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Carcere: la paura dietro le sbarre.

Articolo di Chiara Colosimo

Il carcere, argomento delicato anche per chi non lo vive. Numerose sono le tematiche attorno al quale ruota e altrettanto numerosi e sconfortanti sono i dati. Le condizioni per chi vive in carcere sono disumane, anche perché ci troviamo dinnanzi a strutture fatiscenti, progettate secoli orsono: difficile pensare di essere portatori di diritti davanti a esseri umani relegati in pochi metri quadri di cella. Parlare di diritti delle persone private della libertà personale non è semplice, anche perché le previsioni normative nulla hanno a che fare con le coeve modalità con le quali si impone di scontare la pena detentiva. Eppure l’ordinamento giuridico ci parla di concetti come la rieducazione e il reinserimento, oltremodo distanti dalla realtà penitenziaria.

I dati allarmanti su morti e suicidi in carcere, riportati dalle associazioni attive sul territorio che, nel silenzio assordante delle istituzioni fanno sentire la propria voce, ci interrogano sui bisogni di una fetta di popolazione in attesa di ascolto. Ogni bollettino sembra un vero e proprio “dossier della morte”: ammontano a 23, infatti, i suicidi nel 2022; a fronte di 51 nel 2021 e 62 nel 2020. Quest’ultimo dato, incrementato dall’emergenza pandemica, si trascina dietro un altro doloroso capitolo di questa quotidiana cronaca della morte, intitolato “carcere e Covid”. A tal proposito non appare fuori luogo ricordare un recente caso di cronaca avvenuto a Messina: Manuela, una giovane di soli 29 anni, si è impiccata in cella esattamente ventiquattro ore dopo il suo il suo arresto, subito dopo l’interrogatorio di garanzia.

Dietro questa dolorosa vicenda si celano dei disturbi psicologici a cui non si è dato il giusto peso: proprio sulla scorta di queste valutazioni, la famiglia della vittima ha deciso di presentare un esposto in Procura per espletare tutte le indagini necessarie a chiarire i dettagli della dinamica.

Ed è proprio nel solco di un profondo disagio che si colloca un’altra spaccatura, a scapito di chi vive la sua vita nel perimetro emotivo infinito di una cella. La popolazione carceraria, così tanto segnata, subisce un altro attacco, il cui contraccolpo sarà difficile da attutire e dimenticare. La pandemia ha contribuito ad acuire disagi celati in quattro mura di cemento, equilibri precari minati dall’impossibilità di vedere una via di fuga. Alle già precarie condizioni igienico-sanitarie, si aggiunge l’ombra di un nuovo ospite fantasma, qualcosa che potrebbe colpire chi già tenta, a fatica, di restare a galla in un’esistenza sospesa. Ed ecco una spirale che risucchia dall’interno e trascina verso il basso, cancellando l’identità di uomini e donne senza nome: l’angoscia aumenta il disagio provato e vissuto, l’ansia di persone semplici che, come il resto del mondo, respirano paura che si somma alla paura. Ed è così che aumentano le richieste dei detenuti e le istanze di tutela assumono il volto delle famiglie e di tutti coloro i quali avvertono l’urgenza di rappresentare, alle volte, anche solo i bisogni primari dei propri cari: così, il peso della detenzione ricade anche sui famigliari, che non hanno commesso alcun reato. Ogni giorno sono tantissimi i detenuti che si battono per vedere ascoltate le proprie richieste, mosse da urla di disagio umano, che hanno il bisogno stringente di essere ascoltate. Queste sono storie di prigionia, figlie di anomalie tutte italiane che stentano a trovare riconoscimento e cittadinanza nei principi fondanti di questo Paese. Uno Stato in cui il diritto alle cure diventa un lusso, non può che portare a rivendicare ancora più forte il rispetto dei diritti inviolabili della nostra Costituzione, che troppo spesso ormai vengono ignorati, calpestati.

Tra le varie testimonianze raccolte dalla nostra associazione, ecco alcuni stralci di quelle narranti la sequela di visite che slittano per “urgenza Covid”.

Lei ha qualcosa nella vescica, mi disse il dottore mentre estraeva l’endoscopio dal pube. Rimasi sotto shock per parecchi secondi, tremila pensieri invasero la mia mente. E se fosse già troppo tardi? Diagnosi: neoformazione vescicale o neoplasia che significa cancro, carcinoma papillare di alto grado. Passarono 30 giorni e l’ospedale non ci rispondeva per fare l’intervento, facemmo un’istanza con il mio avvocato – erano passati quasi 60 giorni mentre io avrei dovuto essere già in convalescenza post intervento”. A raccontarlo è A.V. , detenuto italiano nato sotto lo stesso cielo di qualunque altro essere umano, che si ammala e non ha la possibilità di scegliere un posto dove curarsi: è l’istituzione totale a scegliere per lui! Siamo tutti A.V. quando si tratta di essere in pericolo di vita, ma i detenuti in Italia non sono come noi. I loro momenti di vita più delicati, in cui un attimo può tracciare per sempre destini già scritti, dovrebbero essere vissuti con la garanzia del diritto alle cure, soprattutto in ambito penitenziario.

Il viaggio della vita ci presenta vie dritte ma più volte tortuose, ci sono giorni di pioggia ma anche giorni di sole. Ho incontrato tanti ostacoli, ma Dio mi ha dato la forza di superarli, ho apprezzato questa esperienza seppur dolorosa e spero di poter donare un abbraccio a tutti coloro i quali si trovano in un momento così delicato della propria esistenza“. Così scrive in una lettera indirizzata all’associazione Yairaiha un detenuto ristretto in un reparto di Alta Sorveglianza.

Tutto ciò denota una scarsa attenzione verso queste tematiche, pensiero fortemente condiviso anche dalla CEDU che in una recente sentenza ha condannato l’Italia per maltrattamenti nei confronti di Giacomo Seydou Sy, detenuto italiano nato nel 1994, affetto da bipolarismo e forti turbe della personalità ma, nonostante ciò, trattenuto in una prigione ordinaria piuttosto che in un istituto adeguato alle sue patologie. Acclarato ciò lo Stato dovrà versare un risarcimento di 36.400 euro.

La débâcle che si cela dietro la tutela dei diritti dei ristretti dovrebbe fungere da monito alle nostre istituzioni e alla società civile, trattandosi di questioni di natura sociale che coinvolgono ogni cittadino in misura diversa: conoscere il dolore appiccicato alle mura detentive è il primo passo per prendere coscienza di un universo, come quello carcerario, che si nutre delle stesse paure e degli stessi timori che affliggono “quelli di fuori”.

Sandra Berardi, presidente dell'Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus attiva dal 2006, con sede a Cosenza è un'attivista politico-sociale, impegnata da oltre 20 anni a combattere contro le ingiustizie e le disuguaglianze che attraversano la nostra società. Una lunga militanza nelle lotte dal basso: contro la detenzione amministrativa dei migranti e per la chiusura dei CPT, ex volontaria nell'IPM di Catanzaro, ha dato vita a numerose esperienze nella sua città che ancora oggi proseguono. Il comitato di lotta per la casa Prendocasa, il comitato di quartiere Piazza Piccola, diversi spazi sociali dove si produce cultura dal basso (Centro sociale Rialzo, Auditorium Popolare, Casa di Quartiere). Abolizionista convinta, ritiene che il carcere sia una parte del problema e non la soluzione. Crede profondamente che il male e il crimine, possano sconfiggersi solo attraverso un profondo cambiamento dei paradigmi socio-economici e culturali della società che rimettano al centro il benessere di ogni individuo in una dimensione collettiva dove ognuno e ciascuno ha pari diritti e possibilità di accesso alle risorse universali di tutti gli altri.

Comments (1)

  • Alessandra

    Argomento trascurato dai media mainstream e relegato alle iniziative (tanto preziose quanto inascoltate) dei radicali e di varie associazioni.
    Grazie per averlo trattato così efficacemente!

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