TOP

Intersezionale

Mani al lavoro

L’AFGHANISTAN DIMENTICATO

Articolo di Caterina Carmassi

Non è più un mistero che l’invasione dell’Afghanistan da parte degli USA e dei paesi NATO, fatta con il pretesto di sconfiggere il terrorismo e liberare le donne, è stata un enorme fallimento. La guerra ha prodotto 241.000 vittime e oltre 3,5 milioni di sfollati. In 20 anni di occupazione militare gli USA hanno speso 2.300 miliardi di dollari, la Germania 19 miliardi di euro e l’Italia 8,7 miliardi di euro. 

La “liberazione delle donne” non è stata garantita: oltre l’80% delle donne afghane è ancora analfabeta e la violenza nei loro confronti è tra le più alte al mondo; le donne che hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare costituiscono una minoranza, usata dall’Occidente per dimostrare il successo dell’occupazione.

Il terrorismo non è stato sconfitto: basti pensare che il presidente USA Trump ha rimesso il paese in mano ai talebani, un gruppo di terroristi fondamentalisti divisi in più correnti, ciascuna finanziata da paesi che hanno interesse a tenere sotto controllo l’aera (Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, USA…); dal 2015 è attiva la violentissima cellula ISIS Khorasan, responsabile, ancora oggi, di numerosi attentati che colpiscono soprattutto civili innocenti. In compenso, almeno per ora, i signori della guerra, responsabili di crimini orrendi, ai quali nel 2002 la coalizione occidentale ha consegnato il potere, hanno riparato all’estero con il bottino; i soldi che sarebbero dovuti servire alla ricostruzione sono stati inghiottiti dalla corruzione che aveva raggiunto livelli spaventosi, lasciando il paese con pochissime e gravemente carenti infrastrutture, scuole, ospedali che, a quasi nove mesi dalla presa del potere dei talebani, sono al totale collasso. Oggi la povertà è all’apice e le famiglie non hanno nulla da mangiare. Secondo un rapporto del World Food Programme del 2021 (https://docs.wfp.org/api/documents/WFP-0000137919/download/?_ga=2.131825807.1089840545.1650039117-1710960854.1650039117) già alla fine dell’anno passato il 98% della popolazione non avrebbe avuto cibo a sufficienza. E così è stato.

Per finire con l’elenco dei disastri, nei 20 anni passati l’Afghanistan ha raggiunto il triste primato come maggior produttore mondiale di eroina.

I rifugiati

I paesi della Nato, nei giorni seguenti al 15 agosto, hanno evacuato, nel caos, solo una minima parte di coloro che in Afghanistan, in questi 20 anni, hanno lavorato per ambasciate, forze armate, ONG, o anche insegnanti, musicisti ecc. Coloro che non hanno avuto la possibilità di scappare sono nel mirino dei talebani, che continuano a operare rastrellamenti casa per casa per andare a scovare i “collaborazionisti”. E tantissime sono le persone sparite, imprigionate, uccise.

Oggi i talebani hanno vietato ai loro concittadini di lasciare il paese, se non per serie ragioni di salute, e un visto per il Pakistan può costare fino a 600 dollari, e ben pochi dispongono di una cifra simile. Chi cerca di raggiungere la frontiera lo fa a suo rischio e pericolo; i maltrattamenti e i respingimenti nei confronti di chi cerca di vuole andarsene sono all’ordine del giorno.

Purtroppo, una volta raggiunto un paese confinante l’iter per riuscire ad avere un visto da un paese occidentale è estremamente complesso, con una burocrazia insensata, e molto spesso non va a buon fine.

Le donne

Alle donne oggi è vietato andare a scuola dopo gli 11 anni, devono uscire con un mahram (parente maschio), coperte dalla testa ai piedi, non possono lavorare fuori casa (a eccezione di pochi casi) né partecipare alla vita politica e sociale del paese, farsi visitare da un medico maschio, truccarsi, indossare scarpe con i tacchi, ridere per strada, fare sport, suonare uno strumento musicale…; una relazione extraconiugale viene punita con la lapidazione.

Le donne che hanno protestato, e che continuano a farlo, vengono cercate, arrestate, uccise, come nel caso di Frozan Safi, attivista e docente universitaria di 29 anni.

Oggi diverse organizzazioni, tra cui RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – https://www.facebook.com/RAWA.Afghanistan ), si sono organizzate clandestinamente per creare classi per le ragazze sopra gli 11 anni, per portare avanti piccoli progetti di formazione professionale, per distribuire il cibo a chi non ce la fa, prendendosi rischi enormi.

E chiedono che l’Afghanistan e la sua gente non vengano dimenticati come in passato.

La privatizzazione dell’accoglienza ed il fallimento del nostro sistema di asilo

I due temi dell’accoglienza degli Ucraini in Fuga dalla guerra e dell’evacuazione degli Afghani, intrappolati e senza scampo, vengono trattati in modo spesso confliggente, come se l’affrontare un problema escludesse la possibilità di continuare ad occuparsi dell’altro. Le due realtà, invece, sono accomunate da un dato: la tendenza a delegare al terzo settore e ai privati l’accoglienza e, in parte, l’accesso al diritto di asilo. Infatti, nonostante le promesse iniziali, i paesi occidentali che si erano impegnati ad accogliere gli afghani a rischio hanno girato le spalle e non sembrano intenzionati a cambiare idea, soprattutto dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina. I voli di evacuazione dall’Afghanistan nell’immediato sono stati eroici e disperati ma senza ombra di dubbio insufficienti: una goccia in mezzo al mare della devastazione che abbiamo lasciato una volta abbandonato il paese. Ancora oggi non abbiamo sedi consolari operative in Afghanistan così che chi lascia il paese lo fa a proprio rischio e pericolo per poi trovarsi comunque clandestino e senza visto in un paese limitrofo dal quale rischia, in ogni caso, il respingimento o il rimpatrio verso gli aguzzini talebani. Per chi si trovi in questa situazione paradossale, la normativa italiana non fa altro che giocare sull’ambiguità, sulle prassi benevole attuate eventualmente dai singoli consolati ma che non si possono pronunciare ad alta voce o far divenire regola. Anche la strada della concessione di visti umanitari – prevista dalla normativa europea ma inattuata in Italia – è stata duramente stroncata dalla giurisprudenza capitolina dopo un primo coraggioso provvedimento che, a inizio 2022, aveva imposto al governo italiano di concedere due di questi visti a dei giornalisti a rischio. Chi invece con grandi sforzi e peripezie riesca ad ottenere un visto per il nostro paese, dovrà garantire che entrerà nel paese a proprie spese e con proprie risorse anche per il sostentamento a tempo indeterminato in Italia ed è ovvio che tali spese sono nella maggior parte dei casi sostenute da organizzazioni del terzo settore.

Intanto i corridoi umanitari – timido simbolo della perdurante presenza di una volontà politica pubblica – sono orribilmente in ritardo e la speranza è che siano in partenza i primi voli a maggio del 2022. I numeri previsti nel protocollo di intesa che li istituisce così come le modalità di attuazione, tuttavia, lasciano già intravedere la loro grave insufficienza. Sì perché una parte rilevante delle evacuazioni sarà comunque a carico delle organizzazioni che tali corridoi attueranno. Inutile dire che anche l’inserimento nelle liste dei corridoi umanitari, in questo modo non può che far di nuovo capo ad un collegamento preesistente con la cooperazione internazionale o l’attivismo per i diritti (quando, invece, il diritto a decidere di lasciare l’Afghanistan dovrebbe essere di tutti gli Afghani decisi a farlo).

In sintesi, sotto le mentite spoglie di una collaborazione virtuosa tra pubblico e privato, si cela in realtà una pura e semplice privatizzazione dell’accoglienza, sulla scia di modelli già utilizzati in altre esperienze extraeuropee. Il timore è che tale prassi, giustificata nel caso afghano dai grandi numeri, nel caso ucraino dall’urgenza, venga progressivamente cristallizzata e fatta passare per una buona pratica per poi essere riprodotto come regola. Un simile modello di accoglienza spoglierebbe sempre più lo stato di qualsiasi responsabilità non solo rispetto alla sacrosanta accoglienza dei migranti e richiedenti asilo ma, soprattutto, ai percorsi di integrazione sociale, culturale e linguistica che costituiscono la sola possibilità di raggiungere una società pacifica e sana.

"In Difesa Di", per i Diritti Umani e chi li difende, è rete italiana di oltre 40 organizzazioni, associazioni, realtà che lavorano in sostegno ai difensori ed alle difensore dei diritti umani. (www.indifesadi.org).

Post a Comment