Asessualità, Aromanticismo e cultura dello stupro in una società patriarcale
A Titti, fonte di vita e complessità inesauribile che mi ha aiutata pagina per pagina
A Giada, che mi ha fatta entrare in un mondo a me prima sconosciuto cambiandomi l’esistenza, e alle sue battaglie per tutt3
A Marco, al suo essere un costante stimolo, al suo sapere infinito, preciso e profondo
A Blu, al suo coraggio e alla sua fragilità preziosa, alle sue parole di pietra
A Stefania Andreoli e a Carlotta Vagnoli, alla loro diretta, allo smalto rosso e alle labbra rosse, a tutt3 l3 sopravviventi di questo mondo, al non farsi gli affari propri, guardando dritto dove ci impongono di chiudere gli occhi e voltare lo sguardo. Siete state forza di ribellione e consapevolezza inspiegabile.
A me stessa, alla mia voce che non si farà zittire mai più.
“Perché gli uomini lo stupro lo condannano. Quello che praticano è sempre qualcos’altro”.
(Despentes, 2019, p: 30)
Il patriarcato non è un singolo uomo in carne ed ossa con il bastone in mano ed il predominio sul mondo: è l’immagine di quell’uomo, dotata di forma universale ma di contenuto specifico, che viene introiettata dentro di sé, a partire dalla nascita, da ogni persona. Se Jung stesso non fosse stato un – geniale – patriarca, avrebbe forse notato la presenza di questo archetipo collettivo, antico quanto lo è l’essere umano. Il patriarcato nasce dall’arcaico tentativo maschile di pareggiare i conti con le divinità femminili primordiali, è la vendetta di una creatura spaventata che non può tollerare il senso di impotenza nei confronti del mistero della vita, che è in mano alla femminilità. Alle origini dei tempi c’era Tiāmat, Madre di tutto il cosmo, intersessuale e autofecondante, potenza ed essenza della vita allo stato puro. Prima di lei, solo l’Abisso. Questo è ciò che teme di più il patriarcato: il caos incontrollabile della non differenza di genere nelle origini dell’esistenza umana. La verginità della Madonna, il miracolo del concepimento, sono il tentativo – bisogna ammettere riuscito – dell’uomo di costringere la nascita all’interno dell’eterosessualità binaria, riponendo il potere della vita nel seme patriarcale e nella casta potenza della creazione divina, durata una settimana. Proprio come quanto dura un ciclo mestruale completo. (Doyle, 2021)
“[…]: gli uomini non raccontano più storie sulla necessità di controllare o di sottomettere l’antico potere femminile, ma narrano di un tempo in cui quel potere non è mai esistito.” (Doyle, 2021, p:141)
Alle origini, il patriarcato era slegato dall’orientamento sessuale della persona: bastava essere uomini – liberi – per appartenere all’Olimpo dei patriarchi. I greci erano degli squisiti patriarchi, pur ritenendo l’omosessualità l’orientamento sessuale più sacro e naturale. È tramite la diffusione – o per meglio dire tramite l’arbitraria interpretazione dei Testi Sacri – delle tre religioni monoteiste che si è imposta la supremazia assoluta dell’eterosessualità rispetto a tutti gli altri orientamenti sessuali. È l’idea di peccato, di famiglia naturale e, soprattutto, di procreazione. Se l’unico sesso giusto e morale è quello con fini procreativi, essendo il piacere fine a se stesso un peccato, l’unico orientamento sessuale non impuro può essere soltanto quello che rende possibile la nascita di dell3 bambin3 e il controllo della sessualità femminile: l’eterosessualità. Inoltre, mentre nell’antichità esistevano divinità non binary, intersessuali, femminili e maschili, il Dio delle religioni monoteiste, pur essendo in teoria privo di genere, in pratica viene nominato, immaginato, rappresentato e quindi vissuto esclusivamente al maschile. Questa maschilità autoritaria di Dio ha reso possibile il consolidarsi del potere più grande su cui il patriarcato post religioni monoteiste si è sempre basato: il potere del normale.
“Opposta e complementare alla normalità è l’emergenza: tutto ciò che non rientra nel normale è preoccupante, inquietante, strano e pericoloso. Applicato ai criteri di maschilità, questo sistema diventa eterosessimo: la normale maschilità è eterosessuale, condizionando così anche la 9femminilità, e tutto ciò che non è uomo o donna etero è da considerarsi anormale, mostruoso, pericoloso, disgustoso”. (Gasparrini, 2019, p: 19).
Ad oggi, l’eterosessualità e il binarismo di genere – con annessa superiorità del genere maschile – sono senza dubbio fra i valori teorici portanti di questa cultura. Non bisogna però cadere nell’errore di pensare che la cultura patriarcale appartenga esclusivamente a uomini cisgender eterosessuali. È certo che l’appellativo di patriarca possa essere attribuito soltanto ad una persona di sesso maschile, che si riconosce nel genere maschile ed eterosessuale, ma la cultura patriarcale è prima di ogni altra cosa un modo di pensare: è l’idea di dover, ma soprattutto la consapevolezza di poter, dominare qualcunə.
“La promessa del patriarcato è che ogni uomo eserciterà potere e controllo assoluto su almeno una donna, e i più fortunati anche su altri uomini” (Doyle, 2021, p:17).
Il patriarcato si basa sull’idea che l’uomo debba dominare e che tutto ciò che non è uomo debba essere dominato. Una donna non sarà mai accettata come patriarca dalla cultura patriarcale, eppure se dà della puttana ad un’altra donna perché quella vive liberamente la propria sessualità dimostra di aver interiorizzato dentro di sé i valori di questa cultura, contribuendo a proteggerne l’egemonia. Non tutt3 possono essere dei patriarchi, ma tutt3 possono assimilare i valori di questa cultura e metterli in atto nella relazione con sé stessə e con l’altrə. La cultura patriarcale odierna interiorizzata non ha orientamento sessuale né genere, vede all’apice della propria piramide uomini cisgender eterosessuali, ma comprende, pur spesso senza riconoscerlə, chiunque ritenga di avere il diritto di poter decidere sulla vita di qualcun altrə, chiunque escluda, invisibilizzi e marginalizzi chi ritiene diversə da sé e dalla propria concezione di normalità. E chiunque ritenga naturale ed inevitabile il vivere in una cultura dello stupro.
“La facoltà maschile di disporre sessualmente delle donne è il fondamento del patriarcato. […] Ogni storia che raccontiamo riguardo alla sessualità, ogni punta di oscenità o vergogna che vi inseriamo, ha lo scopo di rinvigorire quella basilare dinamica di potere: gli uomini devono essere liberi di andare a letto con le donne, e le donne non devono essere libere di andare a letto con gli uomini. O con altre donne, o con chiunque altro, eccetto che con il fortunato che ha conquistato il diritto di metterla incinta […]. La sessualità femminile può esistere solo con il permesso maschile e in risposta al bisogno maschile […].” (Doyle, 2021, p: 97)
Lilith, prima moglie di Adamo secondo diversi scritti, nata anch’ella dalla polvere come sua pari, è stata la prima donna a subire un tentato stupro, a denunciarlo, e a rifiutare di sottomettersi e tacere; Lilith è stata esiliata, scatenando l’ira di Dio. Invece, dalla costola di Adamo nacque Eva, la cui sorte non fu migliore di quella di Lilith. Il suo peccato? Desiderio di libertà e conoscenza. La cultura dello stupro ha origine dove origina il patriarcato: nel senso di impotenza maschile. Emilie Buchwald, Pamela Fletcher, Martha Roth, in Transforming a Rape Culture, descrivono una cultura dello stupro come un complesso di credenze che incoraggiano e valorizzano l’aggressività maschile e supportano la violenza psicologica, verbale, economica, fisica e sessuale contro le donne, anche in maniera implicita e subliminale (pubblicità, slogan, battute, narrazione di eventi da parte dei mass media…) (Buchwald, Fletcher, Roth, 1994).
Questo incoraggiamento può avvenire in diverse maniere:
- tramite l’idealizzazione di modelli relazionali disfunzionali e tossici basati sulla gelosia, sull’ipercontrollo, sull’iperprotettività e sull’ossessività (The O.C., Twilight…). Togliere la libertà ad un’altra persona viene mostrato come l’atto d’amore più profondo e sincero che possa esistere;
- tramite una narrazione romanticizzata di femminicidi, i quali vengono raccontati come, in fin dei conti, un sentimentale ed appassionato finché morte non ci separi;
(La Repubblica, Bari) (Antonella è stata sgozzata)
(Il Giornale)
- tramite la cancellazione romanticizzata del concetto universale di consenso aprioristico
- tramite il victim blaming, ossia la giustificazione della violenza maschile e dei femminicidi a scapito di una responsabilizzazione della donna che, con i suoi comportamenti, scatenerebbe reazioni incontrollabili nell’uomo, diventando lei stessa causa del suo mal;
(Rimini Today)
(Il Giornale)
- tramite la non credibilità attribuita ad una donna che denuncia violenze e molestie; capita non di rado che donne vittime di violenza di genere prima di essere credute debbano morire, lasciandosi alle spalle diverse denunce depositate, ma non considerate. Se una donna sopravvive alle violenze, per l’uomo qualcosa non quadra;
- tramite la sessualizzazione non consensuale delle donne vittime di violenza all’interno delle narrazioni giornalistiche: “Quei video…” nella narrazione del revenge porn subito dall’arbitra Diana Di Meo, “E il vicino che l’ha uccisa perché non poteva averla. Bella e impossibile. Era seminuda”, nell’aberrante racconto del femminicidio di Chiara Ugolini fatto da Repubblica;
- tramite una narrazione della violenza di genere come fatto isolato, causato dalla Maledetta Sfortuna (Vagnoli, 2021), e non come un fenomeno strutturale e fondamentale di una società patriarcale;
- tramite la normalizzazione del fatto che una donna che non desidera fare sesso si senta obbligata a doversi inventare una scusa psicologica e/o fisica (ho mal di testa, ho il ciclo, sono tanto stanca, sono triste) o debba fingere di dormire per evitare l’atto sessuale, poiché la semplice e sacra motivazione del “non ho voglia” non è ritenuta valida. Ciò può accadere in un rapporto matrimoniale come in una relazione sessuale di qualsiasi tipo, a qualunque età. E tramite il fatto che, dopo un po’che utilizza le stesse scuse, si obblighi all’atto sessuale, non ritenendo di poter fare altro;
- tramite lo slut-shaming, ossia tramite l’utilizzo del termine prostituta come il peggiore tra gli insulti femminili, svalutando ed umiliando sia la sessualità femminile che il sex work;
Scritte nei bagni di una scuola
- tramite una pornografia che in diversi casi normalizza – e rende eccitante – lo stupro, anche di gruppo;
- tramite la falsa credenza che, come Lombroso sosteneva con la devianza, si possa capire la sessualità – e la consensualità – di una donna rispetto alla fisionomia del suo volto, alle forme del suo corpo o rispetto a come si veste: “c’ha la faccia da porca, labbra da pompinara, se si veste così vuole una cosa sola, ha gli occhi di una che vuole farsi toccare…”;
- tramite una rappresentazione della mascolinità tossica, in cui l’immagine condivisa del vero uomo, del maschio alpha, è quella di un uomo arrogante, sicuro di sé e prestante fisicamente, che non piange mai e che è capace di dominare la sua donna – e altre persone – ogni qualvolta gli giri.
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“Che cosa implica esattamente essere un vero uomo? Reprimere le emozioni. Tacere la propria sensibilità. Vergognarsi della propria delicatezza, della propria vulnerabilità. […] Essere angosciati dalle dimensioni del proprio cazzo. Saper far godere le donne senza che queste sappiano o vogliano dare istruzioni in proposito. Dissimulare la propria debolezza. Imbavagliare la propria sessualità. […] Non avere nessuna cultura sessuale per migliorare il proprio orgasmo. Non saper chiedere aiuto. […] Dar prova di aggressività. Avere un accesso limitato alla paternità. Riuscire socialmente per potersi fare le donne migliori. Temere la propria omosessualità perché un uomo, un vero uomo, non deve essere penetrato. Non giocare alle bambole da piccoli, accontentarsi delle macchinine e di orrende armi di plastica.” (Despentes, 2019, pp: 23 – 24)
In una cultura dello stupro, la violenza sessuale è ritenuta qualcosa di normale, un fatto inevitabile della vita femminile. Chiunque può subire violenze: per strada, in una relazione, in famiglia; è però il ritenere naturale che ad una donna debba succedere almeno una volta nel corso della propria esistenza a caratterizzarla. In una cultura dello stupro, ci si rifiuta di educare gli uomini ad una sessualità e relazionalità sana, e nel mentre si educano le donne ad essere belle, appetibili, sottomesse, silenziose. In una cultura dello stupro le donne sono ossessivamente ipersessualizzate e ridotte a meri oggetti sessuali a disposizione dell’uomo, senza avere però diritto ad una propria libera sessualità e al consenso. A livello normativo sociale, la cultura patriarcale della sessualità, per avere l’assoluto controllo sui corpi femminili e non conformi, si basa su tre precetti strettamente interconnessi: eteronormatività, amatonormatività e allonormatività.
Michael Warner, nel suo rivoluzionario testo del 1991 Introduction: Fear of a Queer Planet, introdusse il concetto di eteronormatività per definire la convinzione che l’unico orientamento sessuale valido, normale e appropriato sia l’eterosessualità. Chiaramente, questo dogma presuppone un assoluto e rigido binarismo di genere, definito in base al sesso biologico: può esistere soltanto il maschile o il femminile. L’eteronormatività presuppone quindi l’invisibilizzazione non solo delle persone non binarie, delle persone trans e di qualsiasi altra forma di orientamento sessuale, ma anche quella delle persone intersessuali (Warner, 1991).
“Il corpo trans sta all’eterosessualità normativa come Lesbos sta all’Europa: una frontiera le cui estensione e forma si perpetuano esclusivamente tramite la violenza. […] Il corpo trans è la colonia. Ogni giorno, in qualunque strada di Tijuana o Los Angeles, di San Pietroburgo o di Goa, di Atene o di Siviglia, un corpo trans viene ammazzato con la stessa impunità di una nuova occupazione da un lato o dall’altro del Giordano.” (Preciado, 2021, p: 43)
È stata la professoressa Elisabeth Brake a coniare il termine amatonormatività, riferendosi alla diffusa tendenza a pensare che per l’essere umano sia naturale e necessario, nel corso della vita, ricercare una relazione matrimoniale amorosa, romantica, esclusiva (ed eterosessuale), che duri per sempre (Brake, 2012). Questo assetto di pensiero limita fortemente la libertà delle persone, ed esclude dall’importanza relazionale tutte quelle forme di rapporto che non comprendono un legame matrimoniale e/o sessuale esclusivo: l’amore platonico, l’amicizia, il poliamore, l’amore familiare. Il poliamore, una forma di non monogamia etica, si riferisce ad una modalità relazionale amorosa caratterizzata dal fatto che ogni partner della coppia può avere in contemporanea più relazioni sentimentali – che non per forza diventano anche sessuali -: l’esclusività ossessiva lascia spazio alla libertà e alla complessità del sentimento amoroso, al non possesso dell’altrə. Il poliamore è una forma relazionale sempre più diffusa, basata su un consenso relazionale costantemente ri-esplicitato, che richiede nella coppia la presenza assoluta di rispetto, comunicazione e fiducia. Eppure, ancora oggi, è considerato come un qualcosa di osceno e immaturo, di sbagliato e peccaminoso, in confronto al sacro matrimonio esclusivamente monogamo – per la donna – (Brake, 2012).
Il matrimonio viene da sempre raccontato romanticamente come l’obiettivo principale da raggiungere per avere una vita soddisfacente e realizzata: come si può non cercare il vissero per sempre felici e contenti? Peccato che le favole si fermino al primo giorno d’amore tra le principesse e i loro favolosi principi azzurri e non raccontino quello che viene dopo. Per molto tempo (e purtroppo tutt’ora, come dimostrano i terrificanti dati rispetto alla violenza di genere domestica) il matrimonio è stato una gabbia di acciaio costruita intorno al corpo e alla sessualità della donna, al fine di dominarla e di proteggere il mondo fuori da un pericolo mostruoso: la sua libertà di scelta.
“Tra il 2001 e il 2012 le guerre in Iraq e Afghanistan hanno ucciso 6488 soldati statunitensi. In quello stesso arco di tempo più di 10470 americane sono state uccise dai loro compagni.” (Doyle, 2021, pp: 111-112)
Il rifiuto dei contraccettivi, il movimento antiabortista, il mito della tradizione e della famiglia nucleare, la disparità salariale, il difficile accesso alla maternità per una donna che lavora, l’assurdo e illecito potere che la Chiesa detiene ancora in questo paese: sono tutti tentativi che hanno lo scopo di tenere la donna all’interno della sua prigione, contenuta dagli unici ruoli che la società patriarcale le concede per davvero da adulta: quello di moglie e quello di madre. Nella nostra società la legislazione favorisce, protegge e valorizza il matrimonio eterosessuale, scambiando diritti con privilegi (come, per esempio, la genitorialità condivisa) ed escludendo dall’idea di famiglia, e dalla corrispondente tutela, qualsiasi coppia e/o famiglia che non sia eterosessuale (Brake, 2012). Ancora confondiamo il binarismo di genere con l’essere dei bravi genitori, ancora fatichiamo a comprendere che dell3 bambin3 hanno bisogno di una base sicura, di dell3 adult3 che si occupino di loro creandogli spazio vita; l3 bambin3 necessitano di libertà, affetto, validazione, rispecchiamento, creatività: hanno bisogno di relazioni complete e complesse, non di uomini e di donne, dal momento in cui i ruoli – e il genere stesso – sono costrutti sociali e non elementi naturali.
Il termine allosessualitá è nato all’interno della comunità aroace – che a breve sarà presentata – per rappresentare tutte le persone che provano attrazione sessuale, ossia che non sono asessuali. L’allosessualitá non è un orientamento sessuale, è un termine ombrello che si utilizza per comprendere tutti gli orientamenti sessuali che presuppongono la presenza di attrazione sessuale verso un genere o più. Il termine allosessualitá si riferisce alla presenza o meno di attrazione sessuale, non all’effettivo comportamento sessuale o al genere verso cui è orientata l’attrazione. L’allosessualitá diventa problematica quando si trasforma in allonormativitá, ossia quando non solo si dà per scontato, ma si pretende che ogni persona ad un certo punto della propria vita voglia e debba avere delle esperienze sessuali. L’allonormatività come precetto pone sulla sessualità una serie di ansie da prestazione, obblighi e stigmi che possono causare moltissime problematiche psicologiche, in particolare nel periodo adolescenziale. L3 ragazz3 si sentono obbligat3 a fare sesso, pur se non pront3, non interessat3, non consapevol3 e, purtroppo, non protett3. Si fomenta l’allonormativitá quando si pensa che “senza il sesso una relazione non può andare avanti; non è il sesso a fare andare avanti una relazione: sono la comunicazione libera e aperta riguardo la sessualità e il rispetto della posizione dell’altro a mantenerla, tra i mille diversi fattori, solida e sana. L’allonormatività si concentra quindi nell’idea del sessocentrismo relazionale, ossia nel pensiero che qualsiasi attività umana non valga quanto l’attività sessuale. (asexuality.org)
In questo regime patriarcale eteronormativo, amatonormativo e allonormativo basato sulla differenziazione di genere e sul potere contenitivo e soppressivo del normale, quanto spazio di vita possono avere persone, il cui orientamento sessuale e/o romantico presuppone una totale o parziale assenza di attrazione sessuale e/o romantica? Poco, ma la comunità aroace (aromantic and asexual) sta alzando la voce ogni giorno di più, e non ha la minima intenzione di abbassarla.
“Constatare che viviamo in società socialmente non paritarie tra uomini e donne, tra generi e orientamenti diversi […] dovrebbe servire a far comprendere a tutti e tutte che gran parte della nostra identità, che crediamo di avere liberamente scelto e costruito, è in realtà scelta e costruita da forze sociali, da poteri gerarchici che hanno condizionato pesantemente quelle scelte, quelle possibilità” (Gasparrini, 2019, p: 31)
L’asessualità è un orientamento sessuale caratterizzato dall’attrazione sessuale verso nessun genere. L’aromanticismo è un orientamento romantico caratterizzato dall’attrazione romantica verso nessun genere. Non per forza coincidono: ci sono persone aromantiche allosessuali e persone asessuali che invece sono alloromantiche. Entrambi gli orientamenti, come qualsiasi altro orientamento sessuale e romantico, devono essere concepiti come degli spettri, all’interno dei quali ci sono orientamenti sessuali e romantici diversi. Non è un’equazione + o -, è un continuum estremamente fluido composto da infinite sfumature. Esistono quindi moltissime persone che si riconoscono nello spettro dell’asessualità, ma che in determinate situazioni possono sperimentare attrazione sessuale verso un genere o più. La demisessualità è un orientamento sessuale caratterizzato dal provare attrazione sessuale soltanto dopo aver stretto un forte legame affettivo con una persona. La graysessualitá è invece un orientamento sessuale caratterizzato dal provare molto raramente attrazione sessuale, e soltanto in determinate circostanze. Si parla invece di demiromanticismo quando una persona prova attrazione romantica soltanto dopo aver stabilito un forte legame affettivo (in questo caso basato spesso sull’amore platonico) con una persona, e di grayromanticismo quando una persona prova molto raramente attrazione romantica, soltanto in determinate circostanze. Ci sono quindi persone graysessuali eterosessuali, pansessuali, omosessuali e bisessuali, come persone demiromantiche omoromantiche, panromantiche e così via, come persone asessuali biromantiche e aromantiche eterosessuali, … (Instagram, profilo di figadilegno_).
È spesso erronea credenza il pensare che le persone asessuali non abbiano mai rapporti sessuali. L’orientamento sessuale non coincide con il comportamento sessuale. Rispetto all’attitudine verso il comportamento sessuale, ci sono due differenti classificazioni: la prima riguarda l’opinione che si ha nei confronti del sesso in generale; una persona può essere (Instagram, profilo di _figadilegno_):
– sex-positive: chi è sex positive vede il sesso in sé come un qualcosa di positivo e salutare, ovviamente se basato sul consenso e sulla consapevolezza
– sex-neutral: chi è sex neutral non ha un’opinione né negativa né positiva del sesso in sé, mantenendo una posizione neutrale
– sex-negative: chi è sex negative vede il sesso in sé come qualcosa di sbagliato, sporco e pericoloso.
La seconda classificazione indica il modo in cui ci si relaziona rispetto alla propria di esperienza sessuale; una persona può essere:
– sex-favorable: chi è sex-favorable concepisce il fatto di poter avere delle esperienze sessuali, anche positive e soddisfacente
– sex-indifferent: chi è sex-indifferent prova indifferenza all’idea di avere rapporti sessuali e non è interessatə al sesso
– sex-repulsed: chi è sex-repulsed non può concepire di avere rapporti sessuali con un’altra persona. Una persona asessuale può sperimentare ribrezzo all’idea di avere rapporti sessuali.
Le due classificazioni possono mischiarsi. Difficilmente una persona sex-negative sarà particolarmente sex-favorable, ma una persona sex-repulsed può essere del tutto sex-positive. L’idea che abbiamo del sesso non per forza coincide con le nostre effettive esperienze e gusti sessuali.
Inoltre, si fa spesso confusione tra i concetti di attrazione sessuale, eccitazione sessuale e libido (asexuality.org).
- Con attrazione sessuale si intende un forte e potente desiderio verso l’altrə, caratterizzato da un intenso coinvolgimento fisico, emotivo e mentale, che porta una persona a ricercare l’atto sessuale per un suo soddisfacimento. L’attrazione sessuale è orientata sempre verso qualcun altrə, ossia è indirizzata verso un genere o più, ed il genere verso cui è orientata è ciò che definisce i diversi orientamenti sessuali. L’attrazione sessuale è personale, nel senso che è orientata verso diverse caratteristiche a seconda di chi la sperimenta;
- con eccitazione sessuale ci si riferisce all’insieme delle modificazioni nello stato psicofisico di una persona che provocano, tra i tanti effetti, l’erezione e la lubrificazione degli organi sessuali. L’eccitazione sessuale è specifica, essendo provocata e mantenuta da stimoli differenti a seconda di chi la sperimenta. Essa è anche temporalmente limitata e tendenzialmente termina con il raggiungimento dell’orgasmo. Inoltre, l’eccitazione non per forza presuppone attrazione sessuale. Durante uno stupro, il corpo può lubrificarsi e perfino raggiungere l’orgasmo, per aiutare la persona a sopravvivere e a soffrire il meno possibile;
- con il termine libido ci si riferisce invece al desiderio sessuale in sé, presente in ognunə di noi fin dall’infanzia. La libido è energia sessuale libera, aspecifica, che ancora non è stata indirizzata verso qualcunə o stimolata da qualcosa. Una persona può sperimentare libido, come eccitazione sessuale, senza provare attrazione sessuale.
Un altro errore che spesso si fa è il credere che castità e asessualità siano sinonimi: non c’entrano assolutamente nulla. La castità è figlia del patriarcato, è una scelta personale spesso dovuta a motivi religiosi per la quale ci si astiene da qualsiasi attività e fantasia sessuale, poiché si reputa il sesso in sé qualcosa di deplorevole e peccaminoso, che può esistere solo a fini procreativi. La castità è una delle tante forme repressive nei confronti della sessualità femminile e più in generale di una sessualità attiva e libera, è una forma di costrizione – il fatto di non poter fare sesso non elimina il provare attrazione sessuale, il potersi eccitare e lo sperimentare libido – che viene spacciata per santità. Una persona asessuale non disprezza il sesso, non lo giudica immorale e sbagliato: può masturbarsi, eccitarsi ed avere relazioni sessuali. Semplicemente, non sperimenta – o sperimenta soltanto in determinate situazioni – attrazione sessuale, e a volte sceglie di non fare sesso perché non interessatə o attrattə da esso. Le persone asessuali e/o aromantiche rifiutano gli stereotipi di genere per cui una persona può sentirsi realizzata soltanto in quanto madre e moglie o in quanto padre e marito; la castità sposa questo pensiero, si chiude in gabbia e ingoia da sola la chiave. Il fulcro della castità risiede nel senso di colpa e nella mortificazione dei piaceri carnali, il fulcro dell’asessualità è la libertà di poter fare ciò che si vuole con la propria sessualità. La castità riflette l’ambivalenza malata di una società patriarcale: il sesso è assolutamente imprescindibile in quanto permette di portare avanti le tradizioni patriarcali tramite la generazione di figl3, ma è anche un’attività – in particolare se portata avanti da donne – da punire, reprimere, condannare e disprezzare. La castità va anche distinta dall’astinenza. L’astinenza dall’attività sessuale può derivare da mille motivi personali differenti, e può riguardare una persona qualunque con qualsiasi orientamento sessuale che non ha interesse nei confronti del sesso o preferisce non farlo. La castità, invece, promuove intrinsecamente un senso morale di superiorità nel riuscire a dominare le proprie passioni bestiali.
La confusione rispetto a questi temi diviene sempre più problematica, poiché non ci può essere libertà per tutt3 senza una cultura che comprenda per davvero tutt3 e che appartenga a tutt3. L’odio spesso trova appiglio nella non conoscenza, nella povertà cognitiva, nella semplificazione categorica dell’esperienza e dell’essenza umana, nel giudizio frettoloso e stereotipante. L’odio si può arginare tramite un’educazione alla complessità, tramite una liberazione del pensiero autonomo e creativo, tramite una condivisa esperienza di apprendimento empatico, tramite la condivisione dell’equità come valore universale. Purtroppo, l’odio è ancora un pilastro su cui la nostra società si basa, in particolare l’odio – e la condanna – verso la sessualità non maschile eterosessuale. In occasione di crimini d’odio, discriminazioni e violenze, si presenta l’odio come un fatto occasionale e impulsivo, e non come un aspetto portante di una rete culturale e sociale di valori, implicita quanto esplicita, che condanna apertamente lə diversə, o semplicemente il non maschio. La comunità LGBTQIA+ è spesso vittima, pur se in maniera differente a seconda delle diverse appartenenze, di violenze e discriminazioni, tra cui quelle di stampo afobico.
Con il termine afobia ci si riferisce all’avversione verso le persone asessuali e/o aromantiche; l’afobia comprende l’insieme delle discriminazioni e delle violenze portate avanti verso le persone che appartengono allo spettro dell’asessualità e/o dell’aromanticismo. La comunità aroace si è spesso sentita dire che non subisce abbastanza discriminazioni per essere considerata parte della comunità LGBTQIA+. Ci si dimentica però che a caratterizzare l’appartenenza a questa comunità non è il quantitativo di violenza ricevuta – che comunque è alto -, ma il distanziamento dalla cultura della normalità patriarcale eteronormativa e allonormativa. In una società in cui il controllo della sessualità è il principale strumento di dominio in mano all’uomo eterosessuale cisgender, non c’è nulla di più anticonvenzionale e rivoluzionario dell’avere il coraggio di dire: io non sono interessatə al sesso. In questo intreccio confuso e violento di odio, sesso, ignoranza, paura e vergogna, c’è un’attivista della comunità aroace che ogni giorno cerca di diffondere cultura rispetto all’asessualità e all’aromanticismo, per combattere attivamente l’afobia in Italia e per creare uno spazio sicuro per le persone della comunità aroace.
Giada, su Instagram _figadilegno_ ha ventidue anni e studia Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università Sapienza di Roma. Più di un anno e mezzo fa, Giada ha incominciato una battaglia per l’inclusione all’interno del Ddl Zan dell’asessualità come orientamento sessuale, del concetto di orientamento romantico con annesso aromanticismo e dell’afobia come aggravante d’odio specifico, creando anche, alla fine del 2021, una petizione online. È possibile firmare la petizione sul profilo Instagram di Giada, sulla pagina femminismo_aroace, su altre pagine Instagram di attivist3 della comunità aroace e su Change.org.
“Faccio attivismo da tre anni. Ho aperto una pagina Instagram chiamata aroace-italia. Da lì sono partita, e ho fondato anche stop.afobia_ita (l’Afobia esiste) e femminismo_aroace. Perfino tra le persone asessuali e aromantiche l’afobia viene poco considerata; ho sentito quindi il bisogno di parlarne. Come esiste il transfemminismo ed il femminismo lesbico, vorrei che si venisse a creare un femminismo aroace: anche noi dobbiamo portare un contributo all’intersezionalità del movimento femminista. Sono stata la prima ad aprire una pagina Instagram italiana che parlasse di asessualità, aromanticismo e afobia. Ne vado molto fiera, perché sono riuscita a creare uno spazio sicuro per tante persone. Adesso, per fortuna, ce ne sono molti altri.
Quando ero al liceo non mi sentivo simile alle altre ragazze. Non capivo perché non fossi interessata al sesso, mentre loro sì. O almeno così dicevano. Mi sentivo diversa, sbagliata; per omologarmi, mi costringevo a rimanere in relazioni che mi facevano soffrire e mi obbligavo ad avere relazioni sessuali che in realtà non desideravo. Ho impiegato un po’di tempo a comprendere che semplicemente il mio orientamento sessuale era diverso rispetto a quello delle mie amiche. Dopo aver capito di essere graysessuale, ho trovato me stessa. Dopo aver capito che una persona asessuale può fare sesso, può eccitarsi e provare piacere, mi si è aperto un mondo, il mio mondo. Orientamento sessuale e comportamento sessuale non sono la stessa cosa. Una persona eterosessuale può fare sesso con una persona del suo stesso sesso, senza che il suo orientamento sessuale cambi. Sembra scontato come concetto, ma per tantissime persone non lo è. Per me ai tempi non lo era. Per un po’ ho anche pensato di essere aromantica, mentre ora so che l’attrazione romantica per me è fondamentale.
Esiste quest’odio per le etichette, come se fossero un qualcosa che imprigiona o sminuisce. Per me l’etichetta è fondamentale: io ho bisogno di dare un nome a tutto quello che sento e che sono. Ogni parola che utilizziamo è un’etichetta che racchiude all’interno un significato profondo e specifico. Alla nascita, la prima cosa che fanno è etichettarci tramite un nome; questo è il primo fondamentale passo per la creazione dell’identità di una persona. Ogni parola che utilizziamo in ogni momento è un’etichetta. Soltanto le etichette che sanciscono il nostro diritto all’autodeterminazione – al di fuori di quello sacro e intoccabile di potersi etichettare come uomo, donna ed eterosessuale – vengono demonizzate. Rispetto all’etichettare il mondo della sessualità, io faccio sempre l’esempio dell’abbigliamento: anche se sappiamo che il nostro corpo con il tempo potrebbe diventare diverso e cambiare, non è che non compriamo vestiti perché poi potrebbero non starci più o starci larghi. O semplicemente non rappresentarci più. E lo stesso deve essere con la sessualità. Il fatto che lo spettro della sessualità sia fluido, non significa che non possa essere etichettato. Significa solo che i confini delle categorie non devono essere rigidi, e che una persona ha il diritto di cambiare etichetta, di sentirsi rappresentata da più di una, di crearne di nuove. Anche il nome, se non lo sentiamo come nostro e rappresentativo della nostra identità, può essere cambiato. Abbiamo bisogno di etichette, nel senso che abbiamo bisogno di parole. Se qualcosa non viene nominato non esiste.” (Giada)
Quante persone scambiano e camuffano la loro ignoranza su certi temi, e la non voglia di informarsi per paura di capire, con la fatidica frase “sono opinioni”. Troppo spesso confondiamo il diritto ad avere un’opinione con un diritto a creare violenza tramite la propria ignoranza. Non tutto è un’opinione. Ma se stiamo ad aspettare che siano le persone singole a mettersi in dubbio, aspetteremo Godot. Dovrebbe essere lo Stato – tramite i programmi educativi scolastici, la legislazione, le politiche interne, i mezzi di comunicazione – a sancire diritti civili e sociali laici, democratici, equi e basati sul rispetto della libertà di scelta. Ed è per questo stesso motivo che l’esclusione della comunità aroace, come oltretutto della pansessualità, del non binarismo di genere e delle persone intersessuali, dal testo di legge del Ddl Zan è così grave: la parte fondamentale di questa legge non è quella punitiva, ma quella (ri)educativa. Se perfino gli esponenti più importanti della comunità LGBTQIA+ dimenticano, invisibilizzano e quindi negano parti della loro stessa comunità, come si può sperare di ottenere un cambiamento a livello più profondo dei pilastri su cui si basa la norma sessuale patriarcale condivisa?
“La petizione per un Ddl Zan realmente inclusivo l’ho incominciata a dicembre 2021, insieme ad altr3 attivist3. Nel testo di legge, Art 1, al punto c c’è scritto “c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi;” Innanzitutto parlano di attrazione nei confronti di un sesso e non di un genere, il che già di per sé è gravissimo e denota un’ignoranza a riguardo imbarazzante. Prima si studia, poi si scrivono le leggi. Inoltre, non parla di asessualità, non essendo citata l’attrazione sessuale verso nessun genere, né di orientamento romantico. Poi, l’Art. 7. incomincia così -Istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. L’afobia, anche qui, non esiste. Abbiamo iniziato a bombardare Zan e altr3 politic3 sui social. Tutto ciò che abbiamo ottenuto è stato silenziamento e invisibilizzazione. Solamente durante una diretta con @avvocathy, negli ultimi cinque minuti, Zan ci ha frettolosamente “rassicurat3”, dicendoci che considerava le persone asessuali, ma che il testo di legge era stato scritto in quella maniera per dare una tassatività all3 giudici. Ma, così, se unə giudice si trova a dover valutare se condannare o meno un’azione violenta di stampo afobico, non trovando nel testo di legge l’asessualità come orientamento sessuale, sarà portato a non valutare suddetta violenza come afobica. Dopo questo intervento di Zan, non siamo più stat3 calcolat3. Siamo tutt3 d’accordo – o perlomeno dovremmo esserlo – che una persona asessuale non subisca lo stesso genere di discriminazioni, per esempio, di una persona transgender. Ma non è una gara a chi subisce più violenze e discriminazione. L’appartenenza alla comunità LGBTQIA+ non dipende da quanto si viene discriminati, ma da quanto ci si discosta dal potere eteronormativo patriarcale. Queste differenziazioni creano scismi all’interno della comunità, che dovrebbe essere unita contro il sistema patriarcale e che invece si frantuma in battaglie interne senza senso. Noi vogliamo semplicemente che la comunità aroace sia tutelata dal sistema eteronormativo, e che sia riconosciuta da tutt3. Vogliamo che in Italia si parli di afobia, vogliamo che si crei una consapevolezza nazionale rispetto all’asessualità e all’aromanticismo. Ma per farlo abbiamo bisogno di uno Stato che ci aiuti in questo percorso, che ci riconosca e che ci tuteli.” (Giada)
Gli studi che riguardano i pregiudizi e le violenze subite dalla comunità asessuale e aromantica sono ancora molto ridotti. In Italia, sono praticamente inesistenti. Questo fatto dimostra già di per sé come nel nostro paese la comunità aroace sia invisibilizzata e la sua esistenza negata. Studi esteri hanno però dimostrato come le persone della comunità aroace subiscano discriminazioni e violenze sistematiche, e siano vittime di profondi pregiudizi e stereotipi, come gli altri membri della comunità LGBTQIA+.
Uno studio del 2012 (Maclnnis, Cara C, Hodson, Gordon) ha evidenziato che gran parte del campione di persone eterosessuali presentava forti pregiudizi nei confronti della comunità asessuale e non desiderava avere relazioni con persone asessuali. Inoltre, è risultata una forte tendenza alla deumanizzazione delle persone asessuali e/o aromantiche, considerate dalla comunità eterosessuale come:
- meno umane, meno affettuose e capaci di amare
- più fredde, meno affidabili
- più tristi, sole e prive di una vita soddisfacente
- più impulsive e animalesche
- malate, traumatizzate, mancanti o contro natura
Questi risultati sono stati confermati da un altro studio del 2015 (Hoffart, Mark R, Drolet, Carolina E, E, Hodson, Gordon, Hafer, Carolyn L).
Una ricerca prodotta dal Governo inglese (2017), che ha coinvolto più di 75.000 partecipanti, ha mostrato come le persone asessuali a lavoro corrano il rischio di essere discriminate e/o essere vittime di violenze sessuali in un numero maggiore di casi rispetto alla popolazione eterosessuale, come gli altri membri della comunità LGBTQIA+.
Uno studio americano del 2015, commissionato dall’Associazione Americana delle Università, ha mostrato come nei campus universitari le persone della comunità LGBTQIA+, comprese le persone asessuali, abbiano più probabilità di essere vittime di vari tipi di violenze sessuali rispetto alle persone eterosessuali. Uno studio simile (Australian Human Rights Commission, 2017) che ha coinvolto 30.000 studenti australiani, ha confermato questi risultati.
Un altro studio (Government Equalities Office, July 2018. National LGBT Survey: Research Report) ha mostrato come circa il 10% delle persone asessuali del campione abbiamo ricevuto la proposta di sottoporsi a terapie di conversione e/o siano state effettivamente sottoposte ad una terapia di conversione.
Inoltre, numeros3 attivist3 denunciano come le persone aroace siano vittime di cyberbullismo e corrano il reale rischio di essere vittime di stupri correttivi. Numerose persone della comunità hanno anche riferito di aver subito una patologizzazione del proprio orientamento sessuale, anche da professionist3 della salute mentale.
Basti pensare al fatto che spesso, al posto di utilizzare la parola asessuale, si utilizza quella di asessuatə, che significa privə di organi sessuali. Nella nostra società non si riesce ancora a concepire lo scegliere di non fare sesso: una persona asessuale può esistere solo se priva di organi sessuali. Ancora troppe persone, e purtroppo anche alcuni membri della comunità LGBTQIA+, negano l’esistenza stessa dell’asessualità e dell’aromanticismo, oppure sostengono che la comunità aroace non venga davvero discriminata perché, rispetto ad altri membri corre meno il rischio, per esempio, di essere picchiata per strada. È come dire che una donna che subisce violenza economica e psicologica non ha nulla da denunciare, perché non ha subito violenza fisica. È un discorso preoccupante e senza senso. Gli effetti psicologici di una costante negazione della propria identità sono disgreganti e rendono molto difficile la creazione di un Sé coeso e autentico. La violenza psicologica non è una violenza di serie B: non esiste una classifica delle violenze, e tentare di crearla è estremamente pericoloso e malsano. Infantilizzare l’orientamento sessuale di una persona, e di fatto quindi negarlo, tramite l’idea amatonormativa del “massì dai, vedrai che cambierai idea, non hai semplicemente ancora incontrato la persona giusta” è violenza. Il fatto che il proprio orientamento sessuale non venga considerato come valido aumenta anche il rischio di essere sottopost3 a pressioni sociali, proposte di violenze sessuali, annullamento del valore della negazione del proprio consenso.
“Un ragazzo, dopo un mio rifiuto a fare sesso, mi ha invitata a chiudere gli occhi e lasciarlo provare un po’, perché stava impazzendo per gli ormoni e tramite lui sarei cambiata. Avevo già fatto coming out, e lui mi stava chiedendo di farmi violentare. Non credo fosse cattivo o fosse davvero consapevole di starmi proponendo uno stupro correttivo. Ed è per questo che abbiamo bisogno di una nuova cultura del consenso, che promuova una sessualità sana, libera e rispettosa. Inoltre, esiste la violenza psicologica. Il sentirsi dire continuamente “il tuo orientamento sessuale non esiste” equivale a sentirsi dire “tu non esisti”. Non tutte le violenze lasciano lividi. Alcune fanno “soltanto” squarci nella salute mentale di una persona. Davvero è meno pericoloso? Ma, soprattutto, chi lo decide? Mi sto impegnando anche a diffondere informazione riguardo al frigid-shaming, l’opposto dello slut-shaming diciamo. Infatti, ho rivendicato figa di legno come mia etichetta, ne ho fatto la mia forza, rendendo un insulto una parte di me.” (Giada)
La comunità aroace esiste, e necessita di essere riconosciuta, tutelata e integrata. Zan, dove sei? Non era tutt3 o nessunə lo slogan?
“Non possiamo accettare di continuare ad essere zittit3 ed esclus3 da esponenti politici che fingono di voler creare una cultura dell’inclusività. Mi chiedo se Zan si renda conto di star portando avanti un comportamento puramente patriarcale: mi dai fastidio? Ti dico di stare zittə perché la tua voce non vale, e cerco di invisibilizzarti. Non ti dico da quante persone sono stata bloccata su Instagram! Divers3 politich3 e attivist3 a favore del Ddl Zan mi hanno riservato questo trattamento. La pagina Da’ voce al rispetto, che si occupa di promuovere la campagna ufficiale del DdL Zan, ha bloccato me e tutt3 l3 altr3 attivist3 e le altre persone aroace che hanno cercato un dialogo. Ciliegina sulla torta patriarcale? Con profili privati, le persone che amministrano quella pagina hanno bombardato di segnalazioni stop.afobia_ita e l’hanno fatta disabilitare. Ora siamo riuscit3 a recuperarla, ma per giorni temevamo di avere perso tutto. L’afobia esiste è l’unica pagina italiana che si occupa di denunciare questo tipo di discriminazioni. Oltre a dimostrarci di non aver a cuore la causa, Da’ voce al rispetto ha compiuto un gesto simbolico di repressione totale verso una lotta che va avanti da tre anni, di distruzione di un archivio che conteneva più di 1700 casi di afobia. Dopo aver recuperato la pagina, hanno scritto un post contro di noi con scritto “Stop trolling”, affermando che l’asessualità e l’aromanticismo non sono esclusi dal Ddl Zan e che semplicemente non possono mettersi a fare l’elenco ogni volta che ne parlano. Questo siamo per loro: un elenco che non può essere ripetuto al completo ogni volta, perché sennò annoia. Delle nostre identità, dei nostri sentimenti, poco importa. Siamo soltanto numeri, voti, invece che volti.
Bastava fermarsi e chiedere scusa. Bastava ammettere di avere sbagliato ed includerci. Che differenza c’è fra un Salvini che vuole escludere dal disegno di legge le persone transgender e uno Zan che vuole escludere le persone asessuali e aromantiche? L’unica risposta che continuiamo a ricevere da oltre un anno è quella di partecipare alle agorà democratiche. Quindi, se vogliamo che i nostri diritti vengano rispettati e tutelati, siamo obbligat3 a presentarci fisicamente alle agorà e a versare almeno 1€ al PD. Non mi sembra che le altre persone, per essere inserite nel Ddl Zan, siano state obbligate a partecipare alle agorà. Non si può dare alla tutela e all’inclusione un vincolo fisico, ma scherziamo? Ci sono attivist3, come me, che non si sentirebbero al sicuro in una situazione del genere, e non posso pensare di dovermi far triggerare per vedere i miei diritti accolti. Non si può continuare a parlare di inclusione escludendo chi ci pare, come se fosse una partita a carte. Stiamo parlando della vita delle persone. Stiamo parlando di quelle vite di cui Zan si professa difensore, perché “sull’odio non si fanno mediazioni”. Già, purtroppo dipende da chi viene odiato e da chi odia. Se un Salvini marginalizza e stigmatizza l’indignazione dilaga. Se la marginalizzazione e la stigmatizzazione viene portata avanti da esponenti della comunità LGBTQIA+ noi dovremmo rimanere in silenzio. Non esiste, non siamo la categoria di serie Z, non può più esistere una categoria di serie Z. Se ho speranze? Certo, ho tanta speranza. Anche tanta rabbia, delusione, e paura. Ma continuerò, e continueremo.
C’è bisogno di una nuova cultura della sessualità, che coinvolga tutti gli orientamenti sessuali, e non solo quelli che portano consensi a Zan. Il Ddl Zan privo di una campagna educativa serve a poco. Non è la punizione in sé che ci interessa, non è l’aggravante giuridico, per quanto esso sia fondamentale: è la (ri)educazione che è indispensabile. L’educazione deve partire dagli asili e arrivare alle piazze, nelle carceri e nelle case di ogni famiglia, per la costruzione di una nuova società. L’allonormatività, se presentata come unica possibilità relazionale “normale” può causare tantissimo dolore e senso di inadeguatezza. E non solo nelle persone asessuali, ma anche in tutte le persone allosessuali che si sentono obbligate ad avere rapporti sessuali anche quando in realtà non li desiderano, per non deviare dagli schemi normativi sociali. Si possono avere relazioni meravigliose anche senza avere il sesso come centro gravitazionale. Sesso e amore non sono sinonimi. Nessunə potrà dire di essere davvero consenziente rispetto al sesso fino a quando ognunə di noi non riconoscerà a se stessə il diritto di poter scegliere di non fare sesso per tutta la vita.” (Giada)
Il non concepire, ammettere e accettare che si possa non fare sesso – e quindi il mancato riconoscimento dell’asessualità come orientamento sessuale – è una parte fondamentale della cultura patriarcale. Senza il monopolio sul sesso – e sullo stupro – il patriarcato trema, perché una persona che reclama il proprio diritto a non volere una sessualità – proprio come chi reclama il proprio diritto ad averne una priva di vincoli – è una persona libera, e quindi incontrollabile. Dobbiamo riprenderci i nostri corpi e il nostro sacro diritto al consenso, dobbiamo ripartire dalla nascita per la creazione di una cultura della sessualità libera, positiva, che parta dalla diversità del desiderio di ognunə di noi per realizzarsi in una totale libertà di scelta. Nella strada per la comprensione di quanto siamo da sempre abituat3 a vivere immers3 in una cultura dello stupro, ho incontrato una ragazza incredibile, che mi ha permesso di comprendere la vastità di questa realtà. Blu ha 27 anni. Ci conosciamo da tanto tempo, ma ci siamo scoperte nel profondo solo di recente. Ed è stata un’esperienza magica.
“Ho capito di essere graysessuale qualche mese fa. La comprensione del mio orientamento sessuale è stata un percorso lungo e tortuoso, anche perché sono sempre stata alloromantica, e nessunə mi aveva mai spiegato davvero la differenza tra sperimentare attrazione sessuale e attrazione romantica; pensavo che le due cose fossero inseparabili, e mi sentivo sbagliata dal momento in cui dentro di me sono sempre state estremamente slegate.
Fin da piccola sono stata innamorata dell’idea di innamorarmi. Vedevo l’amore dappertutto, e mi innamoravo di continuo. Ovunque andassi, cercavo degli occhi con cui intraprendere una relazione, anche solo di cinque minuti su un mezzo pubblico. Adesso ci ripenso con tenerezza: credo di avere sempre avuto dentro di me tantissimo dolore, che a modo mio trasformavo in amore e nel desiderio di sperimentare emozioni potenti, che facessero traballare il cielo. Le relazioni erano – e sono – la mia vita. Ma sono state anche il mio peggior incubo. Da piccola avevo una personalità estremamente dipendente; ero timida, insicura, incapace di arrabbiarmi. Non ho mai concepito la cattiveria gratuita, e le scuole che ho frequentato ne erano piene. Io in qualche maniera sono sopravvissuta, purtroppo a volte anche omologandomi a questa meschinità. Ma il ricordo di quegli anni è abbastanza terribile. Mi chiedo davvero perché la scuola debba essere uno spietato hunger games che miete vittime. Ci fanno studiare ancora la Guerra delle due rose e le crociate, Torquato Tasso e i terremoti, ma l’affrontare in classe temi come l’empatia, l’inclusività e il rispetto è ancora una chimera. Penso che il sistema scolastico italiano dovrebbe rivalutare seriamente le proprie priorità educative. Ci preparano alla guerra ma non all’affettività sana. Ci fanno imparare a memoria liste di vincitori senza mai farci assumere il punto di vista dei vinti. Ci insegnano a schiacciare, non a convivere rispettando ogni forma di vita.
Oltre alla cattiveria, fin dalle medie mi ricordo la malasanità con cui l3 adolescent3 vivevano la sessualità. Parliamoci chiaro: non è il sesso in sé il problema. Io vorrei che si facesse educazione sessuale e di genere a partire da all’asilo, con le giuste precauzioni a seconda dell’età ovviamente. Ciò che ritengo pericoloso è una precoce sessualizzazione, priva di educazione. Il sesso è potere, soprattutto nella nostra società. E può essere anche profondo dolore, confusione, trauma, sopruso. La mente e il corpo devono essere preparati al sesso, o gli effetti possono essere devastanti. Su di me lo sono stati. Durante l’adolescenza ho spesso subito la sessualità altrui come imposizione, dal momento in cui l’educazione al consenso non è mai esistita, e non esiste tutt’ora. Esiste però ben radicata un’educazione alla violenza sessuale, che protegge gli uomini e intima alle donne di fare silenzio mentre vengono toccate.
Alle medie, ricordo così bene le risate di tutti sti ragazzetti che facevano a gara a chi tirava più forte una pacca sul culo di una compagna, mi ricordo le palline nei reggiseni, i commenti intrusivi, le mani sui seni. Mii dispiace – ironicamente – per chi sarà infastidito da questa affermazione, perché sotto sotto dentro di sé dovrà ammettere di aver perpetuato almeno una volta nella propria vita – rimanendo impunito – una violenza sessuale, e non c’ha sbatti di sentirsi colpevole: ma una pacca sul culo non consensuale è una violenza sessuale. Spero che gli uomini un giorno saranno in grado di mettere in discussione il loro diritto di poter toccare quando desiderano un corpo altrui e rivedano il diritto altrui di non desiderare mani estranee addosso, così come fischi, commenti, appoggiate. La cosa più malsana – e violenta – è che noi ragazze, se non ricevevamo queste “attenzioni” ci sentivamo sfigate, sbagliate. Io in primis, pur sperimentando profondo disagio, mi sentivo appagata da questi gesti maschili: nella mia fragilità, credevo fossero conferme del fatto che ero socialmente accettabile, bella, da desiderare; quindi, ridevo. Solo dopo ho capito che da ridere non c’era proprio nulla. Che società è una che fa sentire delle ragazzine schifose e prive di valore se non si fanno toccare – dovendo pure sorridere – contro il proprio consenso? Una società patriarcale, sorretta da una cultura dello stupro. Una società in cui la sessualità molto spesso non è reciproca e consensuale, ma uno strumento di controllo e di imposizione, anche implicita e inconscia, in mano maschile. Probabilmente dei ragazzini di dodici anni non sanno che toccare un culo senza consenso è una violenza sessuale. Ma il dramma è proprio questo: che non lo sappiano. Non era obbligatorio per quei ragazzi toccarci, eppure non è mai stato contemplato il fatto che non lo facessero, o che noi ragazze potessimo dire qualcosa a riguardo. Questo è il patriarcato, questo è il privilegio a cui ogni uomo va incontro almeno una volta nella propria vita, che lo voglia ammettere o meno: il diritto di toccare e dominare corpi altrui senza domandarsi prima se la persona sia consenziente o meno. E questo è un punto cruciale del percorso di un uomo: il rendersi conto di questo privilegio e decidere se rifiutarlo o meno. Non è mai troppo tardi per farlo. Così, tanto per dire. Chiaramente, la violenza sessuale con lo sviluppo si modifica. Da toccata di culo diventa appoggiata in discoteca, accerchiamento di gruppo, bacio a stampo rubato. Senza arrivare allo stupro, diventa incapacità di concepire che una persona possa non voler avere rapporti sessuali, diventa diffusione non consensuale vendicativa di materiale intimo sessuale, iper-controllo, mortificazione.
Durante il liceo ho avuto la mia prima vera esperienza sessuale. Da lì si sono susseguiti una serie di anni drammatici per me, che hanno visto il sesso come fulcro della mia disfunzionalità autolesiva e del mio dolore. In terza liceo sono entrata in una relazione violenta con un ragazzo più grande di me, che ripetutamente mi ha violentata. Ma non voglio dilungarmi su questo. Ciò su cui mi vorrei concentrare è quello che è venuto dopo questa relazione violenta, durata anni. In seguito, ho sviluppato una serie di traumi, anche sessuali. Nel percorso di scoperta della mia sessualità è sempre stato profondamente difficile capire cosa originasse dai traumi e cosa fosse invece parte di chi sono io, ossia una persona che prova raramente attrazione sessuale. La violenza subita si era fusa con la mia persona a tal punto da far fatica a distinguere questi due aspetti completamente diversi. Ad oggi i miei traumi non si sono ancora risanati, e a volte si risvegliano terribilmente; però, ho imparato a riconoscerli e soprattutto a separarli dal mio orientamento sessuale. Il mio provare raramente attrazione sessuale è rimasto, e non ha assolutamente nulla di patologico o bizzarro: è chi sono io. Perché mi è stato così difficile scindere queste due parti – confuse ancora di più dall’essere alloromantica -? Perché nessunə mi aveva mai detto che avrei potuto, anche senza trauma, scegliere di non fare sesso per tutta la vita, senza essere una persona strana, diversa, indesiderabile, malata, figa di legno. Nessunə mi aveva mai detto che si può fare sesso come si può non fare sesso, e che le due cose sono esattamente valide in egual misura. Mi sono sempre obbligata a pensare che il mio disinteresse nei confronti del sesso non fosse lecito, e quindi per forza di cose dovesse essere patologico. Inoltre, in tutte le situazioni potenzialmente sessuali in cui mi sono trovata, perché magari andavo a casa di un ragazzo per – nella mia testa – passare la notte a parlare, ho avuto davanti uomini che per il semplice fatto che fossi lì, davano completamente per dovuto il fare sesso. Non sono stata fisicamente obbligata, ma il non concepire l’idea che si possa anche non fare sesso pone sull’atto sessuale un’obbligatorietà che toglie il fiato, che schiaccia, e che sopprime un reale consenso. Perché se non è contemplato il poter dire di no, non esiste l’essenza stessa del consenso. Tante volte ho provato a dire “non me la sento”, e ogni volta ho subito una tale incessante pressione (eh ma allora cosa sei venuta a fare, mi hai preso per il culo, ecc) da sentirmi costretta all’atto sessuale, vivendo anche queste esperienze come violenze.
Io amo la sessualità, amo studiarla, parlarne e confrontarmi; amo vedere persone che vivono la propria in maniera libera, coraggiosa e priva di tabù. Sono una persona estremamente erotica. Ho dei rapporti sessuali intensi e consensuali, perché ho trovato un fidanzato che mi conosce, mi accoglie e che mi ama nel profondo, rispettandomi. Mi eccito pur spesso senza provare attrazione sessuale, ed è assolutamente valida come cosa. Non utilizzerò più il termine normale, perché tutto ciò che sta al di fuori di esso è considerato patologico e/o mostruoso; il termine normale è un confine giudicante che esclude e stigmatizza, mentre io sono fatta di pura fusione di varie diversità. Non sono normale: sono viva, sono me stessa, sono Blu e sono felice di esserlo. Non permetterò mai più a nessunə di farmi sentire spezzata, perché finalmente so di essere completa nella mia complessità”. (Blu)
È una grande dimostrazione di coraggio provare a disimparare ciò che ci è stato insegnato per tutta la vita. Ed è un atto di ribellione ad oggi necessario più che mai. Cambiare non significa rinnegare, comprendere non significa tradire, evolversi non significa andarsene. Finché continueremo a pensare che ciò che è stato appreso sia immodificabile, il dominio del patriarcato non terminerà. Finché presteremo fede ad un regime della differenza sessuale, della differenza di ruolo e di genere, finché ci terremo aggrappati alle catene del normale, il dominio del patriarcato rimarrà indisturbato. Il patriarcato teme chi si pone domande, perché sa che quando trova risposte le sue violenze strutturali e secolari non possono più essere negate o nascoste. È inquietante che nel 2022 sia ancora considerato estremista il – sacro – diritto che molt3 reclamano – o chiedono per la prima volta – di poter semplicemente decidere quale vita scegliere per se stess3. Per quanto tempo ancora, pur di non turbare e impensierire l’assetto mentale patriarcale eteronormativo – cristiano -, toglieremo la vita, la dignità e la libertà ad altre persone? Perché, e possiamo ridirlo a voce alta, senza vergogna ma con timore: l’Italia, per molt3, è un paese pericoloso in cui vivere. Essere se stess3 in maniera autentica è un atto rivoluzionario, che può costare la vita. Spezziamo il bastone, ribelliamoci, torniamo a riempire le piazze e a nutrire la nostra indignazione per co-costruire la fine dell’impero patriarcale e la nascita dell’umanità pacifica. Continuiamo a studiare, a informarci e ad andare contro corrente, combattiamo per la creazione di una nuova epistemologia della sessualità, che non etichetti come deviante o mostruosə chiunque si allontani dal regime dell’eteronormatività e della differenza sessuale. Riveliamo carne, seni, capezzoli e culi, distruggiamo la censura del corpo femminile e dei corpi non conformi a favore di una cultura della sessualità consensuale, informata, protetta e, prima di ogni altra cosa, libera. Non vogliamo più coprirci, nasconderci o vergognarci. Vogliamo poter decidere noi quando e come mostrare, vivere e narrare la nostra sessualità. E la nostra intera esistenza. Vogliamo essere luce politica urlante.
“Quel fuoco siamo noi. Noi siamo l’Apocalisse […]: noi siamo la fine del mondo che era e il primo segno di quello che verrà, quando, nell’era dopo il patriarcato, saranno i mostri a dominare il mondo. Nel nostro sangue, nelle nostre storie, c’è la magia. […] Il fuoco che arse le streghe sarà il faro sul nostro cammino” (Doyle, 2021, p: 262)
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SITOGRAFIA
http://www.asexuality.org/