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Una recensione a M. Reggio, Cospirazione animale. Tra azione diretta e intersezionalità, Meltemi 2022

Di deriva in deriva: Una recensione a M. Reggio, Cospirazione animale. Tra azione diretta e intersezionalità, Meltemi 2022

di Elisa Gavazzi, Collettivo corpi dal margine

Ho conosciuto Marco Reggio in un gruppo di lettura on line sul libro Bestie da soma di Sunaura Taylor, da lui organizzato insieme a feminoska. È stato un momento molto bello di condivisione e confronto. Molto intenso. Era la prima volta che partecipavo ad un gruppo di lettura ed ero molto emozionata. È stato molto potente attraversare uno spazio nel quale portare domande e analizzarle insieme ad altre persone, senza dover per forza trovare risposte, ma semplicemente legittimandole e dando loro lo spazio di lavorare dentro e fuori di noi.

Ho ritrovato un modo molto simile di “condurre” in questo suo libro, Cospirazione animale. Si tratta di un testo che apre al dialogo, nel quale Reggio narra storie partendo da episodi spinosi del proprio attivismo, creando domande e mettendosi in discussione. Proprio in questo sta la potenza di uno scritto che non vuole essere un dogma da seguire o semplicemente espositivo, ma una porta da attraversare tramite la quale costruire, ognunə, il proprio percorso lavorando sulla complessità, riconoscendo i propri privilegi e mettendo in discussione gli aspetti di una società che sfrutta, domina e opera violenza su tantissime soggettività, oggettivandole.

Una scelta che ha catturato la mia attenzione è stata quella di utilizzare la parola “deriva” in sostituzione del classico “capitolo”, scelta che rimanda al concetto della deriva situazionista rielaborato in modo piuttosto libero.

Secondo Reggio, “la deriva concettuale dei capitoli consiste nel darsi una serie di tracce, di luoghi da cui partire per andare poi alla deriva seguendo le varie questioni, anche inattese, che potrebbero nascere, e così facendo lasciarsi andare all’inatteso.”

Due domande mi sono rimaste impresse e mi hanno portata a riflettere molto:

“che tipo di azione possiedono i non umani?” “che tipo di confini materiali e simbolici sta violando il corpo di un animale in fuga?”

Quando ho iniziato la lettura del libro di Reggio avevo appena finito quella del libro di Maria Edgarda Marcucci Rabbia proteggimi. Nel testo Marcucci racconta i due anni che hanno portato alla misura di sorveglianza speciale messa in atto nei suoi confronti e le tappe che li hanno segnati. La sorveglianza speciale non è una condanna, non vi sono capi d’accusa da contestare e discutere, ma solo ipotesi di eventuali reati che, chi viene “attenzionatə”, potrebbe compiere sulla base, anche, di accadimenti precedenti che lə hanno visti coinvoltə. Da qui mi sono trovata a riflettere su un argomento che Reggio affronta nella Deriva #4, nella sezione “Lo spazio politico: geografie della resistenza animale”.

Egli afferma che sono l’organizzazione dello spazio, le misure prese per costruire i nostri centri abitati a creare un “soggetto giuridico-politico”; soggettə che verrà definitə fuori luogo, clandestinə, pericolosə e non adattə a vivere nella nostra società nel momento in cui violerà i confini che lə sono stati dati. Continua affermando che lo spazio abitabile è costruito a misura d’uomo, ma quale uomo? L’unico uomo che può attraversare indenne questo spazio è l’uomo cis-etero, momentaneamente abile, neurotipico, bianco, occidentale e benestante. Sono escluse tutte le altre soggettività, comprese le altre specie animali che, nel momento stesso in cui superano i confini loro assegnati, vengono vissutə come una minaccia per la nostra società. Questo accade per le persone migranti, per gli animali che fuggono dagli allevamenti, per persone ritenute “socialmente pericolose” e per tutti quegli individui che non rientrano nei canoni dello stereotipo di cui sopra.

Mi sono domandata a lungo se il parallelismo che stavo facendo fra il trattamento riservato alle persone messe sotto sorveglianza speciale come Marcucci e gli animali negli allevamenti, negli zoo ed in tutti quei luoghi dove vengono confinati per essere sfruttati non fosse una forzatura. Mi sono risposta che no, non lo era ed ho formulato alcuni parallelismi. Il primo deriva dalle misure di prevenzione messe in atto al fine di contenere e, come dice Marcucci nel suo libro, isolare. Da quando vennero pensati i primi allevamenti, le misure di contenzione sono state via via affinate per contrastare e limitare gli atti di rivolta e resistenza degli animali che vi sono rinchiusi: un esempio sono le gabbie sempre più piccole in cui gli animali sono impossibilitati a compiere anche i minimi movimenti. Le persone messe sotto sorveglianza speciale devono rispettare orari stabiliti per uscire, non possono frequentare alcuni luoghi – principalmente luoghi di aggregazione, la loro mobilità è fortemente ridotta fino quasi ad essere annullata in alcuni momenti della giornata.

Non poter circolare liberamente in certi orari e in certi luoghi, essere reclusə in gabbie sempre più piccole che ne impediscono ogni movimento, scandire la vita di questə individuə anche biologicamente per adattarli ai ritmi produttivi, segnalare qualsiasi uscita dai limiti nei quali sono stati confinati se dovessero oltrepassarli. Ci tengo a precisare che non voglio fare un parallelismo paragonando le due situazioni, perché è ben chiaro che, in quanto umani, possediamo uno dei più grandi privilegi e cioè quello di specie. Privilegio che ci esenta dall’essere mercificatə come cibo o altro. Il parallelismo lo sento nella modalità che si trova alla base di queste misure. Entrambe nascono dalla necessità di contenere e sottomettere.

Il secondo parallelismo è la percezione che ne deriverebbe a livello sociale laddove tali misure non fossero rispettate da questə soggettə, ae quali si chiede di rispettarle, di autolimitarsi, pena la punizione che ne deriverebbe. Questə soggettə, sconfinando nello spazio pubblico, sono vistə come vere e proprie minacce. Il confine oltrepassato è il filo spinato, di cui anche Reggio parla nel libro, filo spinato che “cerca di bloccare [gli ‘animali’], siano essi membri della nostra specie in fuga da guerra e miseria o abitanti dei boschi.”

Dobbiamo connettere le cause dell’oppressione in una società antropocentrica che, al netto delle differenze intraspecifiche e interspecifiche, discrimina alcune categorie di individui, che sono soggetti a una violenza sistemica dovuta al loro posizionamento, o per meglio dire al posizionamento loro imposto all’interno della nostra società.

Un altro argomento che Reggio affronta nel libro è quello relativo al discorso sul linguaggio e la sua necessaria decolonizzazione da una visione prettamente antropocentrica che vittimizza le altre specie animali, definendole per esempio “senza voce”. Da qui il noto slogan “essere la voce dei senza voce“.

Reggio ne parla nella Deriva #4 “Parlare per altrə”:

“Come possiamo agire una solidarietà interspecie, una complicità, partendo dalla volontà di abdicare al nostro privilegio, evitando di parlare per loro? …esiste sempre il rischio opposto: paternalismo (da una parte) …e chi assume rigorosamente che “solo il marginale può parlare per il margine”.

Il discorso sul linguaggio si lega molto a quello sul corpo come mezzo di lotta e resistenza. Gli individui non umani definiti “senza voce” da una parte di attivismo, esprimono quella che Reggio definisce “una critica incarnata dello sfruttamento”. Lo fanno fuggendo dagli allevamenti, dagli zoo, dai circhi e da tutti quei luoghi di detenzione nei quali si trovano reclusə; palesandosi con la loro corporeità in spazi urbani che non ne prevederebbero l’accesso. Attraversando tali spazi e confini, con un corpo “straniero”, disturbano e creano disagio neə passantə con lə quali entrano in contatto. Tale disagio nasce dal fatto che, attraversando fisicamente un confine ed entrando nella nostra sfera visiva, questi individui palesano mostrano tutto lo sfruttamento, la violenza ed il dominio che ogni giorno agiamo nei loro confronti più o meno consapevolmente. Il loro è un corpo con il quale entriamo in relazione solo nel momento in cui ne utilizziamo delle parti come cibo, per vestirci, per divertimento, per la medicina o per qualsiasi altra forma di sfruttamento. Creare un contatto così repentino, trovarsi faccia a faccia con un maiale in fuga da un allevamento, per esempio, può riportarci alla base di quella relazione ed intersezione che lega due esseri e che coscientemente o meno abbiamo rimosso. Tutto questo può creare un enorme disagio. Tale relazione è stata così tanto trasformata e forzata da non riconoscerne più la potenzialità generativa e di condivisione. Mettersi in ascolto di coloro che portano la propria rabbia, la propria resistenza, che lottano con il proprio corpo, non è sicuramente un atto né automatico né semplice da fare, ma necessario. Non è immediato uscire dal binomio di sfruttamento soggetto-oggetto che permea le relazioni interspecifiche e intraspecifiche nella nostra società.

Vi è mai capitato di sentir parlare di carne felice? Di relazione stretta che esisterebbe fra allevatorə e animali sfruttati, i quali donerebbero volentieri il loro corpo e le loro secrezioni se ben tenuti e curati? Così è come ci vengono raccontati dall’industria degli allevamenti questi individui. In quest’ottica, come racconta Reggio, la parola felicità andrebbe indagata e messa in discussione per ricondurla al suo significato originario. Non vi può essere felicità dove troviamo dominio, oppressione, violenza, morte. Non vi può essere felicità laddove una parte esercita una forma di dominio su un’altra e dove non vi sia libertà per l’espressione personale delle esigenze ed attitudini di ogni individuo

Continuando nel percorso legato alla rappresentazione tramite le parole, nella deriva #5 ”Siamo animali solidali con tutti gli animali?” Reggio affronta la tematica degli argomenti diretti ed indiretti, annoso problema che si presenta ogni qualvolta si vadano a trattare i diritti animali in ambito soprattutto ecologista, ma non solo. Reggio spiega chiaramente come la retorica di chi si batte per la giustizia climatica, deə animalistə e di molti altri movimenti che si battono per i diritti animali, spesso viri verso una concezione che “invisibilizza proprio lo sfruttamento animale e la sua centralità nella crisi ecologica”.

“Può apparire sorprendente il fatto che la tendenza dominante fra chi ‘sta dalla parte degli animali’ è sempre stata quella opposta [cioè di usare gli argomenti indiretti], in nome di un marcato pragmatismo o di un certo pessimismo (‘alle persone non interessa nulla degli animali, bisogna toccarli sul personale!’)”

“…doverli toccare sul personale” ho riflettuto molto su questa affermazione e se essa possa dipendere dal non riuscire ad uscire completamente da un’ottica antropocentrica anche da parte di chi pone la questione. E contemporaneamente se essa possa nascondere, da parte dellə interlocutorə, una velata forma di arroganza e presunzione di possedere una conoscenza che lə renda superiorə alle altre persone che ascoltano e che pensa non abbiano conoscenza di un dato argomento. Decolonizzare e decostruire lo sguardo è il primo gradino per iniziare veramente a pensare di poter creare un discorso nel quale gli individui di cui si parla siano soggetti e non oggetti.

A tal proposito mi viene in mente un esempio recente che riguarda un’obiezione fatta da Murgia e Tagliaferri su una puntata del loro podcast “Morgana”, in cui parlavano delle sorelle Wachowski. Per tutta la puntata insistevano nel misgendering e nel deadnaming e, a posteriori, giustificavano questa violenza – perché di questo si tratta – minimizzando l’accaduto e riportando l’attenzione e la responsabilità su un pubblico che non sarebbe stato pronto o preparato a comprendere tematiche che non avevano mai ascoltato.

Mi sembra che, in una parte di attivismo, rendere responsabile un pubblico che non sarebbe abbastanza preparato (questo potrebbe darsi, ma l’attivismo dovrebbe aiutare proprio in questo), pronto ad aprirsi o disponibile all’ascolto sia in qualche modo classista e arrogante. Decostruire il linguaggio usando un modo semplice di riportare concetti anche articolati senza però perderne la complessità è fondamentale.

Uscire da questa retorica è complesso; pensare di farlo senza mettere in discussione i propri privilegi è impossibile. Creare un percorso insieme ad altre persone, creare una lotta che sia politica e intersezionale, creare atti di rivendicazione e resistenza, è l’unica alternativa ora accessibile, l’unica porta che può condurre realmente al ribaltamento delle norme vigenti e di una società basata sul dominio e sull’oppressione.

Avviso aə lettorə che verranno: nel libro sono presenti citazioni riportanti parole come la n-word, la f-word e termini che rimandano a concetti colonialisti.

Una menzione speciale vorrei farla alla casa editrice Meltemi e nello specifico alla collana Culture Radicali di cui anche questo libro fa parte.

Questa collana, diretta dal gruppo di ricerca Ippolita, presenta temi e autorə impegnati attivamente su vari fronti come l’antispecismo, la decolonialità, i ruoli di genere imposti, il binarismo eteronormato della società. Personalmente ho molto apprezzato queste pubblicazioni per lo stile usato daələ autorə e per la scelta delle tematiche trattate fatta per la collana; spesso il rischio di trattare argomenti che possano risultare complessi a chi non ne conosce il contesto è quello di rendere anche i testi inaccessibili come linguaggio aə non addettə ai lavori. In queste opere invece lə autorə rendono accessibili tematiche complesse attraverso un linguaggio semplice e diretto senza perdere però la complessità dell’argomento trattato.

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