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Lettera aperta a Orgoglio Bisessuale: Sulla recensione al mio “Fuori Binario. Bisessualità maschile e identità virile”

Scritto da Giuseppe Burgio

In quanto uomo bisessuale che, come voi, lotta per una società più giusta e rispettosa dei diritti di tuttə, ritengo importante discutere pubblicamente e in modo trasparente le nostre divergenze teoriche, che nascono dai linguaggi e dai posizionamenti differenti tra la ricerca (che deve interrogarsi e problematizzare) e l’attivismo (che invece deve essere assertivo).

1 Orientamento

Un primo punto di disaccordo è quando scrivete “L’orientamento sessuale non dipende dal genere della persona con chi si fa sesso […]. Basare l’orientamento sul comportamento sessuale è un terreno che apre a storture e cancellazioni”. Sono d’accordo, il problema è che voi partite dal concetto di orientamentobisessuale, mentre io – lo dico molte volte nel libro – sono critico rispetto a questo concetto.Non baso affatto, quindi, l’orientamento sul comportamento sessuale: cerco piuttosto di analizzare criticamente il concetto stesso di orientamento sessuale. Certo, è grazie a tale concetto che le persone omosessuali hanno ottenuto i limitati diritti di cui oggi godono, ma compito della ricerca non è solo utilizzare i concetti esistenti, ma anche provare a innovarli, magari a rivoluzionarli. Non mi convince, di conseguenza, che i diritti delle persone bisessuali possano essere garantiti solo attraverso un attivismo che rivendichi un terzo orientamento bisessuale, accanto a quelli etero e omo.

Questo è in sostanza il grosso tema che ci divide. È ovviamente lecito che non siate d’accordo con me, ma si tratta di posizioni differenti che costituiscono una ricchezza nella ricerca e, a mio avviso, anche nel campo dell’attivismo.

2 Comportamento vs. identità

Scrivete poi che “Le prospettive di persone che si identificano come apertamente bisessuali sono paradossalmente quasi assenti in un libro che tratta la bisessualità”. Fin dall’introduzione chiarisco, però, che il libro è sulle sessualità non esclusive, sulle non monosessualità, e che avrei certo trattato le persone con identità bisessuale, ma volevo parlare anche di chi nel corso della storia, e nelle varie culture esistenti, non voleva (o non avrebbe potuto) assumere un’identità Bi. Esplicito quindi molte volte di occuparmi del comportamento bisessuale, ambito più vasto e complesso dell’identità bisessuale.

Ancora, dite “viene persa l’occasione di analizzare le esperienze delle persone che pur non facendo sesso si identificano come bisessuali: le persone bisessuali vergini esistono […]. In maniera simile viene quindi ignorata l’esperienza delle persone che hanno un orientamento non bisessuale ma biromantico”. So perfettamente anch’io che esistono bisessuali vergini o che bisessualità e biromanticismo non coincidono, ma – ancora una volta – il mio taglio teorico parte dal comportamento bisessuale. Si dovrebbe giudicare un libro per quello di cui si occupa, non per quello di cui avreste voluto si occupasse.

Aggiungete poi che “la quasi totalità del libro è focalizzata sulle esperienze di persone che non si identificano come bisessuali ma come eterosessuali o omosessuali”, in realtà questi termini hanno una storia recente (circa 150 anni) e sono egemonici solo in occidente (anche se più nella borghesia scolarizzata, cui pure io appartengo, che nelle classi popolari) mentre io faccio un ragionamento sulle categorie teoriche e, nel vasto dossier storico, antropologico e sociologico che ho cercato di raccogliere, comprendo anche persone che non potevano conoscere queste etichette e che non potevano quindi identificarsi come etero, omo o bisessuali. Usare questi termini avrebbe significato fare imperialismo culturale!

Parlo infine di chi oggi, pur avendo un comportamento bisessuale, non si considera affatto tale e non vuole assumere un’identità bisessuale (per bifobia interiorizzata, per un posizionamento queer o per qualsiasi altro motivo). Nel lavoro di ricerca, il mio compito non è giudicare le vite altrui, ma cercare di comprendere.

3 Binarismi

Tratto poi – tra quanti hanno un comportamento bisessuale – anche di chi ha un’identità bisessuale, ma qui mi rimproverate “una definizione binaria di bisessualità basata sul sesso anatomico. Secondo Burgio «la bisessualità è definibile – in prima istanza – come l’esperienza (o la capacità) di attrazione sessuale per entrambi i sessi»”. Quando scrivo un libro è mio desiderio essere leggibile non soltanto dallə attivistə, o da chi è già d’accordo con me, ma – potenzialmente – anche da chi non sa nulla di bisessualità o ha posizioni lontane dalle mie. Per cercare di raggiungere questo obiettivo, parto quindi dal livello di consapevolezza presente nella società. In una società binaria come la nostra, la rappresentazione della bisessualità è binaria (anche se questo non piace né a me né a voi). Per questo ho scritto “in prima istanza” cioè: come punto di partenza. Anche perché – quando mi ricordate “come la bisessualità sia definita generalmente come «attrazione per più di un genere»” – non menzionate il fatto che è esattamente questa la definizione cui la mia argomentazione conduce: ad esempio, a p. 153. Anche la definizione di bisessualità di Ochs che mi proponete è già da me esplicitamente adottata: la potenzialità di essere attratti (romanticamente e/o sessualmente) da più sessi/generi non si dà per i vari individui necessariamente allo stesso tempo, allo stesso modo o allo stesso grado di intensità” (p. 153). La tesi di un saggio scientifico è espressa dalle conclusioni cui arriva non da singole frasi estrapolate dall’argomentazione.

C’è poi forse un fraintendimento quando commentate la mia affermazione “che esiste un ampio spazio sociale […] più vasto di quello occupato da quanti adottano una identità bisessuale, uno spazio popolato da una serie di esperienze che si pongono tra un modello omogeneamente eterosessuale e uno coerentemente omosessuale” (p. 75) accusandomi del fatto che “proporre una lettura di bisessualità come una posizione intermedia tra eterosessualità ed omosessualità va contro le lotte e le ricerche accademiche portate avanti da decenni”.

Non sono io a propore una lettura della bisessualità come a metà tra etero e omosessualità: è la rappresentazione sociale errata che cerco di confutare lungo tutto il libro. Per il resto, rivendico alla lettera quello che ho scritto: esiste un mondo di esperienze tra i poli della (falsa) dicotomia etero/omosessualità e, in questo mondo, non tuttə adottano un’identità Bi.

4 Fluidità

Altro motivo di disaccordo teorico è la differenza tra fluidità sessuale e bisessualità. Citate Diamond: “sia la bisessualità che la fluidità sessuale possono produrre attrazioni sessuali nonesclusive: queste attrazioni sono previste come una componente regolare nelle vite delle persone con orientamento bisessuale, mentre possono rivelarsi più sporadiche e/o legate a contesti specifici per persone che sono altamente fluide a livello sessuale”. Occupandomi di comportamento bisessuale, studio tanto la fluidità sessuale quanto l’orientamento bisessuale, distinguendo chiaramente le cose (per esempio, a p. 74). Fate però un’altra citazione di Diamond: “La fluidità sessuale significa che non esiste l’orientamento sessuale? No. La fluidità può essere pensata come una componente aggiuntiva della sessualità di una donna che opera unitamente al suo orientamento sessuale”. Ebbene, su questo io non sono d’accordo! Che la fluidità sessuale, l’attrazione nonesclusiva, si incardini solo dentro un preciso orientamento sessuale significa, per me, non rendere giustizia a quelle persone queer che pensano che non bisogna necessariamente incasellarsi dentro un’identità di orientamento sessuale. Forse ha ragione Diamond e tra pochi anni la mia ipotesi finirà nel dimenticatoio, ma fare ricerca significa provare a far avanzare gli studi, proponendo visioni alternative a quelle già esistenti.

5 Abusi

Mi preme commentare anche quando sottolineate che “parlare di fluidità sessuale nel caso di persone che subiscono e/o attuano abusi appare improprio, così come suggerire di inserire determinati comportamenti sessuali all’interno della bisessualità”. Io non ho MAI giustificato alcun tipo di abuso. Uso infatti parole inequivocabili: “atteggiamenti vessatori”, “atti estremi, umilianti”, “utilizzo del sessuale come strumento per finalità vessatorie” (pp. 64-66). Mi sarei aspettato che me lo riconosceste in modo chiaro, per evitare qualsiasi rischio che le vostre frasi – su un tema così delicato – potessero venire fraintese. D’altro canto, MAI ho derubricato l’abuso a forma di fluidità sessuale. Quando, a proposito del nonnismo da caserma, parlo (sulla scorta di una studiosa del calibro di Ward) di comportamenti omosessuali di persone con un’identità etero, aggiungo questo esempio a moltissimi altri in cui un’identità eterosessuale non impedisce affatto comportamenti “divergenti” che – proprio secondo il concetto di identità di orientamento – non dovrebbero esistere. È questo l’oggetto del capitolo, non il complesso tema dell’abuso.

6 Trans*

Una cosa trovo, infine, ingiusta e sinceramente anche offensiva: l’accusa di transfobia in relazione a un altro capitolo del mio libro. Innanzitutto, perché l’oggetto della mia argomentazione NON sono le persone trans, ma il desiderio maschile verso corpi considerati fuori dal binarismo di genere. Che cioè, oltre al desiderio per le donne (cis o trans) e per gli uomini (cis o trans), esista un desiderio per persone socialmente considerate di genere “ambiguo”.

Voi scrivete “se le persone non-binarie sono praticamente assenti nel libro, dall’altro lato persone transgender binarie sono analizzate in maniera inappropriata”, ma in realtà io mi occupo precisamente del desiderio maschile per i corpi non binari e cito le donne trans solo perché alcuni uomini le includono in questo immaginario “ambiguo”. Tale desiderio, in alcuni uomini, è sicuramente feticizzazione del corpo delle donne trans che, anche se si identificano come donne, non vengono considerate tali. Io prendo però le distanze da questa visione definendola “una concezione essenzialistica” (p. 30), “lubrico sguardo maschile” (p. 122). Definisco poi tale concezione “decisamente grossolana (oltre che politicamente e teoricamente discutibile)”: questa mia affermazione è a p. 126, poche righe dopo il brano che voi stessə citate. Due pagine dopo, critico ancora tale feticizzazione scrivendo che “La desiderabilità del corpo transgender da parte degli uomini appare però legata – ancora oggi, nella maggioranza dei casi – alla sua lontananza: relegata nell’immaginario pornografico, nell’oscurità di un marciapiede notturno, su un palcoscenico” e definisco ciò “espressione del closet” (p. 128).

Anche in un’altra mia frase che criticate – “Un rapporto tra un uomo e una donna transessuale operata, insomma, è eterosessuale se pensiamo al genere di arrivo ma (secondo il pregiudizio genderista) è omosessuale se pensiamo al genere di partenza” (p. 125) – dico chiaramente che si tratta di pregiudizio e di genderismo (cioè di essenzialismo transfobico). Anche in un’altra mia frase che criticate – “fare l’amore con una donna transessuale (che, anche nel caso di riattribuzione chirurgica, non ha mestruazioni e non può partorire dei figli) ha implicazioni simboliche e culturali diverse da quelle in gioco con una donna nata femmina” (p. 125) – parlo di implicazioni simboliche e culturali che sfido chiunque a negare che siano (purtroppo) diffuse nella nostra società verso le donne trans binarie, persino dopo la riattribuzione chirurgica. Non è il mio libro a insistere “su una componente irriducibilmente maschile delle donne trans”, come scrivete, ma quegli uomini che trovano eccitanti le donne trans non operate ma che non le considerano “vere” donne nemmeno dopo la chirurgia di riconversione genitale.

Avete poi scritto “ci teniamo a sottolineare che una donna trans è una donna: sostenere acriticamente che esistano «donne nate femmine» contrapponendole alle donne trans significa di per sé avallare l’essenzialismo”. Anch’io sono ovviamente convinto che una donna trans sia una donna (mi pare un’ovvietà) e non sono io a sostenere che esistano donne (termine che ha a che fare col genere) nate femmine (termine che si riferisce al sesso, all’anatomia iscritta nel certificato di nascita) ma il linguaggio scientifico abitualmente usato anche da voi: è per questo che aggiungiamo, accanto alla parola donna, i termini cisgender o transgender, che altrimenti sarebbero inutili.

Mi pare utile infine esplicitare quei “momenti di frizione all’interno delle serate di presentazione del libro in cui Orgoglio Bisessuale e l’autore si sono trovatə a dialogare”. Si tratta di una prima presentazione online, organizzata dalla libreria Antigone di Milano l’8 novembre 2021, con Tommaso Mori. Nella registrazione presente su Facebook si può vedere come Tommaso affermi che “una donna trans è una donna”. Io commento, pochi minuti dopo, condividendo il fatto che “una donna trans è una donna, come una donna cis”, ma spiego che parlo del desiderio per corpi socialmente considerati di genere “ambiguo” e passo poi a proporre l’idea di un’alleanza politica tra le persone Bi+ e quelle trans* non binarie, accomunate dall’essere vittime di una concezione binaria. Di tale possibile alleanza tratta l’ultimo capitolo del libro, altro che transfobia!

Un secondo incontro è stato organizzato, in presenza, da Arcigay Centaurus di Bolzano il 14 novembre 2021. In questa occasione Seok, a nome di Orgoglio Bisessuale, ha espresso le stesse critiche presenti nella vostra recensione, ma le persone trans presenti – anche qui è stata fatta una registrazione dell’incontro – si sono dette d’accordo con me, citando anche attiviste trans che avevano già parlato del desiderio per il non binarismo di cui ho parlato nel libro.

7 Desideri

Alcuni uomini desiderano corpi socialmente e culturalmente considerati non binari: a torto (come abbiamo visto, per le donne trans binarie) o a ragione, per quelle persone che oggi definiamo non binary o genderqueer e che sono sempre esistite nella storia. Negare questo desiderio o liquidarlo solo come feticizzazione mi pare ingiusto perché, se esistono persone non binarie, non dovremmo escludere a priori che esista un desiderio specifico verso di loro. Anche Aurelio Castro, uno studioso che pure voi citate, afferma che “uomini attratti da persone con caratteristiche sessuali di entrambi i generi […] abbiano dei pattern di eccitazione specifica” (2017, p. 151). Negli studi, questo desiderio è detto scoliosessualità ed è argomento dibattuto nel movimento, secondo alcunə da rifiutare, ma per la ricerca non esistono argomenti tabù e nel libro mi interrogo se tale desiderio può avere in qualche modo a che fare con il vasto, plurale ombrello Bi+. Quando scrivete che “una lesbica cis che fa sesso con una lesbica trans* resta lesbica, non diventa bisessuale.

Così come gli uomini eterosessuali in relazione con donne trans restano eterosessuali” non posso che essere d’accordo, a patto che queste persone trans si riconoscano come donne all’interno di una rappresentazione binaria. Sarei più cauto invece se parliamo di desiderio per una persona che incarna il rifiuto del binarismo di genere. Non escludo, come fate voi, che nel desiderio per un persona non binary possano agire, come ho scritto, i lontani fantasmi della bisessualità e dell’androginia, fantasmi culturali che possono contribuire a costruire il desiderio, che è sempre condizionato da elementi sociali e simbolici complessi. Sostengo allora nel libro tale ipotesi con vari esempi di desiderio maschile verso persone che, nella storia, sono state considerate incarnare l’ambiguità sessuale: ermafroditi (oggi intersex), le femminielle a Napoli, gli evirati cantori, le hijiras in India, ecc. In questo fantasma erotico dell’androginia, alcuni inseriscono (ripeto, a torto) anche le donne trans binarie, ma ragionare di questo complesso desiderio è utile per conoscere meglio il mondo non binary. Nel libro, chiarisco che l’ipotesi che questo desiderio abbia a che fare con l’ombrello Bi+ è – appunto – un’ipotesi, che ha bisogno di ulteriori approfondimenti (p. 129), ma voi rifiutate a priori “l’idea proposta da Burgio secondo cui la bisessualità spiegherebbe la fascinazione maschile verso il corpo transgender”. Io penso che non necessariamente l’identità bisessuale, ma la fluidità sessuale (che rifiuta il binarismo etero/omo) possa essere affascinata da chi incarni il rifiuto del binarismo di genere, e non vorrei che scandalizzarsi per tale ipotesi esprimesse una forma di bifobia. Perché infatti una persona trans non binaria dovrebbe sentirsi offesa se il desiderio di un uomo per lei assumesse forme non binarie, rientrando nell’ombrello Bi+?

8 Movimenti

Su un unico punto, sono invece d’accordo con voi: avrei sicuramente potuto dare più spazio nel libro all’attivismo Bi+. Ho cercato di rimediare successivamente, organizzando un incontro cui ho invitato anche Tommaso, chiedendogli di parlare proprio di attivismo. Tommaso non poteva. Peccato: spero che ci saranno in futuro altre occasioni. Che dialoghino tra di loro posizioni diverse (anche conflittuali) costituirebbe una ricchezza per la comunità Bi+, mentre vivrei come un danno per tuttə se esistesse una sola ortodossia autorizzata.

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