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Uomo in campo

La mascolinità tossica, da chi la compie a chi la combatte

Secondo una definizione del New York Times, la mascolinità tossica è “un insieme di comportamenti e credenze che comprendono il sopprimere le emozioni, mascherare il disagio o la tristezza, il mantenere un’apparenza di stoicismo, e la violenza come indicatore di potere (pensate al comportamento da ‘uomo duro’)”. Quindi è un insieme di stereotipi che definiscono l’uomo come un essere dominante nella società e spesso sono accompagnati da misoginia e omofobia. Il termine viene dagli anni Ottanta, quando lo psicologo americano Sheperd Bliss ha cominciato a studiare le diverse forme di mascolinità. Nonostante siano passati molti anni, la mascolinità tossica esiste ancora nella nostra società. Basta pensare al fatto che ancora oggi molti ragazzi vengono cresciuti con dei modelli culturali del genere e ciò è dannoso sia per l’uomo stesso, sia per la società. Infatti causa spesso comportamenti di violenza come abusi sessuali o episodi omofobi.


La letteratura femminista, fin dagli esordi delle sue trattazioni, imputa all’uomo la costruzione di quelle regole sociali e culturali androcentriche contro le quali le donne sentono di dover combattere.


Ma anche ammesso che questa impostazione culturale alla base del sistema patriarcale sia stata inizialmente dettata dall’uomo, per ragioni di forza, potere, religione, oggi che influenza ha sugli uomini 2.0, ossia sugli uomini “in divenire”?


Tra gli anni ‘80 e ‘90, Shepherd Bliss coniò il termine “mascolinità tossica” al fine di indicare una serie di norme e comportamenti che, nell’immaginario comune, vengono associati all’idea di “essere uomini”, mostrando come questa tendenza non solo sia inadatta, ma perfino dannosa.
In particolare, i tratti che Bliss definiva come “tossici” per la mascolinità, includevano “l’evitare di esprimere emozioni”, il “trasporto esagerato per il predominio fisico, sessuale e intellettuale” e la “sistematica svalutazione delle opinioni delle donne, sul loro corpo e sulla loro esistenza”.


Il modello di “maschio” ideale disegnato dalla nostra società infatti richiede forza (fisica e psicologica), indipendenza, orgoglio e controllo. All’uomo, perché di uomo si parli, non è ammessa
alcuna forma di debolezza: l’uomo non piange, non parla dei propri sentimenti per lasciare spazio alla competizione e alla forza. Quello del “maschio alpha”, dotato delle caratteristiche appena
espresse, non è neanche un modello da seguire, bensì il minimo sindacale da rispettare per essere riconosciuti come uomini.
Questo tipo di descrizione di virilità maschile ha tolto agli uomini la possibilità di esprimere liberamente una virilità emotiva, ha tolto loro il diritto alla fragilità, alla gentilezza, alla sensibilità o
all’empatia richiedendo invece costanti dimostrazioni di rivendicazione e esercizio del potere.


La mascolinità tossica è dunque l’idea che ci sia solo un modo di essere uomini, mentre tutti gli altri sono meno uomini. Effeminati o “emasculated“, ossia “smascolinizzati”, ponendo al di fuori della
categoria uomo, tutto ciò che non rientra nella categoria in possesso delle caratteristiche sopra descritte, rendendo inaccettabile il fatto che chiunque si senta uomo possa esserlo a modo proprio.
La mascolinità tossica dunque definisce comportamenti offensivi e nocivi e atteggiamenti che vengono comunemente associati agli uomini. Atteggiamenti tossici che vengono giustificati anche
dal fatto che continuano ad essere perpretati dagli uomini stessi. Questa tossicità ha evidenti conseguenze forti verso altri uomini, verso sé stessi, verso donne e persone non binarie (queer).
Le conseguenze di questo concetto possono essere riassunte in tre ambiti.


Anzitutto si verificano derive di misoginia che sfociano in comportamenti violenti come abusi sessuali o femminicidi.
Dopodiché il fatto di reprimere le emozioni e giustificare i comportamenti aggresivi si rischia di causare delle ripercussioni psicologiche, tra cui depressione, stress e abuso di sostanze stupefacenti.


Per ultimo abbiamo lo sfociare in omofobia e transfobia. Si pensa che l’omosessualità si limiti a un’idea di femminilizzazione degli uomini e da qui può nascere un concetto di impossibilità per gli
uomini di vivere il loro orientamento sessuale. All’origine dell’omofobia c’è infatti l’eterosessismo dettato dalla mascolinità tossica che impedisce al maschile di essere altro se non eterosessuale.
La mascolinità tossica è spesso evidente, di esempi ce ne sono tanti, no di questi è ciò che è accaduto alla premiazione degli Academy Awards di quest’anno tra Chris Rock e Will Smith, su cui
il comico fece una battuta di pessimo gusto su Jada Pinkett riguardo la sua malattia e il marito che si alzò dandogli un pugno in faccia.
Questo fenomeno è ormai centrale nel mondo della televisione e della moda. Già da tempo sono incrementate le proteste e i movimenti di uomini che si ribellano in diversi modi a questa tossicità truccandosi, indossando gonne e urlando al mondo chi sono veramente. Ad esempio Freddy Mercury o David Bowie sono stati tra i primi a distruggere questo tipo di stereotipo. A queste proteste e movimenti hanno preso parte anche molte case di moda e stilisti: Alessandro Michele, stilista di Gucci, con le sue nuove collezioni si è spinto verso l’immagine di un uomo diverso.
Questo fenomeno possiamo ritrovarlo anche in molte icone della musica un po’ più attuali, come Achille Lauro sul palco di Sanremo, Renato Zero che negli anni Settanta ha rivoluzionato la tradizione con i suoi costumi particolari, o Harry Styles.


A novembre 2021, davanti ai professori del liceo “Zucchi” di Monza non c’erano solo ragazze in gonna, ma anche tanti ragazzi che almeno per un giorno hanno abbandonato i jeans, “per
manifestare il desiderio di vivere in un luogo in cui sentirsi liberi di essere ciò che si è e di non essere definiti dai vestiti che si indossano”.
L’iniziativa denominata “Zucchingonna”, organizzata dagli studenti del classico, ha trovato anche il via libera della dirigente Rosalia Natalizi Baldi. L’idea è nata ad alcuni studenti dell’ultimo anno,
ma ha coinvolto tutti e tutte. La filosofia di fondo è una: “Siamo contro la sessualizzazione del corpo” e la “mascolinità tossica”. Una protesta che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica
visto che in Italia, il liceo “Zucchi” è l’unico ad aver proposto una simile iniziativa. Finora una manifestazione simile si era vista solo a Valladolid, nel nord ovest della Spagna, dove un professore
di matematica ha deciso di postare una sua foto mentre fa lezione indossando una gonna, in solidarietà ad un alunno espulso da scuola e inviato dallo psicologo, per aver indossato un abito femminile.


È dunque importante ammettere che questa costruzione sociale del genere maschile sia nociva perché permette di fomentare le strutture patriarcali. È nocivo perché fa male all’intera società, ma in particolare agli uomini stessi. Il metodo più efficiente per contrastare il modello è cambiare l’educazione. Accompagniamo i giovani uomini a comprendere che non hanno bisogno di essere conformi a stereotipi aggressivi e antichi della mascolinità. Educare per prevenire atteggiamenti violenti, problemi di salute mentale, suicidi, crimini di genere e violenza di ogni livello.
Impegnamoci noi tutt*, uomini e donne e persone non binarie (queer), per costruire assieme una società basata sul rispetto, la parità e la libertà.

Antro della Femminista è un progetto nato il 10 marzo 2015 e si basa su 3 parole fondamentali: informazione, attivismo, resistenza. Si occupa di diritti umani, perlopiù sui diritti delle donne, ma anche di antifascismo, antirazzismo e tematiche LGBT+. Non accetta separatismi e divisioni, specialmente in tempi come questi fatti di odio fascista bisogna rimanere tutt* unit* per il bene dei diritti di tutte le classi discriminate. Femminista intersezionale, contro lo sfruttamento e l'oggettificazione della donna, abolizionista in tutte le sue forme derivanti dal patriarcato e dal capitalismo, pro-choice per l'aborto.

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