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Garcon Rate Ali and the Stolen Boy 4

INTERVISTA A ALI + THE STOLEN BOY: GARÇON RATÉ

Definire Alix è come cercare di riassumere realtà varie, rappresentazioni varie, e tante vite in una parola. Perché Alix – che va in scena con il suo progetto musicale Ali + The Stolen Boy – nonostante la sua ignota ma giovane età, ne ha avute tante, di vite. Nella musica di Alix si intersecano spazi geografici e culturali – in particolare la sua Parigi, città scelta e predestinata a diventare la casa dell’artista, luogo di ri-nascita queer e crescita nell’underground delle realtà LGBTQIA+, e la Puglia, terra d’origine della sua famiglia oggi sparsa per tutta l’Europa, dalla Francia alla Germania. Ali + The Stolen Boy è anche un luogo d’intersezione tra discipline: natə nell’ambito delle performing arts, Alix porta con sé in scena un lavoro musicale ma anche visivo in cui il corpo e la comunità sono elementi portanti. Si intersecano anche tante voci nel suo lavoro – quelle storiche, di cantautrici e interpreti come Rosa Balistrieri, Violeta Parra o Elza Soares, a quelle nuove – quelle di una generazione multiculturale, queer, in cerca di pluralità, rappresentazione e connessione, da Arca a Anohni fino a Eddy de Pretto. Sono voci e suoni di comunità che oggi occupano lo spazio pubblico, che rifiutano la subordinazione delle loro storie e delle loro narrative, rivendicando il diritto di vivere corpo, linguaggio e musica con auto-determinazione, libertà ed emancipazione.

Queste varie pluralità sono le radici del lavoro di Alix, che dopo anni in giro per l’Europa, tra Parigi, Lisbona e Londra, e ora Milano, ha partorito il suo progetto musicale da solista: Ali + The Stolen Boy. Con Uranus e Errore del Sistema, Alix pone al centro della sua ricerca una questione fondamentale – quella della possibilità di transizione, tra spazi, corpi e culture, all’interno di un sistema capitalista, patriarcale e coloniale, ma anche della forza collettiva nella resistenza e nell’esistenza di corpi e vite divergenti dalla norma e dall’egemonia sociale ed economica.

La complessità del lavoro di Alix risiede proprio nell’incrocio tra personale e collettivo, in quel limite che in realtà non esiste per l’artista: nato in parte in reazione a una violenza subita, il progetto musicale di Alix rivendica la libertà fondamentale di trasformare una problematica personale in una questione collettiva. Perché la violenza è strutturale e ha un impatto non solo su un corpo ma su una collettività di corpi – che essi siano queer, disabili, razzializzati, di donne, di persone povere o di persone migranti – la violenza avviene sempre, e su questo Alix insiste tanto, sempre, dalla stessa fonte. Perciò, far convergere le varie forme della violenza in un punto solo ci fa capire come e dove le realtà oppresse possano trovare forza nell’unirsi, e immaginare, creare e concepire futuri alternativi.

Qual è il legame tra la tua musica e i corpi LGBTQIA+?

Nei miei pezzi parlo di me e delle persone che mi circondano – la mia family, che sono perlopiù persone queer. Inevitabilmente, quindi, quando parlo della mia vita, parlo molto di corpi queer. Uranus parla di come veniamo vistə come provenienti da un altro pianeta. Parla di resistenza queer e di come oggi chi detiene potere e privilegio debba fare i conti con vite che non vogliono più nascondersi o essere silenziate. Garçon Raté parla di come gli altri, specialmente le famiglie e persone vicine, ti possano vedere come un fallimento a volte perché non sei né un ragazzo né una ragazza. Errore del Sistema parla di un sistema sociale e economico che non funziona ma il mio modo di raccontarlo è sempre cercare nella mia esperienza personale. In questo caso, il pezzo è nato da una conversazione surreale e violenta con un ragazzo bianco, cis e ricco alle 5 del mattino a Dalston. Questo tipo che mi parlava della sua ricchezza e di quanto fosse stato capace di gestire il patrimonio di famiglia, e di quanto la povertà in qualche modo sia responsabilità di chi non ha voglia di uscirne. Io ero ubriacə ma la conversazione è durata a lungo. Il tipo flirtava con me e pensava che i suoi soldi potessero essere un elemento di charme. Il sistema di cui parlo non funziona per tutti i corpi, e non funziona per il pianeta, è evidente. Non funziona per tutti i corpi esclusi dalla norma e dall’egemonia. Direi quindi il 98% o forse di più. 

Solo una microscopica parte del mondo può sentire che l’impalcatura, la struttura sociale, la struttura economica, il binarismo di genere e l’organizzazione delle sessualità, dei corpi, la gestione delle risorse del pianeta è a loro vantaggio. Di quanto stiamo parlando? Forse del 0,5% della popolazione mondiale? 

Come percepisci l’arte nel processo di un’emancipazione collettiva? 

L’arte, la cultura e la musica sono per me uno strumento di emancipazione, lo sono sempre state. E l’emancipazione, per quanto possa essere vissuta a livello individuale, è sempre collettiva. Non ho mai pensato alla mia vita, né alla vita di nessuno, slegata della vita di una comunità o di una collettività. In questo senso l’arte e la musica sono strumenti di condivisione, sono ponti costruiti per toccare qualcun altro. Se scrivessi la mia musica per me, non sentirei il bisogno di cantarla in live e di parlare attraverso la musica ad altre persone. Questo slancio è un bisogno di condivisione e anche di essere rassicuratə: non siamo solə al mondo. La risposta del pubblico è ciò che permette alla musica di essere uno strumento di emancipazione collettiva. La musica è molto irrazionale, rispetto ad altre forme d’arte: è molto emotiva. Non per questo è meno potente, anzi. La musica ha accompagnato le più grandi rivoluzioni, che sono state fatte nella storia. Ci sono delle voci che hanno cantato le rivoluzioni, dei ritmi che le hanno accompagnate o addirittura che hanno ispirato rivolte e cambiamenti.  

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La musica popolare, folk in particolare…

Assolutamente, io sono molto radicatə in quello. Il mio lavoro ha le sue radici in moltissime forme di musica che viene dal basso e non da scuole di formazione, musica in qualche modo popolare – dal Jazz al Blues, che hanno permesso a generazioni di costruire attraverso la musica un’identità sociale che gli era stata in qualche modo rubata, o mai attribuita. Sono stati strumenti di emancipazione della schiavitù. Sono stati strumenti di costruzione di comunità, ed è così per un sacco di altre tradizioni musicali: dalla samba alla morna, dalla batukada al rap.

Nel tuo progetto, come si traduce questo aspetto?

Il mio legame con la Puglia, che è la terra della quale una parte della mia famiglia viene, per esempio, è presente nel mio lavoro. È un miscuglio di tradizioni musicali e culturali che ha nutrito il mio lavoro e la mia identità. Ma sono cresciutə in grandi metropoli e quello che succede nelle grandi città è magico. Le comunità queer sono urbane, la nostra storia è sempre stata quella di fuggire da un posto per ritrovarsi in una metropoli, e da lì mescolare le nostre esperienze e origini culturali. La mia Puglia è uno spazio ricostruito a Parigi e a Grenoble, è presente come ispirazione, a volte in maniera letterale, rispetto a pattern ritmici, o nella memoria della musica che mi cantava mia nonna. Se ascolti la pizzica e la musica polifonica occitana, o tradizioni musicali turche, greche o andaluse senti la vicinanza di suoni, scale e melodie che si sono trasmesse e mescolate oralmente. Questa ricerca è sicuramente un punto centrale nel mio lavoro. Poi c’è la musica pop, il rap e l’hip-hop, forme di musica urbana che hanno avuto un ruolo centrale nell’emancipazione e nella definizione dell’identità di intere comunità. Sia nei temi trattati, negli strumenti usati e nelle modalità di scrittura e di composizione, tutto questo ha avuto e continua ad avere un ruolo sociale forte. Quando penso a Mykki Blanco, Anohni, ad Arca, a M.I.A, a Casey, e all’importanza di avere questi modelli per me per legittimarmi come musicista e cominciare a raccontare la mia storia… penso che davvero la musica possa cambiare le cose, almeno contribuire a farlo.

Invece che ruolo ha Parigi nella tua storia?

Parigi è la città dove ho passato la metà della mia vita e dove continuo a vivere buona parte dell’anno. È un posto carico di tutte le esperienze che mi hanno costruito e delle persone che ho incontrato. È un luogo che ho scelto già da adolescente perché mi affascinava, era la mia metropoli, la mia meta safe dove poter essere liberə. Ho cominciato a frequentarla molto presto e poi mi ci sono trasferitə. È stato uno spazio di liberazione, di autodeterminazione e di emancipazione, e lo è ancora. Quindi il legame è estremamente forte: è il luogo dove ho potuto dare il nome, usare il linguaggio per definire l’esperienza del genere che facevo del mio corpo, il francese è la lingua in cui ho potuto trovare il mio pronome, iel.

Ho incontrato un sacco di persone appartenenti alle comunità queer, collettivi, artistə e spazi fisici, nei quali ho potuto imparare. È sicuramente il posto che mi ha formato intellettualmente, umanamente ed artisticamente. Ci ho lavorato tanto nelle performing arts, nel teatro, la musica e nella danza. C’è un nocciolo duro di Ali + The Stolen Boy che è lì, tra cui musicisti, produzioni, studi. Per me Parigi è una città sofisticata e sfasciata, una città in cui ti puoi solo buttare e vedere come va, ha un lato punk e bohémien che forse non si percepisce finché non ci vivi: le serate passate in 30 a casa di Livia, l’arpista che sta lavorando sul mio progetto, in 18 metri quadri, con tanti musicistə a suonare fino alle cinque di mattina, e a offrirsi cibo e ospitalità, a prestarci soldi quando unə di noi era in rosso. Questa è l’immagine di Parigi che è più forte per me. È anche la città nella quale ho subito la violenza di genere e ho imparato a reagire, è la città dei miei amori, del sesso, dell’attivismo politico, delle manifestazioni. Tutti i sabati in manifestazione. 

Ed è lì che tu hai trovato la tua forma di transfemminismo? 

Sì, l’ho trovata a Parigi e, direi, nella lingua francese. Da Monique Wittig a Preciado, a Virginie Despentes, a Sam Bourcier, alle intersezioni con Franz Fanon, lo STRASS, e le voci dei movimenti di sex workers in Francia, la mia formazione linguistica transfemminista è sicuramente in francese. Anche il pronome nel quale mi identifico è iel, pronome neutro e non binario in francese, che è stato recentemente riconosciuto e incluso ufficialmente nel dizionario francese. Finalmente, dopo anni di uso da parte nostra, si è riconosciuto anche a livello istituzionale uno spettro di generi nella lingua francese, che non è più binaria!

Che percezione hai dell’Italia rispetto alle questioni di pluralità sociali e culturali? 

Non mi sento di fare una cartografia dell’Italia perché ci vivo in maniera intermittente e da troppo poco. Sicuramente a Milano ho conosciuto un giro di persone, attivistə straordinariə, di collettivi e di persone che cercano di cambiare le cose. Ho creato dei legami molto forti, abbiamo fondato anche una collettiva che si chiama le Uraniə. È un collettivo intersezionale, all’interno del quale esistono diverse soggettività. Oltre alle Uraniə ci sono un sacco di altre realtà, da Kirykou al Cantiere, a Marciona, e un sacco di persone che si battono nel loro lavoro o nella loro vita per trasformare la società italiana, ma soprattutto per costruire narrazioni plurali e molto più vicine alla realtà. Ecco forse questa è una sensazione ricorrente rispetto alla Francia. In Italia c’è una mistificazione incredibile della realtà, e mancano modelli e narrazioni plurali. Forse perché chi ha potere e diritto di parola sono poche persone, tutte appartenenti allo stesso gruppo sociale egemonico. Ma la realtà della società italiana non mi sembra corrispondere alla narrazione – quasi unica – che viene diffusa. Ci si racconta in un modo diverso da quello che si è poi nei fatti. Ma rimane un’impressione, forse mi sbaglio completamente. Anche moltə musicistə che lavorano a Ali + The Stolen Boy sono frutto di incontri che ho avuto a Milano, come Giuliano Pascoe, il mio producer, con il quale il discorso artistico e politico si intreccia. È così per chiunque faccia musica con me, da Omar Gabriel Delnevo a Chiary No, a Martin Nicastro e Livia Phoebé.

Si può scindere arte e politica? 

Come ti dicevo prima, per me è impossibile. Per me la politica non si può scindere da nulla nella vita, né dell’esperienza intima, dai propri desideri, né dell’esperienza collettiva. Siamo dei corpi portatori di narrative, che lo si voglia o no. Qualsiasi cosa facciamo è portatrice di narrative. La nostra musica, la scrittura, la nostra immagine è già portatrice di una narrazione. Quindi non possiamo deresponsabilizzarci completamente. L’arte è universale solo per gli artisti privilegiati e che appartengono a gruppi egemonici. E non si può mai scindere l’arte dall’artista per me. Come non si può scindere la storia da chi la storia la scrive. Poi è un percorso di autocoscienza e di trasformazione. Ci sono artistə più ricattabili di altrə e l’equilibrio tra arte e politica nel proprio mestiere è spesso complesso. Si fanno un sacco di errori e nessuno, anche attraverso l’arte, anche se fai parte di una minoranza, nessuno è esente dal riprodurre narrative tossiche o pratiche violente. La musica è anche un modo per imparare, la musica oltre che a farla la ascolti, e ascoltare artistə che hanno cose da dire, scegliere chi ascoltare e da chi imparare è un atto politico.

E su cosa stai lavorando in questo periodo?

Stiamo terminando l’EP che uscirà a giugno, ed è appena uscito un pezzo che è molto importante per me, Garçon Raté. Abbiamo girato il nuovo video a Parigi. Stiamo chiudendo i mix in studio e cominciando a preparare i live. Mi prendi proprio in piena fase di fermento e di scrittura, sto già scrivendo nuovo materiale. Garçon Raté, intanto è uscito, ed è il pezzo più intimo dell’album, per me. È molto emozionante perché il primo EP di Ali + The Stolen Boy è carico della mia storia personale e musicale, quindi ci tengo particolarmente. Ascolterete fra pochissimo. Spero ci incontreremo ai concerti.

Garçon Raté è fuori ora.

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