gentile, e ancor meno ai figli. Con timore e deferenza può solo affidare anima e prole al buon Dio. Ma a volte del Signore ha la sensazione di sentirsi orfano, più che figlio. Vede cambiare tutto negli anni ’50 e ’60 e non raccapezza se è lui fuori luogo o se tutti intorno hanno perso il lume della ragione e vivono sopra le loro possibilità. Non lo dice – e a chi potrebbe dirlo? – ma si sente inadeguato più di sempre. E in colpa. Con la moglie, che trova riversa a terra sul pavimento della cucina per un ictus fulminante mentre lui sta zappando la terra. Con i figli, che non è riuscito a far studiare come avrebbe voluto perché i soldi non c’erano e in campagna serviva una mano, anzi servivano braccia.

E con il Signore, perché teme che le serate all’osteria a fumare, bestemmiare e barare a tressette gli si ritorceranno contro. Senza considerare che la domenica lui va nei campi e le feste le santifica poco. Muore a Treia nel 1983, di cancro ai polmoni, dopo mesi a letto che gli assottigliano perfino i calli delle mani; mentre sta per spirare in ospedale, fa in tempo a chiedere a una suora che passa per il corridoio di pregare per la sua anima, perché, come se giocasse a sette e mezzo, lui con un purgatorio di mano starebbe.

Prendi il padre, Giorgio, il primogenito. Potrebbe non farcela, dicono i dottori a Ettore e Rosina. I due guardano quel corpicino venuto al mondo con meno di due chili addosso e lo affidano al patrono del paese. Appunto San Giorgio, che non solo aiuta il neonato a sopravvivere ma gli dona tenacia e determinazione non comuni. La situazione a casa è quella che è, e il piccolo impara subito che non bisogna andare tanto per il sottile quando si tratta di soldi. Lascia la scuola dopo la terza media per mettersi a fare il garzone in una panetteria, perché non vuole pesare sui suoi e sul fratello Rolando, a cui invece piace zappare. Lui cerca l’indipendenza. Ambisce a una possibilità e nell’adolescenza, mentre gli altri coetanei perdono tempo dietro a ragazze e alcool, dedica ore a mettere a punto il suo sogno, fino a quando farlo diventare realtà è una conseguenza naturale. Ettore lo lascia fare, incapace com’è di comprendere un mondo così diverso da quello a cui era abituato. Pensa che quel figlio abbia gran voglia di fare, ma è pur sempre uno di campagna.

– Stai attento, Giorgio. Le bombe più pericolose sono quelle che esplodono nella testa – lo ammonisce più volte negli anni.

L’occasione si presenta nel 1970. Carlo, un coetaneo, ha appena ereditato un gruzzoletto dallo zio buonanima ed è deciso a investirlo in un’attività industriale. Suole. Ma non ha visione, non sa come mettere in piedi la baracca. È proprio quello che invece sa fare Giorgio. I due fondano la Gi.Ca. snc. Giorgio ha in mente di creare un marchio per i prodotti in cuoio, Supergrip. Carlo non ne capisce l’importanza e lascia che venga registrato a nome del socio. Cinque anni e milioni di scarpe italiane calpestano il suolo con il marchio Supergrip. Giorgio vede soldi a palate come neppure immaginava nei sogni. Se solo pochi anni prima era considerato dalle ragazze noioso e taciturno, ora viene circondato da donne bellissime, pronte a giurargli amore eterno come contropartita di pellicce e diamanti. Tra le tante sceglie Katia, una bionda con occhi da cerbiatto conosciuta in un dancing, la prima dopo tanto tempo che gli parla senza conoscere il suo conto corrente. La ragazza nel 1978 mette al mondo Andrea e due anni dopo Alessia. I nomi li sceglie la mamma, ma l’iniziale la decide Giorgio.

Prima lettera dell’alfabeto, primi nella vita, sostiene. Il suo vero marchio di fabbrica. Se potesse la “A” lui la registrerebbe. Forse è per questo che, liberatosi da Carlo, le cui idee sono troppo conservative, fonda la AAA+++ srl nel 1981.

Boom.

Tutte le riviste di moda esaltano le sue suole come esempio di stile e qualità. Iniziano le sfilate a Milano. E addirittura le interviste, perché la sua opinione fa tendenza. Gli viene chiesta la sua sull’inflazione, il terrorismo, la vittoria dell’Italia ai Mondiali, la morte di un bambino caduto in un pozzo.

Lui, che la professoressa delle medie considerava una testa vuota e due braccia da restituire presto all’agricoltura, si ritrova a convegni seduto di fianco a letterati e filosofi. Passano quindici anni in cui l’uomo si pensa infallibile. Con le preghiere di Ettore e Rosina accolte sin dalla nascita, Giorgio pensa che Dio lo consideri suo pari. Lascia moglie e figli perché lui guarda sempre avanti e loro sono diventati una noia mortale, si invaghisce di una modella ucraina a inizio anni Novanta. Quella lo spella vivo e così faranno le tre compagne successive.

Depiction of the Sino-Japanese War and the Great Victory of the Japanese Navy near Dagushan (1894) print in high resolution by Ogata Gekko.

Sempre bellissime, sempre più giovani. La tipa con cui si fotografa in un locale esclusivo a Capodanno 2000 è Qi Lin, che un mese prima ha compiuto diciotto anni. Ma è l’ultimo sorriso. Il mondo cambia, le suole in cuoio si fanno in Romania e poi ancora più lontano dall’Italia. Giorgio, che ha sempre scoperto orizzonti dove gli altri vedevano muri, non è pronto. Tentenna, prova vecchie soluzioni. Non funzionano. L’AAA+++ comincia a perdere soldi allo stesso modo in cui lui perde donne e amici. Anno dopo anno i dati in rosso nel bilancio sono sempre più consistenti. Ipoteca la villa per tirare avanti contro il parere del commercialista che gli consiglia di vendere l’attività. Sarebbe cedere sé stesso, Giorgio non ci pensa neppure. Le banche chiudono i rubinetti allo stesso uomo che avrebbero voluto come membro del consiglio di amministrazione pochi anni prima. Ora è come un appestato. Inevitabile il fallimento, la chiusura dell’azienda, la cessione della casa ipotecata. La compra un cinese, quello degli zoccoli che fanno furore d’estate. Gli resta l’auto di rappresentanza, il posto perfetto per discutere di mille contratti. E ora, anche per morire. Alla guida per l’ultima volta, sente in sé la medesima inadeguatezza di quell’uomo taciturno che oltre sessant’anni prima aveva combattuto in Grecia. Il tratturo imbrecciato nel quale Giorgio esala l’ultimo respiro è largo come una corsia dell’ospedale ma non c’è nessuna suora a cui implorare il passaporto per il Purgatorio.

Il mondo di cui si sentiva padrone non c’è più e questa volta non è stato capace di inventarne un altro.

Le bombe più pericolose sono quelle che esplodono nella testa, risuonano in lui le parole di Ettore. Boom.

Mentre la pistola gli cade dalla mano, Giorgio reclina la testa contro il volante come un servo, a duecento metri da dove viveva da bambino.

E prendi lui, Andrea. Primogenito del re delle suole. Predestinato. Conosce appena il nonno, di cui ricorda solo una frase. Attento, cocco. Le bombe più pericolose sono quelle che esplodono nella testa, gli dice quando ha quattro anni. In quel momento, il bambino è troppo impegnato a guardare Mazinga e Ufo Robot per fermarsi a capire. Ma passa qualche tempo e le cose si fanno più chiare. Cresce con la madre che vuole farlo diventare un professionista di provincia in giacca e cravatta. Se si escludono le foto di famiglia in posa per le riviste di moda non vede mai il padre, per il quale studiare serve solo a entrare in azienda con un inglese adeguato a negoziare con i clienti stranieri. Per questo, Andrea scappa. Si iscrive a economia e commercio alla Bocconi e poi vola in Inghilterra, a Londra, lontano da tutti. Inizia una vita nuova, in una società di consulenza tra le più importanti al mondo. Lì parte la scalata: prima è consulente junior, poi senior. Diventa manager; infine, a 37 anni, è il partner più giovane.

Soldi e azioni in abbondanza, appartamento a Kensington. Con la madre si sente il giusto, due volte al mese, laconiche telefonate su condizioni di salute e temperature stagionali. Con la sorella, nel frattempo diventata impiegata alle Poste, moglie e mamma, scambia soltanto gli auguri di Natale. A Giorgio non fa neppure quelli. Quando Katia lo informa della morte del padre, Andrea tace per un attimo. Poi chiede dei funerali senza un’increspatura alla voce, come se la notizia per lui fosse inevitabile, per certi versi solo questione di tempo.

Non fanno per lui malinconie, nostalgie, rancori: il ragazzo lavora duro. Un mulo, pensano gli inglesi. Ha iniziato dopo la laurea per dimostrare che l’associazione italiano-scansafatiche è solo una leggenda. Poi ha continuato restando in ufficio quattordici ore al giorno. È più uguale al padre di quanto lui creda, solo che si è laureato e sa l’inglese. Non ha mai pensato di essere un Numero 2 all’ombra di Giorgio. Andrea si sente il Numero 1. E lo è. Il più importante esperto nel campo della sostenibilità ambientale oltremanica è lui. Ma tutto ha un prezzo. Le donne vanno e vengono. Poche sanno resistere al fascino latino, se poi a questo si aggiunge una bella posizione si è a cavallo. Ma una Katia non c’è. Per la verità non la cerca, Andrea, sa cosa vuol dire tirare su due figli da soli e a una donna questa cosa lui vuole proprio risparmiarla. Convive con una ragazza asiatica, poi con una francese, infine con Annalisa, una brindisina che vede sempre al lavoro. Con tutte finisce quando quelle fanno capire di voler fare un passo avanti.

Sta lontano da alcool e cocaina, non vuole neppure correre il rischio di perdersi, ossessionato com’è di ottenere il risultato ad ogni costo. Vive di riconoscimenti, entra in club esclusivi, riceve inviti, abbonamenti, pass per eventi a numero chiuso.

È nel giro che conta.

Quando esce dall’ufficio e prende la metro a Chancery Lane non conta se piova o meno; in testa non porta un cappello ma soltanto pensieri sul prossimo obiettivo che lo renda ancora più conosciuto e riconoscibile.

Prima di scendere sottoterra con la scala mobile, dà un’occhiata ai colleghi che da due ore gozzovigliano birra in mano al pub. Non lo attrae avere le guance rubizze in un ambiente di quart’ordine fingendo allegria con gente che già frequenta tutto il giorno per puro interesse.

Cerca di più, da sé e per sé. A volte pensa che tutti i traguardi li ha raggiunti con i sacrifici e la volontà di un pazzo. Non era talento, si dice, ma voler cancellare la voce “vivere” dalla to do list quotidiana.

In quei momenti, anche la stretta di mano del futuro premier inglese in visita elettorale in ufficio gli sembra una cosa banale. Un frutto con un grande nocciolo e poca polpa insipida.

Con il tempo, tali considerazioni si fanno più frequenti. Si dà un obiettivo sempre più difficile, lotta come un ossesso per raggiungerlo, ce la fa. Nessuno ce l’avrebbe fatta, lui sì. E non gioisce. Non sorride nemmeno più.

Sente solo odore di merda in bocca.

Si dice che non può continuare così, a trattare persone come fazzoletti e sé stesso come carta igienica. Pensa queste cose in un lussuoso appartamento mansardato, seduto su un divano con la stessa postura di Ettore sulla panca di fronte all’aia.

Ma suo nonno quando vedeva i fantasmi della Grecia andava in Chiesa, si inginocchiava, affidava l’anima a Dio battendosi tre volte il petto e sperava che quello lassù non fosse distratto.

Lui passa tutti i giorni di fronte a St.Paul Cathedral ma non saprebbe neppure in che lingua dialogare con il Signore.

Eppure continua nella vita di sempre, come un tossicodipendente che rinvia al giorno dopo l’inizio della cura. Se esiste un criceto perennemente sulla ruota della gabbia quello è lui, con l’aggravante che adora pure accelerare fino ad andare fuori giri.

Così il 13 dicembre 2019 avviene lo schianto. Sono le 21, Andrea ha chiuso l’ufficio come sempre. Lascia dietro di sé le gelide luci di emergenza e l’odore stantio di moquette, passa il badge e chiama l’ascensore. Mentre scende di sei piani avverte un lieve giramento di testa, ma non ci fa caso. Gli capita spesso passando dall’ufficio riscaldato al freddo delle parti comuni dell’edificio. Passa i tornelli, esce. La fermata di Chancery Lane è a quaranta metri. Un’occhiata al pub, tutto come da copione: colleghi ubriachi a guardare il Liverpool in Champions League. Per la scala mobile la testa sbanda, questo no, non gli è mai capitato, per reggersi in piedi Andrea si appoggia al corrimano. Tutto questo inizia ad essere insostenibile, pensa tra sé il boss della sostenibilità. Usa la carta di credito per passare le sbarre e trovarsi di fronte ai binari. Prima del treno il cuore batte come se volesse uscire dal petto. Andrea si appoggia contro uno dei piloni di cemento, tra una fila di seggiole rosse e l’altra. Poi avverte dentro di sé un’esplosione, ma senza bombe né sangue. Dalla ruota non è sceso in tempo, è quella che ha deciso di fermarsi per farlo rifiatare a lungo.

Prima di fissare l’infinito, fa in tempo a vedere due turisti giapponesi infreddoliti che scendono le scale mobili.

Adesso che ne hai pieni gli occhi e le orecchie, prendi queste tre vite e pensa che potrebbero essere la tua.

Giulio Natali – È nato a Corridonia (MC) nel 1975, grazie al lavoro in varie aziende multinazionali ha girato mezzo mondo, capendo che la verità è solo un punto di vista. Ama la musica rock, il buon cibo e passeggiare in mezzo alla natura. Ha pubblicato la raccolta di racconti Questioni di Testa (Edizioni La Gru, 2000) in cui le reazioni dei personaggi di fronte a banali eventi della vita quotidiana portano a concludere, forse, che ci sono tante realtà quante la mente possa inventarne.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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