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Gelosia

Umanità mutilata: la questione dell’affettività in carcere.

Nei giorni scorsi il tema dell’affettività in carcere, banalmente liquidato con l’espressione “casette dell’amore”, è tornato a scaldare gli animi dell’opinione pubblica.

La notizia di 28 milioni di euro stanziati dal Governo per finanziare strutture ad hoc per gli incontri intimi tra detenuti in regime di 41 bis e le loro consorti1, diffusa da una stampa poco attenta e dalla tv mainstream, è stata prontamente smentita da Ornella Favero, presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti2: se lo scandalo, tuttavia, lascia il tempo che trova, immanente è il senso di squallore che circonda il dibattito relativo alle questioni carcerarie nel panorama italiano, affettività compresa (come lei stessa ha sottolineato).

Eppure si tratta di una sfera intimamente legata alla persona e alla sua dignità umana e che, in quanto tale, dovrebbe costituire (così come lo studio, lo sport e il lavoro) parte integrante del processo di individualizzazione della pena e del trattamento penitenziario.

Come ha ben evidenziato Adriano Sofri attraverso i suoi canali social, infatti, “La mutilazione della sessualità contraddice ogni bella parola sulla restituzione dei detenuti alla società”. La limitazione dell’affettività, oltre ad essere l’anticamera della spersonalizzazione, è un ostacolo ad un reinserimento che voglia vantare qualsiasi pretesa di effettività: impoverisce il detenuto, crea tensioni, angosce, violenze di vario tipo, sintomatologie e malattie fisiche e psichiche e, nei casi più estremi, predispone alla messa in atto degli agiti suicidari3. Approntare strumenti di tutela tesi alla valorizzazione dei rapporti familiari e sociali è, pertanto, un aspetto imprescindibile di una esecuzione penale a misura di uomo.

Come emerge da diversi studi condotti sul tema, l’attuale soppressione della sfera sessuale porta ad una progressiva dissociazione della dimensione corporea, sensoriale ed affettiva: si vive quindi la sessualità senza il suo motore essenziale, che è quello emotivo; ciò, in aggiunta alla mancanza di attività che favoriscano la sublimazione di questa energia, genera uno stato di violenza e frustrazione4.

A ben guardare, allora, la privazione forzata della dimensione sessuale in carcere sembrerebbe costituire una forma di afflizione ulteriore rispetto alla pena: viene quindi in mente il monito instancabile del Garante nazionale delle persone private della libertà personale Mauro Palma, secondo il quale “si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti”.

Ma a che punto è il nostro ordinamento nella tutela del diritto alla sessualità anche per i detenuti?

Quando si cerca di gettare uno sguardo sullo scorrere della vita e delle pulsioni che le sono proprie all’interno del carcere, luogo di annullamento e di morte, emerge subito una contraddizione in termini5. In generale, tuttavia, anche in carcere questo dibattito stenta a decollare, riflettendo nel piccolo i moralismi e i sensi di colpa che aleggiano attorno alla sessualità anche nella società “dei liberi”: non stupisce, dunque, che qualsivoglia accenno alla complessa questione, per le persone ristrette, venga trattato alla stregua di un beneficio o un premio da meritare. “Vedete [scrive Adriano Sofri] quando si parla del sesso dei reclusi (umani o altri animali) viene in luce la concezione che del sesso in generale ha, dichiarata o no, una società. La sessualità non le appare come una dimensione naturale, necessaria e ineliminabile della persona, bensì come una concessione, un di più, se non un vizio: il vizio. La prigione svela questi sentimenti6.”

Se nel resto d’Europa il diritto alla sessualità in ambito intramurario, al quale fanno da sfondo numerosi atti di soft-law, viene riconosciuto e tutelato con differenti modalità (solo per citare alcuni Paesi, si pensi alla Svizzera, alla Svezia, alla Croazia o all’Olanda)7, in Italia può essere considerato costituzionalmente fondato, eppure “castrato” dal nostro ordinamento penitenziario (come ha sostenuto qualche autore)8: l’art. 28 O.P. riconosce valore al mantenimento dei rapporti con i familiari, su cui indirettamente pure si riversano gli effetti della detenzione, senza tuttavia dare risalto a quella particolare esplicazione del diritto all’affettività consistente, nella sessualità9.

La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi in tal senso, pur dichiarando inammissibile la questione (trattandosi di una materia rientrante nell’esercizio della discrezionalità del legislatore), non ha mancato di rilevare come, sotto tale profilo, la posizione dell’Italia fosse lontana da quella di altri Paesi europei che già lo prevedevano, stimolando un intervento sul punto10.

Negli anni sono state presentate in Parlamento, senza alcun successo, diverse proposte di legge. In particolare, è ancora arenata in discussione al Senato quella avanzata nel 2020 dalla Regione Toscana (la stessa, per intenderci, al centro del “polverone mediatico” delle ultime settimane), con il lodevole scopo di colmare il vuoto normativo della riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 201811 che, con un colpo di scure, ha eliminato dai decreti attuativi i preziosi contributi apportati al tema dell’affettività in carcere dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale. In quell’occasione, infatti, gli esperti di lavoro radunati attorno al Tavolo 6 proponevano l’introduzione di un istituto diverso dal “colloquio”, già presente nell’Ordinamento Penitenziario: la “visita” avrebbe consentito al detenuto di incontrarsi con gli stessi soggetti autorizzati ai colloqui dall’attuale normativa, senza distinzioni tra familiari, conviventi e “terze persone”, con la particolarità del mancato controllo visivo e/o auditivo da parte del personale di sorveglianza12.

Cosa ne pensano i detenuti delle soluzioni prospettate?

La redazione di Ristretti Orizzonti è stata tra le prime a diffondere all’esterno del carcere le voci dei detenuti su un tema così personale e complesso13.

Questo spaccato sociale, pur presentando divergenze di vedute, è accomunato dalla preoccupazione di preservare gli affetti più cari dall’asetticità e dal gelido vuoto delle mura carcerarie: secondo una diffusa opinione, la presenza di luoghi d’incontro non sarebbe infatti sufficiente a scacciare via la sensazione di essere “animali in gabbia”, a cui l’istituzione totale concede, in maniera centellinata, di manifestare per qualche momento l’essenza stessa della propria umanità; la soluzione maggiormente ambita da parte dei detenuti, infatti, sarebbe quella di coltivare spazi di intimità al di fuori del contesto penitenziario, per preservare la dimensione emotiva dell’incontro, oltre ovviamente al pudore personale (“A molti dà infatti fastidio l’idea che la propria donna debba percorrere un determinato tragitto che porta in un determinato posto, un posto dove si consuma solo l’atto sessuale: la totale freddezza con cui si svolgerebbe tutto ciò ha il sapore di un incontro mercenario ed è umiliante per il detenuto e soprattutto per la sua compagna14).

Tale possibilità, in verità, è già consentita dall’ordinamento penitenziario attraverso lo strumento del permesso premio, utilizzabile anche per la cura degli interessi affettivi: si tratta comunque di una soluzione soltanto parziale, sia per la limitata durata dei permessi (45 giorni in ciascun anno di espiazione), sia perché, inevitabilmente, entra in frizione con le esigenze di sicurezza che sorgono soprattutto per i detenuti condannati per particolari tipologie di reato. Infatti, a seguito della sentenza n. 253/2019 della Corte Costituzionale, se è vero che pure i condannati di mafia non collaboranti possono essere destinatari di permessi premio (purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata e il pericolo del loro ripristino), lo è anche il fatto che questa eventualità è prospettabile dopo l’espiazione di una cospicua quota di pena (la metà della pena e comunque non oltre dieci anni)15.

Quella dell’affettività in carcere rimane ancora una partita tutta da giocare, resa ancora più complessa dalle innumerevoli variabili poste in campo: se da un lato ci richiede, come società, lo sforzo per operare un progressivo smantellamento dei moralismi e dei tabù che inquinano tale sfera della vita, dall’altro impone al legislatore penitenziario di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Altrimenti, quello stesso cuore, continuerà a rimanere incastrato in tre metri di cella.

1 Con una nota il Ministero della Giustizia ha preso le distanze dalle notizie che sono circolate, sottolineando l’assenza di qualsivoglia iniziativa o valutazione politica in merito alla costruzione di spazi da dedicare alle relazioni familiari e affettive negli istituti penitenziari. Ha anche rimarcato come l’accesso a tali strutture sia incompatibile con le finalità del regime detentivo speciale di cui all’art. 41 bis O.P., che in effetti presuppone rigidi controlli anche durante i colloqui.

Al seguente link, il comunicato: https://www.gnewsonline.it/ansa-confermate-indiscrezioni-dap-su-affettivita-detenuti/ .

2 Alcuni contributi della stampa sul punto: https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/06/01/news/le-casette-dell-amore-per-i-detenuti-erano-una-bufala-4061626/ ; https://www.ildubbio.news/2022/06/01/la-bufala-sulle-casette-dellamore-e-lennesima-disinformazione-dei-media/ .

3 L. Cuppari, “Amore sbarrato”: affettività e sessualità dei detenuti come diritti fondamentali (parzialmente) inattuati. Approccio negazionista del legislatore italiano in una prospettiva di analisi comparata, p. 8 in Affettività e carcere”: un binomio (im)possibile?, fascicolo 2-bis/2019 consultabile al link https://www.giurisprudenzapenale.com/rivista/fascicolo-2-bis-2019-affettivita-carcere-un-binomio-impossibile/;

C. Dell’Erba, Transiti Corpo-Mente. Dalla dimensione dell’affettività alla sessualità: il rapporto con il proprio corpo, con gli altri detenuti; dall’isolamento, alla privazione totale, alla omosessualità indotta, in “Affettività e carcere”: un binomio (im)possibile?, fascicolo 2-bis/2019 p. 3.

4 L. Cuppari, op. cit., p. 9.

5 C. Dell’Erba, op.cit., p. 3.

6 A. Sofri, Il sesso del prigioniero mandrillo, in http://www.ristretti.it/areestudio/affetti/documenti/sofri.htm

7 Per ulteriori approfondimenti sul punto, A. Pugiotto, Della castrazione di un diritto. La proibizione della sessualità in carcere come problema di legalità costituzionale, p. 2 e ss. in Affettività e carcere”: un binomio (im)possibile?, fascicolo 2-bis/2019.

8 L’espressione è di A. Pugiotto, op.cit., p.3; vedi anche V. Manca, Perché occuparsi della questione dell’ ”affettività” in carcere?, p. 9, in Affettività e carcere”: un binomio (im)possibile?, fascicolo 2-bis/2019.

9 P. Bronzo, M. Ruaro, Gli elementi del trattamento in Manuale di diritto penitenziario a cura di F. Della Casa, G. Giostra, Torino, 2020, p. 67.

10 C. Cost., sent. n. 301/2012.

11 https://www.ildubbio.news/2020/02/09/la-toscana-rilancia-il-diritto-allaffettivita-e-alla-sessualita-per-i-detenuti/

12 https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/sgep_tavolo6_relazione.pdf , p. 15.

13 http://www.ristretti.it/areestudio/affetti/interventi/sesso.htm

14 http://www.ristretti.it/areestudio/affetti/interventi/sesso.htm

15 P. Bronzo, M. Ruaro, op.cit., p. 72.

Mi sono laureata in giurisprudenza nel 2019, con una tesi di laurea sui trattamenti inumani e degradanti in carcere. La tutela dei diritti delle categorie più deboli e la partecipazione sociale sono le principali traiettorie su cui si instrada il mio percorso di crescita personale. Credo nel valore della formazione: per tale ragione, ho conseguito il diploma di Master in diritto e criminologia del sistema penitenziario nel 2020, con una tesi su “Giustizia riparativa e associazione mafiosa” e, attualmente, svolgo il Dottorato di ricerca presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Membro Yairaiha dal 2017.

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